Vultur
Cultores de Perdas e Linna
Viviamo in un mondo in cui le definizioni spesso e volentieri lasciano un po’ il tempo che trovano e questo sicuramente può essere un bene, soprattutto in campo musicale, perché le etichette sono sempre un qualcosa di estremamente limitante e volte alla necessità di incasellare un’opera; il che può essere buono,a spesso e volentieri si cade nell’ errore di voler inquadrare per filo e per segno anche l’artista o gli artisti che hanno composto quell’ opera, come se le necessità umane non fossero mutevoli o nomadi. Capita a volte, di trovarsi di fronte a stilemi molto molto ben definiti e perfettamente aderenti a quelli che sono i canoni codificati per un determinato genere: tra questi vi è anche il black metal, che sicuramente tra i generi estremi è quello che offre più ampio respiro, tanto che a volte parliamo di black metal pur non avendo nulla che riconduca al genere in esame: questo non accade per il death metal, per il thrash, per il brutal death, per il grind, etc.: insomma di tutta la scena estrema il black metal è quello che è riuscito a travalicare se stesso e a subire mutazioni genetiche talmente tanto ampie che a volte ci si trova davanti a delle forzature linguistiche abbastanza inverosimili.
Nonostante tutta l’evoluzione (per alcuni detrattori parliamo di involuzione), nonostante tutte le strade aperte, c’è ancora qualcuno che pensa che il black metal debba necessariamente restare fedele a se stesso, ritrovare quell’ approccio istintivo e primordiale con cui è nato, sottrarsi alla catena del compiacimento e portare avanti quella critica grottesca con cui è nato: personalmente sono abbastanza d’accordo con questa linea di pensiero e non perché non mi piacciano le varie contaminazioni che attraversano le vie verso cui il black metal ha spiegato le sue ali: concordo nel credere che se decidi di mettere su una band per dedicarti ai dettami della nera fiamma, si debba essere coerenti con quelle che sono le peculiarità del genere. Con questo non sto dicendo che le band debbano suonare tutte uguali, perché poi sono i riff a fare la differenza, la maniera con cui interpreti le regole fa la parte del leone, però lo sguardo dovrebbe sempre rivolgersi al nero altare.
Il pistolotto di cui sopra non è fatto a caso, è un cappello introduttivo per presentare i Vultur, band sarda che ha fatto del black metal classico il proprio vessillo e dal quale non si sposta di una virgola, ma riuscendo, allo stesso tempo, ad essere qualitativamente elevati, con un riffing maligno e sinistro, con testi e linguaggio aderenti alla propria terra e con delle ottime capacità di songwriting, pur restando perfettamente in seno al sentiero tracciato da band come Satyricon, Immortal e Marduk su tutti. Dai nomi che ho dato come riferimento, potete notare che il riferimento sono sicuramente i paesi scandinavi, ma nei Vultur aleggia anche altro, aleggia qualcosa che è legata alla tradizione sarda, all’antico folklore dei Nuragici, popolo che abitava la porzione nord-orientale dell’ isola e che si pensa derivi da un antico popolo del mare, gli Shardana: provenienti dal profondo Egitto. I riff sono assolutamente riferibili a quanto fatto dalla scena nordica, così come lo sono la ferocia, l’intensità e il gelo che traspaiono dalla costruzione dei brani, eppure qualcosa rimanda alla loro terra: la lingua con cui viene espresso il cerimoniale è il sardo, alcuni passaggi in seno ai brani, mascherati sotto quelle ferali distorsioni e quegli up-tempo prendono spunti dalla tradizione sarda, così come certo tribalismo nei fill di batteria ma, soprattutto, nell’ atmosfera che pervade il disco: Cultores De Perdas e Linna, questo il titolo che la band ha voluto dare al nuovo platter.
L’atmosfera non ha nulla a che vedere con quella che attraversa i dischi di black metal scandinavo, nessuna parvenza sciamanica: qui siamo profondamente immersi nella negromanzia mediterranea a dispetto del riffing ispirato dai nomi tutelari del genere, ma i Vultur non sono una band di novellini e sanno perfettamente il fatto loro avendo piena coscienza e conoscenza di come fondere i due elementi cardine.
Cultores De Perdas e Linna è un disco glaciale, evocativo e soprattutto ben scritto e strutturato che sicuramente deve le sue peculiarità ai colleghi ben più famosi del nord Europa ma i Vultur riescono comunque ad imprimergli la loro personalità e la loro cultura, pertanto non si può parlare di semplice derivazione e men che meno di plagio, anzi i Nostri sanno perfettamente il fatto loro e se sono conosciuti, apprezzati e rispettati nel mondo dell’ underground un motivo ci sarà: i ragazzi Sardi scrivono del gran bel black metal ed importa davvero poco se non fanno minimamente mistero delle proprie influenze, perché i brani reggono alla grande.
Un lavoro, questo Cultores De Perdas e Linna, che farà veramente felice chi cerca ancora quell’ istinto animale in seno ad un genere come il black metal: vivamente consigliato a tutti coloro che amano certe sonorità.
Daniele “Darklordfilthy” Valeri
Su Frastimu
Eternu Trumentu
Su Spegu
Femina Mala
Arestis
Cultores Lapides et Lignea
Umbras
Nemini Parco
Nicola Fulgheri – vox/guitars/leads
Nicola Spaziani – guitars
Maristella Spano – bass
Lorenzo Balia – drums
bass/acoustic guitar/effects recorded by Federico Ruggiu
Masked Dead Records e Sulphur Music
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