Yes

90125

I britannici Yes sono la grandezza assoluta del rock, ed in particolare del progressive-rock. Geni della composizione e mostri della tecnica strumentale. Nati nel 1969, insieme a quelle di Pink Floyd e di Genesis, le loro creazioni divennero lo standard da raggiungere per tutti gli altri.

La carriera degli Yes  vide una notevole ed ennesima svolta all’undicesimo lavoro, quando, uscito il 14 novembre 1983, i fan si resero conto che non si aveva tra le orecchie un lavoro simile ai precedenti. La svolta fu imbastire un profilo dai suoni contemporanei e strutturalmente accattivanti, più commerciali, ma con l’intelligenza di rimanere pregnanti e significativi. E infatti ebbero subito un singolo primo in classifica. Un album ricco di suoni, di effetti, di sonorità del tutto moderne, che si staccano dalle espressività precedenti. In realtà già con il precedente ‘Drama’ di tre anni prima si erano fatti cambiamenti sui suoni prodotti, ma ancora con alcune caratteristiche passate della band, soprattutto poi nella tipologia formale.

‘HOWNER OF A LONELY HEART’ è un brano cadenzato ballabile, che risente dell’era della disco-music, ma non è disco-music; si tratta di un rock leggero che non è inseribile del tutto nel progressive e che per la sua linearità fece successo anche fra i non  rocker. La cadenza blues di ‘Hold on’ si trasforma in un brano commerciale, con una sembianza pop-rock, ed è straordinario come un input passatista diventi tanto avanguardistico; alcuni passaggi sono comunque chiaramente prog e ricordano ‘Tormato’ del 1978. ‘It can happen’ ha una freschezza ideativa che è anche però introspettiva nei momenti meno accesi dove troviamo alcuni suoni alla Pink Floyd, ma molto nascosti per lasciare che sia sempre la stilistica “Yes” a trionfare. La traccia di ‘Cinema’ è una breve strumentale virtuosa che gioca forte tra elettricità chitarristica, basso e drumming, che si compenetrano agilmente fra loro. La particolarità di ‘Leave it’ è immettere giochi vocali che diventano la caratteristica principale del pezzo e che vivono come elemento guida di tutta la song; una bellezza esecutiva vocale che mette in secondo piano i classici ruoli degli strumentisti, con un colpo di genio che non è solo una vetrina estetica tecnicistica per farsi elogiare, ma sostanza compositiva molto accattivante che ci regala un brano valido e gustoso. Un po’ di normalità con ‘Our Song’ che si fa AoR già codificato da gruppi come Toto o Journey, ma riletto e interpretato alla Yes, per una canzone più diretta e tonica. ‘City of Love’ è il momento meno esondante, con un middle-time più scuro, e suoni più legati a certo pop-rock da New Wave, anche qui però con lo spirito di una band superiore che inserisce nella zona centrale anche un riffing settantiano tipicamente rock.

Ma per quanto si voglia essere innovativi e moderni, l’apice compositivo del disco è dato dai due pezzi legati al vecchio tradizionale stile della band, i quali sono anche i più lunghi. Il pezzo più bello è ‘CHANGES’ che inizia con un intro strumentale tipico degli anni settanta, anche se i suoni sono trattati con mezzi moderni adatti agli anni ottanta. La sua ritmica ricorda i Police, dando l’idea che la band è in grado di assimilare il meglio che c’è in circolazione, dentro una ricerca sonora mai sopita nell’attitudine di questi artisti. Questo episodio possiede una linea melodica stupenda, passando dalla sofficità alla dinamica più accentata con grande sensibilità artistica. L’altro capolavoro è ‘HEARTS’, che sembra estratto pari pari da ‘Drama’, e che quindi qui, se non fosse per l’arrangiamento, appare un po’ fuori contesto. Ma è una perla preziosa e arricchisce il disco di una luce in più. Il cantato è punteggiato di accentazioni e poi si apre magniloquente senza mai uscire da una morbida tessitura evanescente, algida, che rende l’atmosfera evocativa; è presente anche un indurimento di chitarra e tastiera dove con l’ugola ci si dirige verso una maggiore e solida corposità, per poi riprendere una visione magicamente dolce.

