Dream Theater

Images and Words

Il Progressive-metal non aveva ancora avuto il suo picco quando gli americani Queensryche fecero uscire ‘Operation Mindcrime’ nel 1988. Il picco arrivò il 7 luglio 1992, col secondo lavoro degli altrettanto statunitensi Dream Theater. ‘Images and Words’ fece il botto artistico, la bellezza e la tecnica si sposarono indissolubilmente, battendo tutti i concorrenti in campo. Ne scaturì un prodotto perfetto, inattaccabile, sia per songwriting che per virtuosismo. Un album da imparare a memoria. Per questa realtà si può coniare la frase: “gli Yes del metal”. In effetti, guardando poi a tutta la discografia dei Dream la loro forma ha a che fare parecchio con il prog rock degli anni settanta. Come gli Yes sono da considerare il gruppo rock più tecnico e virtuoso dal punto di vista strumentale, questi sono da considerare alla stessa stregua per il metal, dove sono pochissimi coloro che possono competergli. La band aveva esordito tre anni prima con un interessante ‘When Dream and Day Unite’ assemblando però una registrazione sgraziata, poco consona al genere suonato; dove pervengono addirittura stonature e indecisioni troppo evidenti. Ma come un cigno magnifico, il brutto anatroccolo scomparve, e si affacciò al mondo la bellezza più pura. I Dream Theater possedettero di colpo già la perfezione, senza passare per dischi interlocutori, senza progressioni. Merito anche della sostituzione del cantante che non era più Dominici, ma il canadese James Labrie, oggi diventato mito, la cui ugola risultò massimamente godibile. La capacità della band è quella di costruire tanti sentieri ma di tenerli insieme così da essere credibili all’interno di ogni singola canzone, non perdendo contatto con l’idea di base che l’ha fatta nascere.

L’album ha due canzoni centro estetico della band: l’apripista del disco ‘PULL ME UNDER’ che diverrà la hit commerciale vera del disco, quella che con un video verrà messa a ripetizione da MTV, diventando mainstream, e ‘ TAKE THE TIME’ che attirerà maggiormente i fan nel tempo, con grande ampiezza sonora ed orecchiabilità, terzo singolo dell’album con terzo video, ma che poi sarà eseguita poco dal vivo perché mette in difficoltà le capacità canore di Labrie, essendo costruita con una linea melodica molto tecnica su escursioni di tono potenti. Questi due momenti sono l’apice suggestivo ma non l’apice della fruibilità accattivante. Infatti ‘PULL ME UNDER’ è piuttosto dura e sarebbe anti-commerciale in sé, la sua verve spinge le chitarre verso un muro di suono, mentre i cambi di ritmo e le dinamiche attuate non la semplificano affatto. In ‘TAKE THE TIME’ invece c’è una esagerazione di assoli che la rendono mai uguale a se stessa, e oltre a questo ci sono le strofe che non vengono ripetute, tra un ritornello e l’altro la linea melodica muta e non diventa appiglio per l’ascoltatore che può legarsi appunto solo al ritornello, anche qui quindi con una essenza anti-commerciale, considerando anche la lunghezza temporale che supera gli otto minuti. Interessante su questa song la parte dove compare un parlato in italiano che è una citazione del film ‘Nuovo Cinema Paradiso’, la voce originale tratta dalla pellicola. L’altro brano con video, che ha molto di più le caratteristiche da singolo, fu ‘ANOTHER DAY’, una gentile pseudo-ballata che regala gentilezza e dolcezza con raffinata suadenza, quasi pop nonostante se ne stia ben lontana da quel genere, ma la soavità vocale con cui è interpretata la rende magica, tra l’altro anche qui una esecuzione parecchio impegnativa, e ne determina la diminuzione del tasso catchy donandole altezza pregnante, impreziosita anche da un amabile sassofono.

