Pooh 60 La Nostra Storia

PalaEur Roma – 16/ 10 /2026
Report & foto a cura di Lady “O”

Pooh 60 La Nostra Storia | PalaEur Roma – 16 Ottobre 2026 Pooh, sessant’anni in un soffio di vento Roma canta la storia di una band che non smette di emozionare

Palazzo dello Sport esaurito per una serata che va oltre la nostalgia. Da «Banda nel vento» a «Parsifal», Facchinetti, Battaglia, Canzian e Fogli ripercorrono sei decenni di musica, mentre il pubblico restituisce alle canzoni il loro significato più autentico.ROMA — Si comincia con Banda nel vento, e già nel titolo c’è qualcosa che somiglia a una dichiarazione d’intenti. Il vento porta via, disperde, trasforma. Ma può anche tenere in movimento ciò che, altrimenti, rischierebbe di fermarsi. È un’immagine che sembra fatta  apposta per i Pooh, arrivati al traguardo dei sessant’anni di carriera con un patrimonio di canzoni che continua a viaggiare attraverso le generazioni. Al Palazzo dello Sport, il PalaLottomatica per tanti romani è tutto esaurito. Ma la fotografia più interessante della serata non è soltanto quella di un’arena piena: è quella di un pubblico mediamente maturo, consapevole della propria storia musicale, che non si limita ad assistere al concerto.
Partecipa, canta, accompagna i protagonisti dall’inizio alla fine. Non c’è la distanza di chi guarda un monumento del passato, ma la familiarità di chi ritrova qualcosa che gli appartiene.

È questo, probabilmente, il segreto più difficile da spiegare dei Pooh. Sessant’anni sono un’enormità nel mondo della musica leggera, dove cambiano i linguaggi, le tecnologie, i gusti e perfino il modo di ascoltare una canzone. Eppure, il loro repertorio conserva una capacità di convocare ricordi che va oltre il semplice effetto nostalgico. Perché le canzoni, quando entrano davvero nella vita delle persone, smettono di appartenere soltanto a chi le ha scritte: diventano la colonna sonora di esistenze individuali, di amori, separazioni, attese e ritorni come ci ha ricordato Red nel suo intervento a tu per tu con il pubblico. Nel corso della serata, infatti, ogni quattro o cinque brani, i musicisti si fermano a parlare con il pubblico. Non è soltanto una pausa tra una canzone e l’altra. È il modo per riannodare i fili di una storia lunga sei decenni, richiamando ricordi ed emozioni, riportando la musica dentro il tempo in cui è nata e dentro quello, inevitabilmente diverso, in cui viene ascoltata oggi.

Il rischio, in un anniversario così importante, sarebbe quello di trasformare il concerto in una lunga celebrazione, una successione di successi rassicuranti e applausi prevedibili. Ma i Pooh hanno anche un’altra storia da raccontare: quella di un gruppo che non si è limitato a costruire melodie capaci di entrare nella memoria collettiva, ma ha coltivato ambizioni musicali, arrangiamenti complessi e un’identità riconoscibile. A ricordarlo sono soprattutto brani come L’ultima notte di caccia, L’aquila e il falco e Parsifal. Qui emerge una dimensione diversa, più articolata, che invita ad ascoltare oltre la superficie  della melodia. In particolare, Parsifal restituisce la misura delle ambizioni musicali della band:

un’opera che richiama un immaginario epico e mostra quanto i Pooh abbiano saputo allargare i confini della canzone popolare italiana, cercando soluzioni sonore e narrative non sempre scontate per il panorama musicale dell’epoca nonché i grandi effetti speciali sul palco che li ha sempre contraddistinti regalando emozioni visive forti e da batticuore. È un passaggio importante, perché aiuta a sottrarre il gruppo alla definizione, troppo facile, di semplice fenomeno generazionale. I grandi successi sono una parte fondamentale della loro identità, ma non la esauriscono. Dietro le canzoni che tutti conoscono c’è un percorso artistico che merita di essere riascoltato, non soltanto ricordato. E poi c’è la platea. Un pubblico non più giovanissimo, certo, ma tutt’altro che passivo. Canta senza smettere, segue i musicisti, partecipa con un entusiasmo che non ha bisogno di essere confuso con l’euforia di una moda passeggera. In quella coralità si legge qualcosa di più profondo della fedeltà a una band: il bisogno di riconoscersi in una storia comune.