La formazione che lavorò al disco è interessante. Il cantante Anderson si era allontanato dal gruppo e in ‘Drama’ infatti non c’era, ma rientra al posto del cantante Trevor Horn (già nei Buggles) di ‘Drama’ che ora passa soltanto alla produzione del nuovo disco, e partecipa persino alla scrittura di due tracce (‘Owner…’ e ‘Leave it’). Fuoriesce il mitico chitarrista Howe, e subentra Trevor Rabin. Si ripresenta invece Tony Kaye, il primo tastierista degli Yes. Questo rimescolamento portò in automatico alla nuova sonorità? Strano, considerando che eccetto Rabin gli altri membri sono tutti datati anni settanta. Ma se guardiamo al produttore che è Horn, è ancor più facile pensare alla mutazione, anche considerando che lo stesso disco ‘Drama’ si era ammodernato rispetto a ‘Tormato’. Su questo concetto vale la pena tornare, perché noi tendiamo a pensare i vecchi membri del passato come artisti fermi nelle loro posizioni, invece gli Yes avevano già cambiato più volte la line-up, e soprattutto avevano spesso cambiato anche il loro modo di approcciarsi ai lavori. Erano già insomma di per sè stessi degli sperimentatori. Basta fare velocemente un excursus: i primi due album sono fra loro complementari; poi arriva la trilogia che nulla ha a che fare col loro recente passato, tre lavori in studio superbi che ricevono la celebrazione nell’album dal vivo ‘Yessongs’; successivamente si realizzano due lavori, il doppio ‘Tales…’ e ‘Relayer’, che per quanto diversi possano essere considerati (non poco), sono il secondo l’evoluzione del primo, e di certo con un sistema sonoro fortemente diverso dalla trilogia precedente. E poi arriva ‘Going for the One’ che appare ancora una volta una modifica del loro approccio, cioè si percepisce un netto stacco, sebbene si abbiano vari punti in comune col prima, ma si sente uno sviluppo più moderno.

E ‘Tormato’ è l’ennesima diversità, con suoni ancora più modernizzati risentendo di certe novità elettroniche. Poi ecco ‘Drama’ che per l’ennesima volta mostra un cambiamento e non assomiglia a ‘Tormato’ grazie alla sua maggiore immediatezza e semplicità. E’ una storia artistica che dimostra un passaggio in avanti ad ogni album, andando sempre incontro ad una maggiore modernità. In questa progressione innovativa, ‘90125’ non è che l’ennesima prova della voglia di ricerca che la band aveva già esplicitato in altri modi. Possiamo dire che comunque ‘90125’ sia un capitolo nuovo in maniera ancora più staccata, una vera e propria mutazione. Si tratta di un disco con molte ariose aperture lucenti, tipiche del gruppo che ha sempre prediletto la positività all’oscurità, ma veste panni a tratti anche plasticosi, con suoni più trattati e filtrati, un allinearsi in modo estremamente creativo al mood del momento artistico mainstream. Un album che dà poco spazio alle parti soliste ormai divenute un di più nella mentalità del nuovo rock del periodo storico (pur esistendo con successo realtà come Dire Straits, pieni di chitarrismo virtuoso, oltre ad un heavy metal con assoli molto spettacolari) contraddicendo la propria storia. Ma proprio la diminuzione di numero e minutaggio degli assoli, portò gli Yes a disseminare il songwriting di molte variazioni sul tema, immettendo nella strutturazione la maggioranza della propria profondità scritturale. In verità, per quanto la band abbia intrapreso la via commerciale, considerando ciò che girava nel 1983, l’album non è affatto easy listening, è ancora troppo articolato e ricco di cose per essere un lavoro facile; ma era logico, gli Yes non potevano scivolare nel banale, e così la loro musica rimane elitaria, fascinosa, raffinata. Ma da quel momento queste sonorità non saranno mai più abbandonate; anche se il gruppo cercherà anni dopo di riprendere atmosfere anni settanta, lo realizzerà ibridando respiri antichi con energie contemporanee. Una verve compositiva che forse negli ultimi anni, senza Anderson, ha un po’ perso lo smalto, ma che rende sempre riconoscibile un gruppo con un proprio e funzionante marchio di fabbrica. ‘90125’ è un disco spartiacque per la band, ha il merito di essere un unicum specifico, una sua unicità, appunto, che lo rende importante nella storia della musica. E’ un quarantennale da celebrare, in questo panorama che ha visto di tutto musicalmente parlando ma che non ha visto nessuno battere la suprema abilità trascendentale degli Yes.

Roberto Sky Latini

ATCO Records
www.yesworld.com

Owner of a Lonely Heart
Hold On
It Can Happen
Changes
Cinema
Leave It
Our Song
City of Love
Hearts

Jon Anderson – vocals
Trevor Rabin – guitar / keyboards / vocals
Tony Kaye – keyboards
Chris Squire – bass
Alan White – drums

Guests:
Jonathan Jeczalik; Dave Lawson – keyboards