Clive Nolan
Song of the Winter Throne The Saga of Håkon Håkonsson
A due anni di distanza da Song of the Wildlands, Clive Nolan torna a vestire i panni del cantastorie medievale e lo fa con un’opera che ambisce a essere il suo magnum opus solista. Song of the Winter Throne non è soltanto un disco di progressive rock sinfonico: è un film senza immagini,
un dramma storico in quattordici quadri che racconta l’ascesa di Håkon Håkonsson, il bambino nato nell’ombra e diventato re di una Norvegia finalmente in pace.Il concept è suddiviso in tre atti che seguono fedelmente l’arco narrativo: l’infanzia clandestina e la fuga attraverso le montagne, la lotta per il potere tra nobili e Chiesa, e infine il trionfo con l’incoronazione e l’eredità finale. Una scansione classica, quasi teatrale, che Nolan gestisce con mano sicura senza mai far pesare la lunghezza (57 minuti) né la densità del racconto.
L’apertura affidata a Born in Shadow è una dichiarazione d’intenti: archi cupi, arpeggi di tastiera e poi l’esplosione del coro in antico norreno, che funziona come una sorta di portale sonoro verso il XIII secolo. The Woman from Varteig introduce il cuore emotivo del disco con una voce folk femminile di rara intensità, mentre Flight of the Birkebeiners è puro progressive rock strumentale, una cavalcata di sintetizzatori che ricorda le pagine migliori della discografia di Nolan.La seconda metà dell’album alterna momenti di tensione (Fractured Throne, con i suoi tempi dispari) a episodi di grande respiro melodico. A Kingdom Rejoices segna la svolta luminosa del racconto, ma è Frost Upon the Longships il vero gioiello: un pezzo che fonde l’epica dei Pendragon con ritmiche folk-rock e un ritornello che si stampa nella memoria al primo ascolto. Non stupisce che sia stato scelto come singolo.
La chiusura affidata alla title track riprende i temi dell’introduzione e chiude il cerchio con un finale di maestosa solitudine: il coro norreno e l’orchestra si spengono lentamente, lasciando l’ascoltatore sospeso tra storia e leggenda.L’equilibrio tra rock, orchestra e cori è palese, nessun elemento sovrasta gli altri. Le chitarre prog-metal di Wolves Gather convivono con gli organi ecclesiastici di Ritual of Faith senza attriti. L’uso dell’antico norreno nei cori, dona autenticità e potenza evocativa, distinguendo il disco dalle classiche rock opera.
Infine la narrazione della storia scorre fluida e si percepisce attraverso la musica, merito di una scrittura che sa essere cinematografica senza scadere nel retorico. La parte centrale, legata alle trame politiche e ai duetti nobiliari (The Puppet Crown, Fractured Throne), risulta leggermente più densa e richiede ascolti ripetuti per essere pienamente apprezzata. Non è un disco da sottofondo: senza i testi alla mano, alcuni passaggi rischiano di sfuggire all’ascoltatore occasionale.Song of the Winter Throne è un acquisto obbligato per gli amanti del progressive rock sinfonico e delle grandi narrazioni epiche, Clive Nolan dimostra ancora una volta di essere un maestro indiscusso del genere, capace di trasformare la storia medievale in pura magia musicale.
Si tratta di un’opera ambiziosa che, a distanza di tempo, potrebbe rivelarsi il suo capolavoro solista.
Massimo Cassibba





