Stefano Resta
Viavai!
Con VIAVAI!, Stefano Resta mette a fuoco un’identità artistica che arriva da un percorso tutt’altro che lineare. Batterista, pianista, produttore, autore e musicista passato attraverso esperienze elettroniche , Resta approda al suo primo album solista con un bagaglio sufficientemente ampio da permettergli di evitare una delle trappole più frequenti dell’esordio: scegliere una sola direzione e percorrerla fino in fondo. Il titolo, in questo senso, VIAVAI! ,è un disco in movimento, non soltanto per i temi che affronta ma soprattutto per il modo in cui cambia pelle da una traccia all’altra. È un album che vive di contrasti: intimo ma rumoroso, malinconico ma attraversato da improvvise accelerazioni, cantautorale nella scrittura e decisamente contemporaneo nella costruzione sonora. Il filo conduttore è quello della memoria, intesa non come semplice nostalgia ma come materia viva, capace di interferire continuamente con il presente.
Le dieci canzoni raccontano separazioni, lutti, relazioni disfunzionali, depressione, guerra e precarietà generazionale, ma quasi mai lo fanno attraverso una scrittura diretta. Resta preferisce partire da un dettaglio: una fotografia, un messaggio cancellato, un oggetto, una strada, una voce registrata. Sono frammenti quotidiani che diventano porte d’accesso a qualcosa di più grande. L’apertura con MALEDISTATO chiarisce immediatamente il carattere del progetto. L’elettronica e l’alternative pop costruiscono un’atmosfera tesa, febbrile, mentre la scrittura mette in relazione l’inquietudine individuale con quella di un mondo attraversato dalla guerra e dalla distanza
. Il brano funziona soprattutto perché evita di trasformare la contemporaneità in semplice sfondo: ciò che accade fuori entra dentro la percezione personale e finisce per modificare il modo in cui guardiamo anche le cose più ordinarie.Gli occhi bruciano cambia registro e introduce una dimensione più morbida. La bossa elettronica convive con una malinconia consapevole del tempo e della condizione umana, confermando una delle qualità più interessanti di Resta: la capacità di utilizzare l’arrangiamento non come decorazione ma come estensione emotiva del testo. La canzone non ha bisogno di enfatizzare il sentimento; lascia che siano il ritmo, le atmosfere e la voce a suggerirlo.
Uno dei passaggi più curiosi dell’album è Orfeo ed Euridice, realizzato con Gintsugi, unico featuring del disco. Qui Resta prende un mito archetipico e lo riporta nel presente, sostituendo gli inferi con la dimensione domestica delle relazioni contemporanee: telefoni, messaggi cancellati, corpi, stanze, luci lasciate accese. Il risultato è un brano che guarda al pop e all’elettronica senza rinunciare alla dimensione cantautorale. La presenza di Gintsugi contribuisce inoltre a rendere ancora più sfuggente la struttura del pezzo, costruito su un equilibrio tra pop obliquo e suggestioni elettroniche. Come i fiori rallenta ulteriormente il passo.
È uno dei momenti più rarefatti di VIAVAI! e permette di apprezzare la componente più fragile della scrittura di Resta. La sua voce non punta sulla perfezione del pop tradizionale: mantiene una certa ruvidità, una tensione che rende credibili anche i passaggi più introspettivi. Con Vecchio Film il disco entra nel suo cuore tematico. La metafora del film già visto è particolarmente adatta alla poetica dell’album: il passato continua a essere riprodotto nella memoria anche quando sappiamo che non possiamo modificarne il finale.
Ma il brano non parla soltanto di una relazione sentimentale. Dentro la crisi privata si intravede anche una condizione generazionale: il tentativo di costruire una vita stabile mentre tutto sembra diventare temporaneo, precario e reversibile.È uno dei punti in cui la dimensione musicale e quella testuale si incontrano con maggiore efficacia. Il dream pop diventa una sorta di zona di sospensione, un luogo sonoro nel quale passato e presente possono convivere.Tempismo Imperfetto e Nubi corallo proseguono questa riflessione spostandola sul terreno della quotidianità. Il futuro non appare come una grande promessa, ma come qualcosa da organizzare tra lavoro, passioni, relazioni e responsabilità.
Resta riesce così a parlare di una condizione generazionale senza ricorrere a slogan generazionali: sono le piccole difficoltà quotidiane a raccontare il quadro complessivo. Vuota il sacco è invece uno dei brani in cui le chitarre diventano materia, rumore e atmosfera, avvolgendo una storia di separazione che sembra perdere progressivamente i propri contorni. È un approccio particolarmente coerente con la poetica dell’album: quando le parole non bastano più, è il suono a completare il discorso.
Ancora più interessante è Eccipienti, dove Resta mette insieme chitarre lo-fi, jazz e rock alternativo per affrontare depressione e dinamiche relazionali disfunzionali. Il titolo stesso suggerisce un’idea di sostanza aggiunta a qualcosa che esiste già, e il brano sembra ragionare proprio su questo: sulle componenti invisibili che finiscono per modificare il funzionamento di una relazione, di una persona, di una vita. A questo punto VIAVAI! ha già mostrato gran parte delle proprie coordinate: l’elettronica, il dream pop, il jazz-rock, il pop e una tradizione cantautorale italiana che non viene mai abbandonata del tutto. La cosa importante, però, è che questi riferimenti non producono un album frammentario. Al contrario, contribuiscono alla costruzione di un suono riconoscibile proprio perché Resta li utilizza come strumenti diversi all’interno dello stesso discorso.
La chiusura con Marco è inevitabilmente il momento più profondo dell’album. La ballad dedicata a un amico scomparso in un incidente stradale rinuncia a qualsiasi artificio retorico e si concentra sui dettagli: un motorino sull’asfalto, il dolore dei genitori, una voce che continua a vivere dentro un telefono. È una scelta efficace perché restituisce al lutto la sua dimensione concreta. La morte non viene trasformata in metafora: resta un’assenza presente nelle cose di tutti i giorni. Ed è proprio qui che VIAVAI! trova la sua chiave di lettura definitiva. Il movimento evocato dal titolo non è soltanto quello dei generi musicali o delle immagini che attraversano le canzoni. È il movimento della memoria, che porta continuamente il passato dentro il presente.
Le persone se ne vanno, le relazioni finiscono, le città cambiano, ma qualcosa rimane e continua a riemergere. Come esordio, VIAVAI! ha il merito di non cercare una facile definizione. Stefano Resta presenta dieci brani che sembrano appartenere allo stesso universo pur muovendosi in direzioni differenti. Non tutto è necessariamente pensato per un ascolto distratto: alcune soluzioni richiedono tempo, soprattutto quando la componente testuale e quella sonora procedono su livelli differenti. Ma è proprio questa stratificazione a rappresentare uno dei punti di forza del lavoro.
VIAVAI! è, in definitiva, un esordio che sceglie l’instabilità come forma espressiva. Stefano Resta non prova a risolvere le contraddizioni che racconta: le mette in musica. Passato e futuro, perdita e desiderio, rumore e silenzio, pop e ricerca convivono senza trovare una vera sintesi.E forse è proprio questa l’idea più interessante del disco: andare avanti non significa necessariamente lasciarsi qualcosa alle spalle.
A volte significa imparare a convivere con tutto ciò che continua a tornare.
Anna Cimenti






