Azrath-11
Kenòs
Non capita spesso di imbattersi in un album che richieda tempo, attenzione e la volontà di lasciarsi trascinare in un universo costruito con estrema cura.
“Kenòs” degli Azrath-11 non concede scorciatoie né cerca l’impatto immediato: è un’opera che si svela progressivamente, stratificando atmosfere, simbolismi e violenza sonora in un percorso tanto affascinante quanto impegnativo. La band friulana torna sulle scene con un lavoro ambizioso, nel quale il blackened death metal diventa il mezzo per esplorare antiche cosmologie, miti ancestrali e riflessioni sull’origine dell’esistenza. Il risultato è un disco che punta più all’immersione totale che all’effetto istantaneo, invitando l’ascoltatore a compiere un vero e proprio viaggio rituale.
Ispirato all'”Enuma Elish“, ai miti mesopotamici e alla figura degli Anunnaki, “Kenòs” sviluppa un concept che affronta la nascita del cosmo e il rapporto tra creazione e distruzione. Tuttavia, il valore dell’album non risiede soltanto nell’impianto narrativo: è soprattutto la capacità degli Azrath-11 di tradurre queste suggestioni in musica a renderlo convincente. Le composizioni risultano ricche di sfumature, evitando la tentazione di affidarsi esclusivamente alla velocità o alla brutalità, pur mantenendo un’intensità costante lungo tutta la durata del disco.
Sul piano sonoro il trio costruisce un equilibrio convincente tra death metal tecnico e black metal atmosferico. I riff, spesso elaborati ma mai dispersivi, si intrecciano con linee melodiche oscure e aperture epiche che ampliano il respiro delle composizioni. La sezione ritmica alterna accelerazioni violente a passaggi più ragionati, mentre la voce, profonda e aggressiva, si inserisce perfettamente in un contesto dominato da una produzione potente ma sorprendentemente definita. Ogni elemento contribuisce alla costruzione di un’atmosfera solenne, quasi liturgica, che accompagna l’intero ascolto.
L’apertura affidata a “Sepvlcretvm A Pelago Lambitvm” mette subito in evidenza le qualità della band: riff massicci, una batteria incalzante e continui cambi di dinamica che catturano l’attenzione senza risultare artificiosi. La successiva “Hamarteia”, impreziosita dalla partecipazione di Karl Sanders, rappresenta uno dei momenti più significativi dell’album. Le influenze mediorientali, care al chitarrista dei Nile, si fondono perfettamente con la scrittura degli Azrath-11, dando vita a un episodio ricco di tensione e profondità.
Brani come “Theoktonia” mostrano invece il lato più atmosferico della band, rallentando il ritmo per lasciare spazio a una costruzione più oscura e riflessiva, senza perdere intensità. L’inserimento della versione orchestrale di “Imposing My Will” rappresenta una scelta intelligente: più che una semplice rivisitazione, il brano assume una nuova dimensione cinematografica, evidenziando quanto la componente melodica sia sempre stata presente nel linguaggio del gruppo. La title track “Kenòs”, posta in chiusura, sintetizza efficacemente tutte le anime del disco, alternando momenti di feroce aggressività ad altri più solenni e contemplativi.
Uno degli aspetti più riusciti dell’album è senza dubbio la produzione, curata da Stefano Morabito presso i 16th Cellar Studios. Il suono conserva tutta la necessaria ruvidità richiesta dal genere, ma evita quell’eccessiva compressione che spesso sacrifica la definizione degli strumenti. Le chitarre risultano sempre leggibili, il basso contribuisce a irrobustire l’impatto complessivo e la batteria mantiene un equilibrio ideale tra potenza e precisione. Anche gli interventi orchestrali e le tessiture ambient trovano il proprio spazio senza appesantire il risultato finale.
Naturalmente “Kenòs” non è un album immediato. Richiede più ascolti per essere assimilato e non offre ritornelli facilmente memorizzabili o strutture convenzionali. È un lavoro pensato per chi apprezza la costruzione di atmosfere, la complessità compositiva e una narrazione musicale capace di svilupparsi nel tempo. Ed è proprio questa scelta a rappresentarne il principale punto di forza: gli Azrath-11 non rincorrono le mode del momento, ma costruiscono un’identità personale e coerente, dimostrando una notevole maturità artistica.
Con “Kenòs”, gli Azrath-11 confermano di appartenere a quella schiera di band italiane che guardano oltre i confini del genere, utilizzando il blackened death metal come linguaggio espressivo e non come semplice esercizio di stile. È un disco intenso, ricco di dettagli e sorretto da una visione artistica ben precisa, destinato a crescere ascolto dopo ascolto e a ritagliarsi un posto di rilievo tra le uscite estreme più interessanti dell’anno.
Drakul218





