intervista a 30denari a cura di Drakul218

  1. Kindly Plotting For Riot sembra raccontare una società sotto pressione: quanto è autobiografico?

È autobiografico nella misura in cui parte da una percezione reale, quotidiana, più che da una narrazione inventata. Non racconta eventi specifici della nostra vita in senso letterale, ma uno stato mentale che ci appartiene e che riconosciamo anche intorno a noi.“Kindly Plotting For Riot” nasce dall’idea di una pressione costante, sociale e personale, che si accumula fino a diventare quasi un rumore di fondo. In questo senso c’è sicuramente una componente autobiografica, perché è un modo in cui viviamo e filtriamo ciò che ci circonda.

Allo stesso tempo non è un diario personale: è più una lente attraverso cui osserviamo una condizione condivisa. L’autobiografia, se così si può dire, sta nell’approccio e nella sensibilità con cui leggiamo quella realtà, più che nei fatti raccontati.Ed è anche la società stessa, fatta di contraddizioni continue, a spingerci a descriverla: nel tentativo di raccontarla, in qualche modo contribuiamo a farla emergere e a farla continuare a esistere come tema e come tensione costante.

  1. Il tema del lavoro e dell’alienazione è centrale: perché affrontarlo così frontalmente?

Perché è qualcosa che viviamo e vediamo in modo diretto, non filtrato. Il tema del lavoro e dell’alienazione non ci sembra un concetto astratto o lontano, ma una condizione quotidiana che attraversa molte persone della nostra generazione.Affrontarlo frontalmente è stata una scelta quasi naturale, perché provare a raccontarlo in modo più metaforico o edulcorato avrebbe rischiato di allontanarlo dalla sua realtà. Ci interessava invece mantenerlo riconoscibile, immediato, anche a costo di risultare scomodi.Non c’è la volontà di fare un’analisi sociologica o di dare risposte, ma di restituire una sensazione. Se il linguaggio è diretto è perché anche quella condizione lo è: spesso non lascia molto spazio all’interpretazione, si impone così com’è.

Vorremmo piuttosto che chi ascolta si interrogasse sulle forme moderne di schiavitù che ci siamo in parte auto-imposti, sulla differenza tra esistere e sopravvivere, e sul tema del tempo rubato: quanto di ciò che viviamo ci appartiene davvero, e quanto invece viene assorbito da dinamiche che diamo per inevitabili.

  1. Pensate che la musica possa ancora essere uno strumento di resistenza?

Sì, ma non nel senso “tradizionale” o retorico del termine. Non pensiamo alla musica come a uno strumento di resistenza che deve per forza dichiararsi tale o assumere una funzione esplicitamente militante.Per noi la resistenza oggi sta soprattutto nel modo in cui si sceglie di fare le cose: mantenere coerenza, non adattarsi completamente alle logiche del consumo, restare fedeli a un’urgenza espressiva anche quando non è la strada più facile o immediata.

In questo senso, anche solo il fatto di raccontare certe realtà senza semplificarle, o di non edulcorare ciò che si sente, può diventare una forma di resistenza. Non perché la musica debba “cambiare il mondo” in modo diretto, ma perché può mantenere aperti degli spazi di pensiero e di dubbio che altrimenti tendono a scomparire.In più, la musica ha questa cosa unica: aiuta a legare i pensieri alle emozioni. Può trasformare rabbia, disagio o anche gioia in qualcosa di concreto, che si imprime perché si aggancia a ricordi e sensazioni. In questo modo anche concetti astratti diventano reali, vissuti, e quindi più difficili da ignorare.

Non vogliamo fare i maestri, né i “buoni” o i “cattivi”: il nostro obiettivo è semplicemente aprire un dialogo con chi ascolta, senza imporre una verità ma cercando uno spazio di confronto reale.

  1. I vostri testi sono molto concreti: è una reazione a una comunicazione più vuota?

In parte sì, ma non nasce come una reazione “contro” qualcosa in modo programmato. Più che altro è il nostro modo naturale di scrivere e comunicare.Siamo portati a preferire un linguaggio concreto perché ci sembra più onesto e diretto. Quando provi a parlare di certe cose in modo troppo astratto o diluito, rischi che perdano peso o che diventino facilmente neutralizzabili.

Detto questo, è vero che viviamo in un contesto in cui spesso la comunicazione è molto piena di forma ma vuota di contenuto, e questo inevitabilmente influenza anche il modo in cui scegliamo di esprimerci. Non per contrapposizione ideologica, ma perché sentiamo il bisogno di arrivare al punto.In generale, per noi la concretezza non è una scelta estetica, ma una questione di necessità: se una cosa va detta, preferiamo dirla nel modo più diretto possibile, senza sovrastrutture inutili.

E se consideriamo anche molte delle band da cui traiamo ispirazione o che fanno parte della moderna scena post-punk/dark, spesso si tende a usare metafore molto stratificate o complesse che rischiano di nascondere messaggi non sempre chiari. Noi abbiamo cercato una via diversa per dare voce alle nostre idee in modo coerente con la musica, senza perdere impatto ma mantenendo chiarezza e direzione.

  1. Quanto conta la dimensione collettiva rispetto a quella individuale nei vostri brani?

  2. Conta moltissimo, e in realtà le due dimensioni sono quasi inseparabili per noi.All’inizio c’è sempre una fase fortemente individuale, sia per quanto riguarda la musica che i testi: idee, spunti o frammenti che nascono da una sensibilità personale e ancora non hanno una forma definita. È un momento molto istintivo e solitario, in cui si gettano le basi.Poi però è insieme che tutto prende davvero forma. Il confronto tra di noi, il modo in cui ognuno interviene e rilegge ciò che è stato portato in sala prove o in studio, cambia spesso radicalmente la direzione del brano. È lì che l’idea diventa “band”, smette di essere individuale e si trasforma in qualcosa di collettivo.In generale, cerchiamo sempre un equilibrio: lasciare spazio all’identità di ciascuno nella fase iniziale, ma senza perdere l’unità del risultato finale. Alla fine il brano non appartiene a un singolo, ma a quello che diventiamo insieme mentre lo costruiamo.
  1. Il disco non offre vie di fuga: è una scelta voluta?

