Intervista a PAUL LAINE “ THE LONG ROAD BACK”

«La lunga strada del ritorno»: un viaggio tra passato, presente e futuro

D: Il titolo The Long Road Back sembra quasi autobiografico. Da cosa stai tornando esattamente e verso cosa stai tornando?

R: È stato semplicemente un lungo viaggio per tornare a realizzare dischi solisti. Quando ho iniziato, pensavo che avrei fatto album da solista per tutta la vita, sai? Ma è la vita a scegliere le strade che percorri: devi solo imparare a riconoscere i segnali lungo il cammino. Se ci riesci, forse puoi costruirti una carriera più lunga, anziché una breve, come sarebbe potuto facilmente succedere a me. Grazie a Dio, ho imboccato le strade che ho imboccato.

D: Perché il 2026 era il momento giusto per questo disco? C’è stato un evento o una sensazione particolare che ti ha fatto capire di dover realizzare un nuovo album di Paul Laine?

R: Molto semplicemente, ero arrivato alla fine del mio primo contratto discografico con i Defiants, dopo aver consegnato i nostri tre album. So che Bruno e Rob volevano prendersi una pausa dalla musica, ma io no. Quando la Frontiers mi ha proposto un contratto per un album solista, ho pensato: «Se non adesso, quando?».

D: C’è una canzone del nuovo album che rivela qualcosa di te che probabilmente faresti fatica a esprimere durante una normale conversazione?

R: Bella domanda. Ascolta, sono un artista. Per un artista, metà del motivo per cui dipinge, mette nero su bianco dei versi o registra una canzone è che in questo modo è più facile liberarsi di ciò che si ha dentro, ed è anche catartico.La musica è una conversazione con chi ascolta, ma anche con chi la compone. Una conversazione che lui o lei porta avanti nella propria testa.Credo che la migliore forma d’arte nasca dal bisogno di comunicare i sentimenti che si hanno nel cuore. E, molto spesso, farlo attraverso l’arte è più facile che affrontare davvero quella conversazione di persona.Ogni canzone che scrivo nasce dal desiderio di affrontare determinate questioni attraverso la musica, e soltanto attraverso la musica.

D: Senti ancora di avere qualcosa da dimostrare come Paul Laine, piuttosto che essere ricordato semplicemente come «l’ex cantante dei Danger Danger»?

R: È così che vengo ricordato? Se è così, non sono d’accordo. Ma, in fondo, non sta a me deciderlo, giusto?La verità è che, prima di tutto, realizzo questi dischi per me stesso. E questo significa che, finché non sono soddisfatto e non sento di aver fatto il meglio possibile, il disco non esce.Il motivo è semplice: così non devo preoccuparmi delle eventuali critiche negative della stampa o dell’opinione del pubblico. Se so di aver dato il massimo, allora sono felice.A questo punto della mia vita non ho niente da dimostrare a nessuno. Se ti piace quello che faccio, fantstico! Se non ti piace, va bene lo stesso. Francamente, non me ne frega un cazzo.Quando finisco un disco, passo alla prossima cosa della vita che richiede la mia attenzione.

D: Quando oggi ascolti il ragazzo che ha realizzato Stick It In Your Ear, cosa senti? Ambizione, innocenza, arroganza, fame di successo… oppure una persona che ormai fai fatica a riconoscere?

R: Sento un ragazzo pieno di ottimismo nei confronti della vita che lo aspetta. Quando sei giovane e hai appena iniziato, hai davanti possibilità infinite.E, a dire il vero, è proprio questa la cosa a cui ho sempre cercato di aggrapparmi nel corso della mia carriera: la sensazione che il cielo sia l’unico limite.

D: Gli anni trascorsi con i Danger Danger hanno inevitabilmente portato a confronti con Ted Poley. Questi paragoni sono mai diventati un peso oppure, alla fine, ti hanno reso un artista più forte?

R: Non me ne è mai fregato assolutamente un cazzo. Siamo due persone diverse, due cantanti diversi.Inoltre, prima di entrare nei D2, avevo già avuto il privilegio di essere un artista solista e un compositore, quindi ho sempre guardato alla mia carriera da quella prospettiva.Quando stai costruendo il tuo percorso professionale, non ha alcun senso preoccuparsi di quello che fa qualcun altro. Devi a te stesso e al tuo pubblico il dovere di concentrarti su ciò che stai facendo tu. Non farlo significa danneggiare te stesso.

D: Il melodic hard rock ha un pubblico incredibilmente fedele, ma la nostalgia può anche diventare una trappola. Come si può rendere omaggio a quel sound classico senza limitarsi a cercare di ricreare il passato?

R: Semplice: non cercare di ricreare il tuo passato.

Penso che tutti gli artisti di questo genere dovrebbero realizzare il disco che desiderano fare, invece di cercare di ricatturare un momento della propria vita ormai lontano.È stupido. Stai vivendo qui e ora, nel presente. Fai musica che rispecchi questo momento.È molto più facile comportarsi così, e non c’è niente di sbagliato nella nostalgia. Quasi tutte le canzoni, vecchie o nuove e di qualsiasi genere, parlano di nostalgia: una relazione che non riesci a dimenticare, qualcosa che ti è successo, nel bene o nel male.

D: Hai conosciuto il successo, le delusioni, i cambiamenti delle tendenze musicali e un’industria discografica completamente diversa da quella degli esordi. C’è mai stato un momento in cui hai pensato seriamente: «Basta, ho chiuso con la musica»?

R: Dio mio… Tantissime volte.

D: Dopo tutto quello che hai passato, oggi cosa spaventa di più Paul Laine: il fallimento, diventare irrilevante oppure ripetersi?

R: Nessuna di queste cose. A preoccuparmi sono le brutte notizie del medico o le cose brutte che possono capitare a qualcuno a cui voglio un bene immenso. Sono queste le cose che mi turbano.

D: Quando questa lunga strada sarà finalmente giunta al termine, cosa speri che le persone dicano di ciò che Paul Laine ha portato al rock ‘n’ roll?

R: Il mio unico desiderio è che le persone si godano la mia musica.Per quanto riguarda l’eredità che lascerò, è mia modesta opinione che spetti al pubblico decidere quale sarà.La vita è troppo breve. Sono soddisfatto di ciò che lascio alle mie spalle: ho fatto del mio meglio.

Grazie per il tuo tempo.