Inner Missing

Dead Language

Lingua morta, una sorta di omaggio a concetti e forme espressive che ormai abbiamo dimenticato, capacità evocative del pensiero scritto che risuonano ai bordi di una realtà e quotidianità che non sembrano avere tempo per tornare a confrontarsi con i versi trasposti in rima, di qualunque tipo essa sia. Le rime le troviamo, troppo spesso, solo nell’hip-hop o in qualche sua branca, ma in molti casi ci si trova dinnanzi a parole vuote, usate solo per stare in metrica ma scaricate del loro significato. La lirica è ciò che andrebbe rimesso in gioco, una metafora per ritornare ad essere in contatto con noi stessi e con la nostra emotività.

Questo è ciò che mi viene da pensare ascoltando il disco degli Inner Missing, che risponde al nome di Dead Language e lo si può vedere sia come un sincero omaggio alla poesia, intesa come arte suprema, sia come omaggio al nostro tempo, alla nostra capacità di entrare in contatto con noi stessi e con i ritmi naturali ed essere artefici di poemi ed odi e liriche capaci di pervadere l’anima, fino ad incendiarla. Un rito, quasi, che celebra la morte ma anche la forza della poesia, così come celebra la morte e una speranza di resurrezione dell’uomo ed è lì che risiede la forza del duo, perché le composizioni sanno dare quel giusto pathos e le necessarie dinamiche per il compimento del rito.Gli Inner Missing ritornano sulle scene facendo tesoro di alcuni errori del passato, soprattutto per quel che riguarda le capacità compositive, riuscendo a donare al dettato musicale quella giusta varietà e complessità necessarie non solo ad approfondire una tematica come quella scelta, ma per evitare di fare in modo che le composizioni risultassero meno ingessate rispetto a quelle che andavano a comporre i dischi precedenti. Un ruolo fondamentale è giocato anche dalla voce che pur mantenendosi su registri bassi, di chiara ispirazione Sister Of Mercy, riesce ad essere incisiva ed evocativa anche grazie a passaggi che vanno a lambire toni più alti e in alcuni casi si hanno sovraincisioni in vero e proprio growl, anche se passa più come un sussurro che come altro. Tutto questo, insieme ad una vena gotico/decadente non fa che offrire ulteriore pathos e potenza alla poesia.

Gli Inner Missing sono un duo, attualmente in pianta stabile ad Israele ma provenienti dalle fredde latitudini di San Pietroburgo, città di grandi fermenti culturali, soprattutto per quel che riguarda la letteratura e la musica, città di grandi maestri orafi dediti alla produzione delle lamine d’oro che spesso adornano i bassorilievi o i mosaici tipici del barocco dell’est europeo e della Russia stessa. In questo contesto si forma il pensiero di decadenza sociale cui il duo fa riferimento e che, riportato in musica, non poteva che sfociare nel gothic, anche se, come ho già detto prima, il chiarissimo punto di partenza restano i Sister Of Mercy e tutta la scena Gothic rock, gli Inner Missing non si fermano a questo, ma riescono ad inglobare nel loro sound una forte componente metallica che dona una componente di dinamicità al tutto, a tratti infatti, si possono ascoltare echi di rimando alla scena avangarde metal, così come riff tipici del metal classico: il tutto combinato con sapiente maestria, il che riesce a dare un senso di grande personalità alla musica proposta dal duo di origini russe, che a tratti lascia intravedere echi lontani dei Death In June o dei Christian Death degli esordi mescolati a gruppi più moderni quali London After Midnight.

Vi porgo dei gruppi di riferimento solo per farvi capire che gli Inner Missing non sono esattamente dei novellini e conoscono la materia in maniera decisamente approfondita, così da avere parecchie frecce al loro arco. Risultano, pertanto, una band decisamente valida capace di avere personalità, eleganza, grande intuito musicale e capacità di scrittura. Il tutto è aiutato da una produzione decisamente elegante, che riesce a mettere in luce sia la parte più aggressiva delle composizioni, sia quella più delicata e sognante ma risultando carezzevole sempre e comunque altamente dinamica di modo che, chi si pone all’ascolto, non avrà modo di annoiarsi.Un riffing elegante, potente, groovoso e romantico, è alla base del tutto, ben supportato non solo dai vari inserti tastieristi i e di pianoforte ma da una sezione ritmica capace di giocare sul filo del prog rock, mutando pelle in continuazione, soprattutto per quel che riguarda i vari fill e gli incastri giocati sul rullante e i piatti, un lavoro di tutto rispetto che personalmente non mi sarei mai aspettato in una proposta gothic metal, dove solitamente la batteria risulta essere piuttosto quadrata e il basso gioca semplicemente attorno alle melodie create dalle chitarre. Qui si sente proprio la ricerca di qualcosa di diverso, della necessità di non essere dentro il cliché e questo vale per tutta la proposta musicale dei Nostri che, nonostante le svariate commistioni, non risultano mai pacchiani o sopra le righe.

Daniele “Darklordfilthy” Valeri

Dead Language
The Quest
Empty Rooms
Long Odds
Mute
At Sea

Sigmund – voice and guitars
Melaer – keyboards and bass