Geoff Tate
Operation Mindcrime III
Quando Geoff Tate e Chris DeGarmo concepirono “Oparation Mindcrime” nel 1988 insieme ai Queensrÿche, il progressive metal stava ancora cercando una propria identità definitiva.
“Operation Mindcrime” contribuì a definirla,un concept album cupo, politico e cinematografico, capace di intrecciare heavy metal tecnico, melodie sofisticate e una narrativa sorprendentemente adulta. La storia di Nikki , tossicodipendente manipolato dal carismatico Dr. X fino a diventare un assassino politico ,funzionava contemporaneamente come thriller psicologico, critica sociale e tragedia personale.Ma soprattutto funzionava perché sostenuta da una scrittura musicale eccezionale.
Troppo spesso ci si concentra infatti esclusivamente sulla trama dimenticando che il vero cuore di “Mindcrime” era la sua costruzione sonora ,arrangiamenti dinamici, riff memorabili, continui cambi atmosferici e una band in stato di grazia assoluta. La voce di Tate rappresentava allora il perfetto equilibrio tra tecnica, teatralità e aggressività emotiva, mentre la scrittura di DeGarmo riusciva a fondere immediatezza e complessità senza mai risultare artificiosa.Qualsiasi tentativo di espandere quell’universo era inevitabilmente destinato a confrontarsi con un’eredità enorme.
Eppure “Operation: Mindcrime II”, pur lontano dall’impatto del predecessore, riusciva almeno a giustificare la propria esistenza grazie a un’atmosfera ancora coerente e alla presenza monumentale di Ronnie James Dio nei panni di Dr. X. Non era un capolavoro, ma manteneva una certa dignità artistica.Poi arrivò il 2012 e con esso la frattura definitiva.La separazione tra Tate e il resto dei Queensrÿche sfociò in una lunga disputa legale sul nome della band, culminata nell’accordo del 2014 che lasciò ai membri storici il marchio Queensrÿche e concesse invece a Tate i diritti esclusivi per eseguire dal vivo “Operation: Mindcrime “e “Mindcrime II”. Da quel momento, quella saga divenne inevitabilmente il centro della sua identità artistica.
È in questo contesto che nasce “Operation: Mindcrime III”.,autoprodotto e distribuito indipendentemente, il disco prova a rientrare nell’universo narrativo originale raccontando gli eventi del primo album dal punto di vista di Dr. X. L’idea, sulla carta, non è nemmeno priva di fascino, ribaltare la prospettiva e trasformare il villain nel narratore avrebbe potuto offrire nuove sfumature psicologiche e politiche all’intera vicenda.Il problema è che l’album raramente riesce a tradurre questa intuizione in qualcosa di musicalmente memorabile.L’apertura affidata al breve scenario strumentale “The Scene of the Crime “prepara un’atmosfera inquieta che trova subito il proprio momento migliore in “You Know My Fucking Name”,qui emerge finalmente qualcosa che richiama davvero il DNA di Mindcrime…riff tesi, costruzione drammatica, senso di minaccia costante.
Per qualche minuto sembra quasi che Tate sia riuscito a ritrovare una parte di quella tensione narrativa che rese grande il primo capitolo, anche il breve inserto orchestrale del brano lascia intravedere ambizioni più articolate rispetto al semplice hard rock muscolare che domina gran parte del disco.
Purtroppo si tratta di episodi isolati,Il limite principale di questo disco è infatti la sua sorprendente mancanza di identità sonora,Dove il disco del 1988 possedeva un equilibrio unico tra heavy metal tecnico, teatralità e melodie sofisticate, questo terzo capitolo procede quasi sempre su coordinate hard rock/heavy metal estremamente generiche.La produzione moderna e massiccia affidata a John Moyer rende il suono più pesante e compresso, ma non gli conferisce maggiore personalità.
Brani come “Power” e “The Devil’s Breath “sono probabilmente gli episodi più riusciti dopo l’opener principale, melodici, incalzanti, costruiti con una certa attenzione dinamica e capaci a tratti di evocare il vecchio approccio compositivo dei Queensrÿche.Ma anche in questi casi manca quella brillantezza strutturale che rendeva imprevedibili i classici dell’era DeGarmo.Si percepisce continuamente una sensazione di familiarità senza che emerga mai un vero slancio creativo.Il resto della scaletta fatica invece a lasciare tracce significative, ” Set You Free e The Answer “si mantengono su standard discreti ma anonimi, mentre “A Monster Like Me” prova timidamente ad ampliare il proprio respiro con leggere sfumature jazzate che però rimangono appena accennate.
Gli interludi “Ascension” e “Descension” svolgono la loro funzione narrativa senza però aggiungere reale profondità all’esperienza complessiva.Anche sul piano strumentale il disco appare sorprendentemente prudente, la band che accompagna Tate è composta da musicisti assolutamente competenti, ma raramente sembra avere spazio per emergere davvero.Molti riff risultano poco memorabili, la batteria rimane quasi sempre ancorata a mid-tempo piuttosto statici e il basso resta confinato a una funzione puramente riempitiva nel mix.
Tutto sembra costruito attorno alla figura centrale di Tate, ma questo finisce per impoverire ulteriormente la personalità musicale dell’album e proprio la voce di Geoff Tate rappresenta inevitabilmente uno degli aspetti più delicati dell’intero lavoro.Il cantante conserva ancora carisma interpretativo e sa essere convincente nei registri più bassi e narrativi, dove il timbro mantiene intatta una certa autorevolezza teatrale. Tuttavia il range superiore mostra ormai limiti evidenti. In alcuni momenti ,soprattutto in “Vulnerable” , il vibrato appare instabile e la fatica nel sostenere determinate linee vocali diventa percepibile.L’utilizzo di armonizzazioni e seconde voci sembra spesso più una necessità tecnica che una vera scelta artistica.Ma il problema più grande di “Operation: Mindcrime III “non è nemmeno la performance vocale o la qualità dei singoli brani, ma la totale assenza di urgenza artistica.
Il primo Mindcrime era un album rabbioso, ambizioso, paranoico, profondamente immerso nelle tensioni sociali e politiche della propria epoca,parlava di manipolazione, estremismo, alienazione e corruzione con una lucidità che lo rende ancora oggi sorprendentemente attuale.Questo terzo capitolo, invece, sembra quasi timoroso di esporsi davvero,la narrazione procede senza particolari scosse emotive, l’album evita costantemente di rischiare sul piano compositivo e la tracklist finisce spesso per scorrere senza lasciare un’impressione duratura.Ed è inevitabile chiedersi se questo disco sarebbe mai esistito senza il peso simbolico del nome Mindcrime,probabilmente no.
E questa consapevolezza accompagna ogni ascolto con una sottile malinconia,perché più che un’autentica necessità creativa,” Operation: Mindcrime III “sembra rappresentare il tentativo di mantenere vivo un legame con l’unico momento realmente immortale della carriera di Tate.Non è un disastro,ci mancherebbe,qua e là emergono ancora frammenti di classe, intuizioni melodiche e il residuo carisma di una delle voci più importanti che il metal americano abbia mai avuto, ma sono lampi isolati all’interno di un’opera che non riesce mai davvero a giustificare la propria esistenza artistica.Se già “Mindcrime II “appariva superfluo, questo terzo capitolo finisce inevitabilmente per sembrare ridondante.
E forse è proprio questo il vero peccato dell’album, non fallire clamorosamente, ma limitarsi a esistere nell’ombra di un capolavoro che continua ancora oggi a sembrare irraggiungibile.
Lubranomic






