Judas Priest & Nevermore

live @ Rome Auditorium cavea 09/11/2026
Articolo a cura di Fabio Podeschi
Le foto sono a cura di Lady “o”

LION OF STEEL
INTRO 

Efesto, il dio greco del fuoco, della  metallurgia e della scultura, è il simbolo  ancestrale della produzione dell’acciaio  e della lavorazione dei metalli. La sua  figura incarna la fatica, la maestria  tecnica e la capacità di trasformare la  materia grezza in opere d’arte e  strumenti indistruttibili attraverso la  forza del fuoco. Efesto non crea  semplicemente il metallo; lo educa  attraverso il fuoco, costringendo il ferro  a farsi acciaio sotto i colpi ritmici della  sua incudine divina.Nel fumo profondo  dell’Etna, Efesto ha insegnato all’uomo  che l’acciaio non è un dono della terra,  ma una conquista del fuoco.Ogni  scintilla che vola da un moderno  altoforno è un’eco lontana dei martelli  di Efesto, custode eterno del segreto  dei metalli.L’acciaio nasce dove la  divinità incontra l’elemento: il fuoco di  Efesto consuma le impurità e forgia  l’immortalità”.

Evento sensazionale nella Capitale, targato MC2LIVE, una delle migliori realtà  nell’ambito dell’organizzazione dei concerti a  livello mondiale. Si ringraziano infinitamente  loro e il boss  Jacopo Casati  per aver permesso a noi di tempiduri.eu  di  presenziare a un evento di tale caratura  storica, nel nome della fucina del metallo  mitologico e storico, come da mia intro.  Migliaia di persone presenti, quasi il sold  out: mancava veramente poco, e ciò sta a  dimostrare che è una vittoria per la musica.

– NEVERMORE-

Un gradito ritorno dei  Nevermore  a distanza di  quasi 10 anni dalla dipartita del carismatico  frontman  Warrel Dane (Sanctuary/Nevermore/Warrel Dane/Serpent’s Knight).  Alla fine non proprio  una vera reunion: infatti sono rimasti degli altri membri della formazione originale ad accettare  questo comeback, Jeff Loomis       , il Dio delle sei  corde, e il batterista Van Williams .

Sostituiti gli  altri componenti, ma cosa importante, alla voce  abbiamo  Berzan Önen,  nuovo singer, cui si  addossa un’eredità molto gravosa e importante,  un po’ come fu per altri, vedi  Angra, Iron  Maiden  e  Queensryche.  Questo musicista di  origini turche non smentisce la situazione, anzi,  accoglie aspettative molto positive: la sua voce è  identica a quella del compianto Warrel  . La band  si presenta in gran forma, come gli altri sostituti:  alla seconda chitarra il giovanissimo statunitense

 Jack Cattoi  e al basso il connazionale del singer,  Semir Özerkan , una vera macchina delle  quattro corde, impressionante. La setlist è ben  equilibrata e pesca quasi tutto il loro repertorio in  cinquanta minuti di show. Chiudendo gli occhi ci  fanno ricordare che forse  Warrel  è ritornato ed è  ancora fra noi, ma aprendoli, purtroppo, ahimè,  non è al cento per cento così… Le note dolenti  sono due: il sound è compatto, ma purtroppo è  risultato un po’ confusionario. In certi frangenti  non c’è ancora una piena amalgama fra i membri  nuovi, mentre la voce del singer è perfetta, ma la  presenza no. Lui è troppo muscoloso, stile  Aquaman,  Jason Momoa , e si muove, secondo me, non disinvolto come Warrel         , una vera  creatura del male in certi frangenti.

Ma diamogli  tempo: secondo me è anche il peso dell’incarico,  che è veramente importante e non facile. Per il  resto, a parte i problemi di mixaggio del suono,  troppo frastornante — non come per i padroni di  casa, i  Judas Priest,  il cui sound era perfetto —  lo show è stato gradevole e aspetto con  impazienza il loro nuovo lavoro. Non  rischieranno, come i  Queensryche , di creare  purtroppo una sorta di cover band del passato.  Grande plauso al maestro Loomis     , che ha  saputo tessere, come al solito, una fitta rete di  melodie e intrecci che solo un musicista di  esperienza sa fare. Si è portato dietro, con il  suono, tutti i membri del gruppo e il pubblico  presente, me compreso, è rimasto a bocca  aperta. Lo scroscio di applausi a fine show, al  loro inchino di chiusura, ne è stata  testimonianza.

