Torchia
Descend Into The Infernal Chaos
Fin dagli esordi, caratterizzati da un death metal melodico venato di influenze thrash, i Torchia di Tampere, Finlandia, hanno intrapreso un percorso sempre più oscuro. Album dopo album, la band ha dato forma a un proprio universo di dark fantasy maledetto, popolato da antichi dei e praticanti delle arti oscure.
In linea con questi temi e con il loro impeto teatrale, anche la musica dei Torchia ha acquisito nel tempo un taglio più cinematografico e una sfumatura ancora più cupa. Nel loro quarto album, They Are Born Under Rules of the Darkness, le strane storie di horror gotico prendono vita all’interno di una visione tetra e decadente del XIX secolo.
È in questa atmosfera che mi accingo ad ascoltare Descend Into The Infernal Chaos, un disco — come mi capita spesso di dire — fatto davvero molto bene. La produzione, affidata a Janne Saksa e impreziosita dal mastering di Dan Swanö, si attesta su livelli ottimi; anche la grafica del disco contribuisce in modo importante alla costruzione dell’immaginario complessivo.
Con They Are Born Under Rules of the Darkness, i Torchia consolidano la propria direzione artistica, ampliando il sound verso una dimensione più oscura e blackened, senza però rinunciare alle basi melodiche e al ruolo centrale delle chitarre che da sempre definiscono la loro identità.Questo nuovo album rappresenta un capitolo fondamentale nel percorso artistico della band. Ambientato in un cupo scenario gotico di ispirazione ottocentesca, il lavoro dà vita alla narrativa dei Torchia attraverso racconti vividi di orrore, superstizione e sventura, unendo profondità narrativa e forza musicale inarrestabile.
Prima dell’uscita del disco sono stati pubblicati diversi singoli, tra cui Hellmouth, Stygian Waters e Nekromanteion, brani che hanno indicato con chiarezza le intenzioni della band finlandese. In queste tracce è già racchiusa buona parte del concept e dell’idea portante dell’album. Nel suo complesso, possiamo tranquillamente affermare che si tratta di un lavoro che non stanca mai durante l’ascolto; al contrario, crea quella tensione costante che un disco di questo tipo richiede. Perdere il filo del racconto significherebbe infatti rischiare di non immergersi fino in fondo in atmosfere tanto particolari quanto affascinanti.
Stefano Bonelli




