Paul Laine
The Long Road Back
Nel melodic rock, il rischio più grande non è invecchiare,ma diventare la caricatura di ciò che si era,Paul Laine, per fortuna, sembra averlo capito benissimo.
A oltre trent’anni da “Stick It In Your Ear”, il cantante dei Danger Danger torna con “The Long Road Back”, un titolo che potrebbe far pensare all’ennesimo viaggio nostalgico tra lacca, chitarre cromate e ritornelli costruiti per sopravvivere agli anni Ottanta,ma sarebbe un errore liquidarlo così in fretta,perché Laine non torna per chiedere al passato di restituirgli il favore…torna per dimostrare che certe melodie non hanno una data di scadenza e che l’esperienza, quando incontra il talento, può essere molto più interessante di qualsiasi tentativo di sembrare eternamente giovani.
Del resto, Laine non è uno che abbia trascorso gli ultimi decenni a lucidare i ricordi,dai Danger Danger ai The Defiants, passando per una carriera costellata di collaborazioni eprogetti paralleli, ha continuato a frequentare quel territorio in cui il rock incontra il pop, le chitarre hanno ancora qualcosa da dire e un ritornello azzeccato può salvarti la giornata meglio di qualsiasi seduta di terapia.La differenza, oggi, è che non sembra più interessato a dimostrare quanto sappia giocare secondo le regole del genere,preferisce ricordarci perché quelle regole, quando vengono applicate con mestiere e personalità, funzionano ancora.Pubblicato da Frontiers Music Srl il 25 settembre 2026, The Long Road Back è un disco
che guarda alle radici dell’AOR senza trasformarsi in una festa in maschera.La produzione, curata da Laine insieme a Bruno Ravel, è nitida e potente; la chitarra solista di Andrew Oye aggiunge colore e dinamismo, mentre Scotty “Hooch” Taylor garantisce una base ritmica solida.Tutto è al posto giusto, forse persino troppo: qui non troverete improvvisazioni selvagge o produzioni ruvide da garage, ma un melodic rock costruito per arrivare dritto al bersaglio. E, nella maggior parte dei casi, il bersaglio viene centrato.
L’apertura con “Love Me Or Leave Me” mette subito le carte sul tavolo,chitarre incisive,tastiere che colorano il ritornello e una linea vocale che dimostra quanto Laine sappia ancora maneggiare le melodie senza trasformarle in zucchero filato.È un inizio familiare, certo, ma non per questo meno efficace. “Don’t Let Me Go Tonite”rilancia con un refrain che sembra arrivare direttamente dall’epoca d’oro del rock da arena, quella in cui bastavano una notte, una storia sentimentale complicata e qualche migliaio di watt per sentirsi padroni del mondo. I fantasmi di Bon Jovi e Night Ranger si aggirano nei paraggi, ma non c’è bisogno di chiamare gli acchiappafantasmi…qui sono ospiti graditi.
Il primo vero cambio di passo arriva con “Someday”, scritta insieme ad Andrew Oye,Laine abbassa le difese e lascia emergere una sensibilità più raccolta, dimostrando che lamaturità non consiste soltanto nel cantare con maggiore controllo, ma anche nel sapere quando non serve alzare la voce,la melodia è elegante, l’interpretazione credibile e il risultato evita quella retorica sentimentale che spesso trasforma le ballate AOR in cartoline d’auguri con troppi cuoricini.“Come Back To Me” riporta il disco su binari più luminosi, con un andamento scorrevole e un assolo di Oye che impreziosisce una struttura immediata.“Save Me Saturday Night”, già dal titolo, sembra invece voler riaprire le porte di un
locale illuminato al neon, tra storie improbabili, promesse fatte alle due del mattino e ritornelli da urlare senza preoccuparsi troppo dell’intonazione.È melodic rock nella sua forma più riconoscibile: diretto, radiofonico, deliberatamente romantico,se cercate complessità progressive, avete sbagliato indirizzo; se volete una canzone capace di mettere in moto la testa e il piede destro, siete nel posto giusto.La sorpresa più interessante della prima metà è però “Her Name Is Trouble”, un’introduzione parlata apre la strada a un groove più sporco e aggressivo, con chitarre robuste e una componente funk-rock che rompe la levigatezza dei brani precedenti,è qui che il disco mostra i denti, lasciando intravedere un lato meno accomodante di Laine.
