III
Aether
Con il loro terzo capitolo, intitolato essenzialmente “III”, il quartetto milanese degli Aether compie un deciso passo in avanti. La band si allontana dalle coordinate più prettamente cosmiche dei primi lavori per abbracciare una coralità più complessa e cerebrale, ma al tempo stesso sorprendentemente calda.
Il disco si presenta come un compendio di strumentismo di alto livello, in cui la rigidità geometrica del progressive rock anni Settanta dialoga costantemente con la libertà espressiva del jazz nordeuropeo di scuola ECM e con suggestioni ambient.Fin dalle prime battute, l’album rivela una spiccata propensione per la dilatazione dei tempi e per la commistione di linguaggi apparentemente distanti.
La band non esita, ad esempio, a spingersi verso territori esotici e cinematici con la traccia “Cinq Teintes, Quatre Cadres”, brano di quasi nove minuti che si impone forse come il cuore più luminoso e accessibile del disco. Qui l’interplay tra chitarra elettrica e Fender Rhodes dà vita a ricami sonori ipnotici, sostenuti da una ritmica fluida ma rigorosa, sempre lontana dal mero autocompiacimento tecnico.
Gli Aether, tuttavia, sanno essere anche spigolosi e spiazzanti. È il caso di “Vogon”, unico episodio non strettamente strumentale dell’opera, impreziosito dall’istrionica e strabiliante partecipazione vocale di Claudio Milano. Ispirato alla fantascienza di Douglas Adams, il brano si trasforma in una bizzarra incursione teatrale e avanguardistica, nella quale sferzate chitarristiche quasi crimsoniane rompono gli indugi, muovendosi tra tempi dispari e atmosfere scure.
La seconda metà del disco trova un equilibrio efficace tra tensione e rilascio. In “Panta Rei”, l’evocazione eraclitea del “tutto scorre” si riflette nella struttura stessa del brano: l’avvio, guidato da accordi jazzati che richiamano certe sfumature pastorali e calme alla Pat Metheny, muta progressivamente pelle. Il pezzo si accende poi attraverso distorsioni, un denso assolo di basso fretless e ripetizioni ipnotiche che sfiorano il minimalismo e lo Zeuhl, prima di sfociare nella monumentale suite conclusiva “Swerve”.
In definitiva, “III” è un’opera matura, dal sapore analogico e curatissima nella produzione. Gli Aether firmano un album stratificato, capace di accostare senza timori elettronica e fiati, rock lisergico e musica da camera.
Ne risulta un viaggio strumentale denso e notturno, ideale per chi cerca nel jazz-rock odierno qualcosa che vada oltre il semplice saggio di bravura.
Stefano Bonelli




