Suzi Quatro
Freedom
La settantacinquenne torna e lo fa un po’ scanzonata e un po’ seriosa, a modo tipicamente suo, senza mai divenire davvero originale, cosa che non è mai stata ma che ai tempi di gioventù aveva meno necessità di essere, rispetto ad oggi che di musica c’è n’è quasi più del necessario. Eppure il lavoro prodotto fa la sua bella presenza, non annoia e arriva dove deve arrivare con il tocco da rockettara che lei imprime. Senza esagerare in serietà, lei canta e suona più profonda quando si immerge nel lato blues che in effetti molto le si addice.
E il disco parte con la title-track ‘FREEDOM’ che nulla ha di particolare se non che è un bel rocketto piacevole e così pimpante da dare allegria; leggero come fosse adatto al film “Grease”, esso scorre benefico quanto inoffensivo. A ritmo sostenuto l’americanismo southern-blues-rock di ‘HANGING OVER ME’ è un tonico toccasana di stampo classico che funziona in quanto possiede una linea vocale decisa e l’unica cosa che gli manca è un assolo che elettrizzi meglio il tutto. Lo stomp aerosmithiano di ‘HERE’S YA BOOTS’ risulta il pezzo più intrigante del disco, trasporta nell’anima più rock verace degli USA grazie alla suadenza di armonica e feeling caldo, arrotondata da una buonissima linea vocale.
L’afa delle terre polverose d’America viene elicitata da una sinuosa ‘CAN’T LET IT GO’ che avvolge e fa muovere sia il piede che la testa, con il giusto carattere virile del blues; bella la chitarra slide ma certo sarebbe stato il caso di potenziare tale parte solista dato che il brano sembra pretenderlo. Anche la più hard ‘WOMAN’S SONG’ fa parte delle migliori tracce dell’opera; la sua aria in questi tempi moderni viene chiamata Stoner, ad ogni modo di nuovo manca un assolo di chitarra, assolutamente invece nelle corde della song. La grinta viene sviscerata soprattutto nella cover degli MC5; infatti con Alice Cooper viene urlata a voce grossa la famosa ‘Kick out the Jams’ la cui versione è azzeccatissima, nulla di davvero interpretativo, ma ci si lascia trasportare da una sporca energia rispettosa dell’originale.
Dischi migliori ne ha fatti e non sempre massimamente rock, eppure appare azzeccato essere uscita con questo full-lenght in quanto ha una prestanza efficace. Peccato per le parti soliste poco quantitative, che quando ci sono fanno un’ottima impressione; in effetti va ricordato che con lei ci si basa sempre sul cantato, a volte ripetendo troppo a lungo i ritornelli come ad esempio nell’inutile lungaggine di ‘Nobody held my Hand’, quando invece sarebbe stato il caso di lavorare di più sui passaggi sonori; l’esempio positivo in questo senso lo troviamo all’interno di ‘Going Down’ che è un brano minore per la linea melodica ma non certo per la sei-corde.
Non tutti i cantati sono di caratura, anche perché la signora non ha certo un’ugola virtuosa, ma per fortuna strutture e arrangiamenti evitano effusioni pop; in questo campo Suzi vive il suo spirito e sentiamo che vi si trova a suo agio. Pare che sia stato il figlio, chitarrista nell’album e terza volta con lei, a spingerla in un ambito che fosse del tutto rock-country-blues, di certo essendone anche il curatore della produzione, ha lasciato che questa scorresse liberamente e con onestà. Volenti o nolenti lei ha iniziato nel 1964, prima delle altre, prima di Pat Benatar (1974), prima delle Runaways (1975), prima delle Girlschool (1977), prima di Chrissie Hindye dei Pretenders (1978), a fare la rocker e al di là del livello artistico altalenante, rimane una delle più importanti artiste essendo riuscita a rompere gli schemi maschili nel rock. E infine ciò che conta è la musica, e quella ancora c’è.
Roberto Sky Latini





