Virgin Steele

The Passion of Dionysus

Questo mitico gruppo Americano negli ultimi anni è diventato divisivo tra i metallari, e non per antipatie come può essere verso i Metallica o i Manowar, ma per un semplice fatto artistico che riguarda la voce del cantante e la produzione tecnica dei lavori.

Ma dietro questi difetti, c’è o no una qualità compositiva dignitosa? L’album di quest’anno in realtà esprime una significativa ideatività creatrice, un valore  presente ed interessante; ma il modo di proporle ha diminuito il potenziale di fascino e di soddisfazione. Perché diciamocelo, per noi metal kid il rock deve avere chitarre e suoni forti, anche quando delicati essi devono suonare attraverso la bellezza degli strumenti e non con i trucchi tecnologici. E in questo i fan hanno due modi di reagire, i più condiscendenti scusano tale scelta e affermano che la buona musica emerge comunque, mentre i più critici non approvano assolutamente, al contempo denigrando anche il songwriting. DeFeis riesce in qualche modo a rendere efficace il suo cantato, eliminando anche alcuni difetti eccessivi del suo alternare falsetto e versacci da leone afono, ancora presenti ma meglio gestiti. Però sono diverse le cose che sarebbero potute diventare migliori.

Dieci sono le tracce, e la prima metà perfetta, quella dei primi cinque episodi, è quella migliore. In ‘THE GETHSEMANE EFFECT’ funzionano molto bene le inserzioni strumentali, la melodia, i cori e la dinamicità, in un disegno che realizza un bel quadro sonoro dal feeling elegante e suadente; dentro una ritmica tonica e fascinosa, in equilibrio perfetto tra le parti. La suite di quasi nove minuti e mezzo, ‘YOU’LL NEVER SEE THE SUN AGAIN’, si basa su una trama di pianoforte punteggiata da distorsioni della sei-corde, sopra cui la linea melodica costruisce un raffinato andamento che sfocia nel ritornello accattivante in senso malinconico, poi si apre una ariosa finestra prog leggermente scura. Il Power Metal alla Manowar,A SONG OF POSSESSION’, non è particolarmente duro, visto che la melodia lo ammorbidisce parecchio, ma è un altro dei bei momenti del disco, con una linea dagli accenti frizzanti. Uno può credere che oltre dodici minuti siano una esagerazione, ma non è così in ‘THE RITUAL OF DESCENT’ che sfodera una atmosferica forza, tra l’epico e l’introspettivo, per l’ottima riuscita di un bel brano, nonostante ci sia un semiplagio degli Iron Maiden di ‘Wasted Years’ (ascoltare tra 1 minuto e dieci secondi e un minuto e trenta secondi, giro di chitarra che poi si ripete più avanti).

SPIRITUAL WARFARE’ ha una gustosa verve interpretativa che funziona, è parzialmente tirata senza essere scatenata, attitudine che caratterizza tutto il disco, e non manca di appeal; ma che ha fatto di male il pezzo per non meritarsi un bello schizzo di assolo chitarristico, magari riprendendo il ritmo dopo il ponte calmo, ed eliminando l’insulso spoken inserito? Invece tra le cose meno riuscite, come brano difettoso possiamo prendere ad esempio ‘Unio Mystica’, dove appunto la debolezza del songwriting viene sottolineata ulteriormente da una durata di oltre nove minuti; ciò che si avverte è una minore capacità espressiva, e ciò si ripercuote sulla sonnolenza che perdura eccessivamente. In potenza è un brano soft, ma non riesce a creare feeling, perché i piccoli momenti positivi vengono persi e disgregati dall’incedere poco ficcante, complice anche una esecuzione scarsa del cantato. Qui diventa maggiormente chiaro  il concetto di cui sopra, in cui dicevo che certi vocalizzi sarebbe meglio lasciarli perdere per dare spazio a fischi o circonvoluzioni chitarristiche. La minore essenza valoriale della parte finale del disco ha una sola vera cosa positiva, ci sono gli altri tre brani, oltre all’apripista ‘The Gethsemane effect’,  che permettono assoli degni di nota, e “finalmente” direi. Va nominata anche ‘Black Earth & Blood’ perché l’unica breve del lotto, non durando nemmeno due minuti e mezzo, ma la sua efficacia è discutibile anche a causa della poca personalità, forse considerabile quale song davvero filler.

I pezzi sono quasi tutti lunghi e la cosa funziona senza difetti se la trovata artistica è valida come nella prima parte del disco, meno quando l’idea scritturale è non del tutto azzeccata, e ciò vale per gli episodi della seconda parte. La stilistica utilizzata oscilla tra il senso musical del concept, e le attitudini progressive piuttosto marcate. La questione tematica porta quindi a composizioni descrittive che necessitano di minutaggio elevato. L’album elimina la pesantezza del grande passato vissuto dalla band, per una orchestrazione più o meno enfatica, con tante parti morbide scelte come prevalente mood dell’opera, il che non risulta un male, anzi, possiede una sua specifica malìa, in questo l’artista è stato bravo. L’hard rockin’ c’è ma è spesso diluito tra le sezioni. Ciò crea una raffinatezza avvolgente quando il songwriting è ficcante, ma le canzoni non ispirate faticano a far mantenere l’attenzione, anche se di base i brani minori contengono buonissimi spunti.

Un difetto è che la chitarra dovrebbe essere più presente, anche di assoli, dato che ve ne sono solo quattro di veri e propri. Per esempio certe volte faremmo a meno di sentire certi acuti e certi versi, i quali sarebbe stato meglio fossero sostituiti da chitarre taglienti, e sono istanti in cui ci sarebbero proprio stati bene, soprattutto considerando che l’ugola non è all’altezza dei vecchi fasti; eppure lui continua a scrivere soprattutto per la propria voce; e per giunta aggiunge parti di parlato che non funzionano affatto. Quanto sarebbe stato meglio avere una controparte cantata, un qualche duetto? Quanto sarebbe stato meglio potenziare alcuni strumenti? Considerando che le canzoni ci sono La volontà di non immettere alcun virtuosismo tecnico degli strumenti, che siano tastiere o chitarra, penalizza un insieme che invece aveva un certo potenziale; e poi il drumming di plastica no, ti prego! In conclusione un lavoro che viene rovinato da scelte di produzione fiacche e timorose. Seppure non prettamente heavy metal come molti si aspetterebbero, il disco non è brutto compositivamente, le idee contenute possono incontrare i gusti di molti, ma gli errori sono espliciti, e nettamente negativi anche per chi apprezzerà le canzoni.

Roberto Sky Latini

SPV / Steamhammer
www.virgin-steele.com

The Getshsemane Effect
You’ll never see the Sun again
A Song of Possession
The Ritual of Descent
Black Earth & Blood
The Passion of Dionysus
To bind & kill a God
Unio Mistyca
I will fear no Man I am a God

David DeFeis – vocals / keyboards / bass / drums
Edward Pursino – guitar
Joshua Block – guitar