UDO Dirkschneider

My Way

Gliene frega a qualcuno di ascoltare le cover? Sembra di sì visto che tanti gruppi passano ultimamente per album fatti così. Se le vecchie canzoni vengono rispettate o stravolte poco importa, l’effetto positivo qui sta tutta nell’ottimo sostanzioso risultato.

Udo è stato in grado di gestirla e il fluido sonoro scorre bene sia per la scelta giusta dei pezzi, sia perché la sua voce è riuscita a viverli con pienezza. Ma anche le chitarre hanno saputo dare il loro contributo tonico tanto nella riffica quanto nelle parti soliste. Un album scritto compiutamente, in sintonia profonda con la singolarità dei brani. Udo imprime la propria personalità con tranquilla noncuranza, dando l’idea di non aver avuto preoccupazioni di sorta nel cimentarsi con situazioni tanto famose. Appare una interpretazione effettuata conoscendo bene il materiale, forse grazie ad un amore netto per tali song.

I pezzi più tipici del metal, anche brani-icona come quelli dei Led Zeppelin; dei Motorhead o dei Judas Priest, si mescolano a quelli  meno attesi, come l’apripista di ‘FAITH HEALER’, evitando il lato sonoro più psichedelico dell’originale, trasformandolo in cadenzato pezzo roccioso di hard, più diretto e sferzante. Così come ‘FIRE’ di Arthur Brown, anch’esso ben più duro di una originale sonorità anni sessanta del tempo. Poi la song di Tina TurnerTHE CALL IT NUTBUSH’ che aumenta il tasso rovente già comunque presente nella versione originale e poi ‘JEALOUSY’ dove la bella interpretazione vocale non sfigura con quella di Miller del 1982, grazie però anche al coro. Oppure ancora, cantando in tedesco, con la composizione germanica ‘Kein Zuruck’ anno 2003 del gruppo amburghese, cioè della stessa città natale di Udo, la quale evita di apparire New Wave come invece era, diventando un pezzo melodico con arrangiamento distorto che fa permanere però il pathos; inoltre l’assolo, che non era presente nell’originale, ci sta benissimo scivolando via che è un piacere. Questi episodi colpiscono nel segno per la bravura negli arrangiamenti e dinamicamente spingono il giusto bottone della carica rockettara. Certo cantare ‘T.N.T.’ va più dalla parte di Jonhson che di Scott, ma va bene lo stesso che la giusta acidità è conservata. Per i Queen la scelta cade nella classicissima ‘We will Rock You’, prendendo però la versione metallica che apriva l’album dal vivo del 1979 ‘Live Killers’, e non quella da inno a battito di mani.

Ne è venuto fuori un affresco di colorazioni differenti anche se il tutto è stato realizzato in maniera coerente ed amalgamata. Un prodotto energetico e divertente per chi non cerca la novità a tutti i costi, e tra l’altro non è un album che uno può ascoltare solo per curiosità visto che riesce a donare il feeling giusto per ottenerne stimolante piacere. Si trovano quella tonicità e quella classe in grado di valorizzare sia le parti suonate che le esecuzioni dello stesso cantante Udo. In effetti il “modo” di Udo non è un modo qualsiasi, la sua verve non stona mai con lo spirito delle song scelte. Perfino ‘My Way’ non sembra fuori dalle sue corde (anche se a me personalmente quella canzone non piacerà mai), né fuori luogo. Davvero in questa esperienza egli ha tirato fuori una plasticità umorale che a volte nemmeno nei suoi dischi di musica inedita emerge. Tanto di cappello.

Roberto Sky Latini

 

Atomic Fire Records
www.udo-online.de/news-98.html

Faith Healer (The Sensational Alex Harvey Band)
Fire (Arthur Brown)
Sympathy (Uriah Heep)
The Call it Nutbush (Tina Turner)
Man on the Silver Mountain (Rainbow)
Hellriser (Sweet)
No Class (Motorhead)
Rock’n’Roll (Led Zeppelin)
The Stroke (Billy Squier)
Paint it Black (Rolling Stones)
He’s a Woman, She is a Man (Scorpions)
T.N.T. (Ac/Dc)
Jealousy (Frankie Miller)
Hell bent for Leather (Judas Priest)
We will Rock You (Queen)
Kein Zuruck (Wolfsheim)
My Way (Frank Sinatra)

Udo Dirkschneider – vocals
Peter Koobs – guitar
Stefan Kaufmann – guitar
Dee Dammers – guitar
Andrey Smirnov – guitar
Mathias “Don“ Dieth – guitar (track 3)
Harrison Young – keyboards (tracks 3-5)
Dieter Kuhlmann – trombone
Jens Buschenlange – trumpet
Tommy Schneller – sax
Peter Baltes – bass
Sven Dirkschneider – drums