Non sarà il brano che riscriverà la storia dell’hard rock, ma ha il merito di spezzare la sequenza melodica con un’iniezione di energia autentica,a rincarare la dose arriva “Bad Habit”, altro episodio che gioca con una maggiore incisività strumentale e qualche sfumatura più moderna.Il pezzo conferma la capacità del disco di alternare le aperture melodiche a momentipiù muscolari, anche se non sempre riesce a distinguersi quanto vorrebbe,è uno dei limiti di “The Long Road Back“, la qualità media rimane alta, ma alcune canzoni sembrano condividere lo stesso guardaroba, con il rischio che le personalità dei singoli brani finiscano per somigliarsi un po’ troppo.Nella seconda parte, “Heaven And Earth Collide” riporta al centro la dimensione
emotiva, Laine canta con misura, lasciando che siano le sfumature della melodia a sostenere il brano.Non c’è bisogno di esagerare con gli archi o di trasformare ogni passaggio inun’esplosione da finale di stagione televisiva, la canzone funziona proprio perchéconcede spazio alle emozioni senza ricattare l’ascoltatore.Poi arriva “Kiss Me California”, uno degli episodi più curiosi della scaletta,le tastiere morbide, l’atmosfera rilassata e una sensibilità quasi da cantautore californiano allontanano per un momento il disco dall’hard rock tradizionale.Si avverte una luminosità che richiama certe produzioni pop-rock americane, con una vena roots appena accennata,è una parentesi piacevole, meno prevedibile di quanto il titolo possa suggerire, e dimostra che Laine può allargare il proprio vocabolario senza perdere la riconoscibilità.“The Ones That Got Away” riporta in primo piano la malinconia, ma lo fa senza appesantire il racconto, una canzone che parla di ciò che sfugge, delle occasioni perdute e di quei ricordi che, con il passare degli anni, diventano più ingombranti dellepersone che li hanno lasciati.
La melodia ha il respiro ampio del grande AOR, con quella capacità di trasformare una vicenda personale in qualcosa in cui chiunque può riconoscersi.La chiusura con “Now That You Don’t Love Me Anymore” completa il percorso con una ballata costruita attorno a pianoforte, archi e un’interpretazione vocale che punta sull’intensità più che sull’esibizione.Il titolo non lascia molto spazio all’ottimismo, ma almeno la canzone evita di scivolare nel melodramma gratuito.Laine sa come accompagnare una melodia fino al suo punto emotivo più alto e,soprattutto, sa quando lasciarla respirare, una conclusione coerente con il caratteredel disco e meno interessata a stupire che a lasciare qualcosa dopo l’ultimo accordo.Naturalmente, non tutto è oro colato,la produzione è impeccabile, ma la sua pulizia tende talvolta a livellare le dinamiche, alcune soluzioni melodiche sono prevedibili e certi testi non si sottraggono ai cliché sentimentali del genere.
Chi si aspetta una netta rottura con il passato potrebbe rimanere deluso, “The Long Road Back” non vuole reinventare Paul Laine, né tantomeno l’AOR,preferisceconsolidare una formula che conosce bene, affidandosi alla qualità della scrittura e auna voce che resta il suo principale punto di forza,forse è proprio questa la sua ragione d’essere.In un panorama nel quale molti veterani oscillano tra la replica dei vecchi successi e l’inseguimento tardivo delle mode, Laine sceglie una terza strada: continuare a scrivere canzoni melodiche, curate e sincere, senza fingere di avere ancora vent’anni. Il risultatonon è rivoluzionario, ma è tutt’altro che trascurabile.“The Long Road Back” è un ritorno solido, elegante e ricco di melodie, con diversi momenti convincenti e qualche passaggio che avrebbe meritato maggiore coraggio.Non tutte le canzoni lasciano il segno allo stesso modo, ma quando Laine trova l’equilibrio tra potenza, melodia e vulnerabilità, ricorda a tutti perché il melodic rock continua ad avere un pubblico fedele…perché alla fine il punto non è tornare agli anni Ottanta, né vestirsi come se il calendario si fosse fermato.
Il punto è scrivere una canzone che funzioni ancora quando le mode sono passate, i capelli si sono diradati e il giubbotto di pelle ha visto giorni migliori.
Paul Laine, su questo, ha ancora parecchio da insegnare
Lubranomic