La musica, del resto, ha questo privilegio raro. Può riportarci per qualche minuto a una stagione della vita senza obbligarci a fingere che nulla sia cambiato. Chi canta oggi una canzone ascoltata decenni fa non è più la persona che l’ha incontrata per la prima volta. Ha attraversato esperienze, perdite, cambiamenti. E proprio per questo quelle parole possono assumere un significato nuovo. I Pooh sembrano abitare questa contraddizione: sono una band che appartiene alla memoria,ma che continua a vivere nel presente di chi la ascolta. I loro sessant’anni non cancellano il tempo trascorso; lo rendono udibile. Dentro le canzoni convivono il passato di chi c’era e la curiosità di chi vuole capire perché quelle melodie siano rimaste. Alla fine, il valore di un concerto celebrativo non si misura soltanto dal numero dei biglietti venduti o dalla quantità di successi eseguiti. Si misura anche da ciò che accade tra il palco e la platea, da quella corrente invisibile che permette a una canzone di non esaurirsi nel momento in cui termina. Al Palazzo dello Sport, ieri sera, il pubblico ha cantato con i Pooh. È una constatazione semplice, ma contiene forse il senso più autentico di sessant’anni di musica: non la pretesa di fermare il tempo, bensì la capacità di attraversarlo insieme. Come il vento evocato dalla prima

canzone, che non rimane mai nello stesso posto e tuttavia lascia il segno del proprio passaggio.E poi c’è una storia dentro la storia. La mia. Ieri sera ero lì, come altre trenta volte nell’arco di quarant’anni della mia vita. Non soltanto spettatrice, ma testimone di un percorso che, in qualche modo, è cresciuto insieme al mio. IPooh hanno accompagnato stagioni diverse, momenti felici e passaggi difficili, cambiamenti,incontri, emozioni che allora forse non sapevo nemmeno come chiamare. Le loro canzoni erano lì, a fare da colonna sonora a una storia personale che, concerto dopo concerto, si intrecciava con la loro. Sono cresciuta con loro. E forse è proprio questo il privilegio più grande che mi porto a casa da ogni serata: accorgermi che il tempo è passato, che io sono cambiata, che tante cose non sono più quelle di una volta, ma che alcune emozioni sanno ancora ritrovare la strada. Basta una nota, un’introduzione riconoscibile, una voce che comincia a cantare perché si riaprano stanze della memoria che credevamo chiuse.Trenta concerti in quarant’anni non sono soltanto un numero. Sono un pezzo di vita, una fedeltà

che non ha bisogno di spiegazioni e una storia che continua ad aggiungere pagine. Ieri sera,mentre il Palazzo dello Sport cantava con loro, ho ritrovato anche tutte le versioni di me che quei concerti li avevano già vissuti.Forse è questo che significa davvero crescere con una band: non restare fermi nel passato, ma avere qualcuno che, attraverso la musica, ci ricorda da dove veniamo. E mentre i Pooh attraversano il loro sessantesimo anno di storia, mi rendo conto che, in fondo,

una parte di quella storia è anche la mia.

SETLIST:

Banda nel vento
Quello che non sai
Vieni fuori
In silenzio
Nascero’ con te
Cantero’ per te
Ie e te per altri giorni
Pronto buongiorno
Amici x sempre
L’altra donna
Stare senza di te
Non lasciarmi mai piu’
Per qualcosa ancora
Il cielo e’ blu sopra le nuvole
Rotolando respirando
Red e Phil
L’aquila e il falco
Parsifal
Tu dov’eri
Scusami
Maria marea
Alessandra
Figli
In diretta nel vento
Notte a sorpresa
Cercando di te
Pierre
Uomini soli

Assolo di Roby

Giorni Infiniti
Che vuoi che sia
Ci pensero’ domani
Se c’e’ un posto nel tuo cuore
La donna del mio amico
Stai con me

Assolo di Dody

Ultima notte di caccia
Viva
Piccola Katty
Tanta voglia di lei
Dammi solo un minuto
Non siamo in pericolo
Noi due nel mondo e nell’anima
Io sono vivo
Pensiero
Chi fermera’ la musica

LINEUP:

Phil Mer – batteria
Roby Facchinetti: tastiere / voce
Dodi Battaglia: chitarra / voce
Red Canzian: basso / voce
Riccardo Fogli: basso / voce