Non è proprio così. Non vogliamo dare indicazioni o costruire un percorso già tracciato per chi ascolta. Il nostro intento non è insegnare o guidare, ma piuttosto illuminare le crepe, le contraddizioni e le sovrastrutture che vediamo intorno a noi e dentro le cose.L’idea non è chiudere lo spazio, ma aprirlo. Non vogliamo offrire soluzioni o “vie di fuga” preconfezionate, perché pensiamo che ognuno debba arrivare alle proprie, attraverso il confronto e la ricerca, anche degli altri e delle loro esperienze.

Ci sono sicuramente muri alti, ma per noi il senso sta proprio nel metterne in evidenza le fessure: è lì che possono nascere possibilità diverse, nuovi passaggi, nuove letture.Magari poi sarà il pubblico a condividerle con noi

  1. Che ruolo ha la città nel vostro immaginario?

a città ha un ruolo molto forte anche nel nostro immaginario, e la nominiamo spesso in maniera esplicita nei testi. È un riferimento diretto, non solo simbolico o astratto.Per noi rappresenta sia una fonte continua di stimoli sia un elemento di pressione: un ambiente pieno di persone, rumori, velocità e contraddizioni che inevitabilmente entrano dentro la scrittura. È uno spazio che amplifica certe sensazioni, soprattutto quelle legate all’alienazione, alla fretta e alla sovrapposizione di realtà diverse.

La vediamo anche come un organismo quasi tumorale, che per sopravvivere schiaccia e fagocita l’umanità stessa, e che allo stesso tempo non potrebbe esistere senza di essa: una dipendenza reciproca e contraddittoria che la rende ancora più centrale nel nostro immaginario.Allo stesso tempo la città è anche il posto in cui tutto questo prende forma concreta, dove le cose succedono e si scontrano. Non la vediamo solo in modo negativo, ma come un sistema complesso che contiene tensione, energia e anche possibilità di connessione.

In questo senso, più che un’ambientazione, è quasi una condizione che influenza il nostro modo di leggere e raccontare quello che viviamo.

  1. Vi sentite più cronisti o interpreti del presente?

Più interpreti che cronisti, anche se la distinzione non è così netta.Non ci interessa raccontare il presente in modo “giornalistico” o documentaristico, come se dovessimo registrare fatti o descrivere la realtà dall’esterno. Quello che ci interessa è filtrarlo attraverso la nostra sensibilità, trasformarlo in qualcosa che abbia una dimensione emotiva e sonora.

In questo senso siamo interpreti: prendiamo ciò che viviamo e osserviamo e lo rielaboriamo, lo distorciamo anche, per restituire non tanto ciò che è successo, ma come viene percepito.Detto questo, una componente di cronaca indiretta c’è, perché partiamo comunque da ciò che ci circonda. Ma il punto non è riportarlo fedelmente: è far emergere quello che quel presente ci provoca, a livello umano e mentale.

  1. Quanto è importante disturbare l’ascoltatore?

Non è un obiettivo in sé. Non lavoriamo con l’idea di “disturbare” l’ascoltatore come provocazione fine a se stessa o come scelta estetica.Quello che ci interessa è essere onesti con quello che vogliamo esprimere. Se da questo nasce una sensazione di disagio, tensione o spiazzamento, allora fa parte del processo, ma non è qualcosa che cerchiamo artificialmente.Anzi, per noi è più importante creare una connessione che una reazione di shock. Il punto non è mettere l’ascoltatore in difficoltà, ma farlo entrare dentro un certo tipo di stato emotivo e mentale, anche complesso.

Se questo genera disturbo, bene. Ma non è il fine: è eventualmente una conseguenza del modo in cui scegliamo di raccontare ciò che sentiamo.

  1. Se il disco fosse un messaggio, quale sarebbe?

Se il disco fosse un messaggio sarebbe questo: apri gli occhi, guarda. Non sei solo. Non schiacciare l’altro per innalzarti, ma cerca il suo aiuto per portarvi allo stesso livello.Non è un invito moralistico o una lezione, ma un tentativo di spostare lo sguardo. L’idea è che molte delle dinamiche che viviamo si basano su isolamento e competizione, quando invece spesso la possibilità di uscita sta proprio nel riconoscere l’altro come parte dello stesso percorso.

In questo senso il messaggio non vuole chiudere, ma aprire: creare uno spazio in cui la consapevolezza nasca dal confronto e non dalla contrapposizione.

Grazie di cuore per lo spazio concessoci , supportate la musica indipendente underground
vi regalerà tante emozioni!!!

 TRACKLIST:

Modern Era Working Class
Judgment Day
The Horizon (ft. Rykarda Parasol)
Colpiscimi
Traitor (ft. Federica Lee Querizia Garenna)
Il Maleficio
Get Used To It (ft. Numa Echos)
Caro Nemico
Mirame A La Cara
Survive Alone

LINEUP:

Crez – voice
Zuzu – guitars / keyboards
Agostino – bass
Lorenzo – drums

Special guests:

Rykarda Parasol: female voice on 3; Federica Lee Querizia Garenna: female voice on 5; Numa Echos: female voice on 7