Possiamo associare a questa dimensione anche la sofficissima e dolcissima ‘WAIT FOR SLEEP’, traccia breve, molto più breve delle altre con i suoi due minuti e mezzo, ma che è sufficiente con voce-pianoforte ad immergere in lande rarefatte e fascinose, con intenso appeal. Con ‘Under the Glass Moon’ si ha di nuovo un tasso di chitarra più metallizzata, una cavalcata immediata nello spirito eppure molto elaborata per tutta la cura che ha ricevuto; una bella avventura che tra parti ammortizzate ed impennate bollenti possiede una carica emozionale intensa con le sue pluralità di vedute. Naturalmente anche i Dream hanno muse ispiratrici, e i Rush non possono che essere tra le principali fonti, e si sente nella ariosa ‘Surrounded’ che forse è il momento meno personale, seppur bellissimo, tra le composizioni qui presenti. Due sono le vere e proprie suite, due esaltanti monumenti sonori tipicamente prog, in quel senso che è stato concepito negli anni settanta da gruppi iconici come Genesis, Yes e Pink Floyd. La più breve delle due è ‘METROPOLIS-Part I (ma non esisteva l’idea della part II venuta alla luce solo sette anni dopo) che dura circa nove minuti e mezzo: una ambientazione piena di chiaro-scuri dipinta con abile  raffinatezza, ritenuta dal pubblico come la vera sostanza di cui è fatto il gruppo. In effetti siamo di fronte ad una eccelsa prova artistica che possiede mille luci e che dona mille sensazioni, in una ridda di iperboli suadentissime, con un tecnicismo superbo che però riesce a rendere fruibilissimo ogni istante. La maestria strumentale non cede di una virgola nella più lunga ‘Learning to live’ (11’.30”), grondando ancora  stile ed eleganza, altrettanto scattante, quanto più maestosa con una certa vena sinfonica che si mescola ad una rockitudine piuttosto netta e decisa, assomigliando ancora una volta ai Rush (sempre in senso positivo). In questo mare sonoro l’assolo di chitarra è una stupefacente fonte di  godimento, elaborando rivoli e rivoli di acque sorgive che diventano un unico fiume in piena, tecnicissimo e spiritualissimo, senza contare come tastiere e pianoforte si intersechino con egregia naturalezza, il tutto brillando di raggi d’oro.

Ogni strumentista dei Dream è un capo, cioè un padrone del proprio strumento. Le tastiere sono una gemma altisonante e preziosa, la chitarra è un continuo saliscendi di trovate, senza contare l’eclettismo del batterista, autentico mattatore e creativo del gruppo. Infatti tutti partecipano alla scrittura compositiva, e ognuno è leader di ciò che esprime. I Dream sono stati capaci di unire insieme le diverse forze metalliche, più dure e più morbide, rendendole una matassa compatta che ha generato una nuova visione d’insieme. Ciò genera brividi nell’ascoltatore oltre ad essere stata un passo avanti nella dimensione artistica. Nel mondo della musica in generale, e non solo del rock, questa opera è degna di essere considerata “musica classica”, espressione artistica universale. Come un disco dei Pink Floyd o dei Genesis, ‘Images and Words’ merita di venire pensata come creazione senza tempo, patrimonio dell’arte. E ne festeggiamo il trentennale senza tentennamenti, perché è un lavoro centrale per capire l’evoluzione della musica. Se si fanno classifiche di valore, questo è uno di quei dischi che merita dieci e lode, cioè uno di quelli che fa parte dell’empireo sonoro, punto di riferimento e metro di comparazione in senso mondiale. Ad oggi disco insuperato dagli stessi Dream, ma anche inarrivato da chiunque sia arrivato dopo. Perfezione! 

Roberto Sky Latini

Atco records
www.dreamtheater.net

Pull Me under
Another Day
take the Time
Surrounded
Metropolis –PartI: The Miracle and the Sleeper
Under a Glass Moon
Wait for Sleep
Learning to Love

James LaBrie – vocals
John Petrucci – guitar
Kevin Moore – keyboard
John Myung – bass
Mike Portnoy – drums