SETLIST:

Narcosynthesis
Inside Four Walls
The River Dragon Has Come
Believe in Nothing
Engines of Hate
Born
Enemies of Reality

LINEUP:

Jeff Loomis – guitars / vocals (backing)
Van Williams – drums / percussion
Semir Özerkan – bass
Jack Cattoi – guitars
Berzan Önen – vocals

– JUDAS PRIEST-

E’ arrivato il loro momento, le ombre si  accentuano mentre il palco è pronto, si scorge la  croce dei  Priest , è gigantesca dietro il palco, e  all’improvviso si sente  War Pigs dei Black  Sabbath  come intro in onore del re del metal, il  principe delle tenebre che ci ha lasciati quasi un  anno fa e due mesi fa sua maestà  Ozzy  Osbourne . Una seconda intro di  Faith Keepers  fa preludio alla loro entrata e l’esplosione con  You’ve Got Another Thing Comin’,  ci si  presenta un  Halford  in formissima, si muove  lento come un rettile che stana le vittime, ma il  vecchietto sa il fatto suo e sfodera una voce da  ventenne, come il look veramente ricercato,  l’accoppiata nuova alle asce  Richie Faulkner  e  Andy Sneap  ringiovanisce il loro suono  rendendoli attuali e potenti, aiutati dallo  Scott Travis , sessant’anni e una vera piovra della  batteria, suonava tutto, anche lo sgabello, e il  metronomo  Ian Hill,  settantaquattro anni al  basso, gente che nella musica ha linfa della vita  eterna, suonano meglio dei ragazzini.

Questi  giganti del metal suonano per ben due ore piene,  sfoderando diciassette brani pesanti dal  repertorio discografico, percorrendo quasi per  intero la loro carriera. La doppietta da  British  Steel, Metal Gods/Breaking the Law , parla  chiaro: il leone digrigna più che mai e la sua voce  è acciaio che fonde nelle fucine. Dietro di lui lo  schermo con immagini sia futuristiche in  Metal  Gods  che dal passato in  Breaking the Law,  e il  pubblico accompagna il Metal God nei coretti in  Breaking the Law : settantacinque anni e non  sentirli!!!

Immagini di una Londra ottocentesca, l’assolo di  Faulkner,  ci tuffiamo nel 1976 con  The Ripper ,  da quel capolavoro che è  Sad Wings of Destiny        , molto attuale la versione dal vivo. Il  basso di Ian è acciaio su di un’incudine. Lo  screaming di  Halford  arriva fino all’Olimpo. Una breve pausa e poi l’attacco che fa la storia: The Sentinel  , uno dei brani che nel 1984, come  l’intero album Defenders of the Faith          , ha  cambiato il metal. Ogni brano che inizia cambia  la coreografia in base all’album e al periodo.  Faulkner e Sneap  a dir poco sublimi nei solos  alternati di  The Sentinel , un brano che non è  solamente una canzone, ma una leggenda.

 “Lungo viali deserti
 Inizia a salire il vapore
 Le figure si stanno avvicinando
 Preparato ad affrontare una sorpresa
 Egli sta cercando un segno
 È in gioco la sua vita
 Giurato alla vendetta
 Condannato all’inferno
 Non provocate la lama
 Tutti temono la sentinella”

 Desert Plains , un salto nel 1981, con un  Halford  ispiratissimo, seguito dalla piovra alla  batteria,  Scott , che non sbaglia un colpo, per poi  tornare al futuro con  Lightning Strike  da Firepower  , discreto brano, non dei migliori, ma  le band di adesso ne facessero di brani così. Ma  si rifanno subito con uno dei pezzi più tamarri,  ma veramente fighi, del loro repertorio:  Turbo Lover  , con il suo inconfondibile attacco anni  Ottanta, pura adrenalina…

Prima di entrare  all’Auditorium c’era un pazzo che lo stava  ascoltando a tutto volume in auto, prima di  entrare al parcheggio, a tutto volume, su una  Punto bianca primo modello tipo  Ghostbusters ,  cose surreali che ogni tanto accadono… Comunque, tornando allo show da brivido, la  parte cadenzata che parte a metà brano, prima  dei solos alternati delle due asce, ed un  accompagnamento delle ritmiche, basso da  ingranaggio.

 “Tu non mi sentirai, ma mi  percepirai
 Senza preavviso, qualcosa ti verrà in mente,  ascolta
 Poi senza i tuoi sensi
 Saprai che sei indifeso
 Come batte il tuo cuore, quando corri al  riparo
 Non puoi rifugiarti, io indago come nessun  altro.
 Poi gareggeremo insieme.
 Possiamo correre per sempre
 Imprigionati in cavalli di potenza, guidando  dentro il furore
 Cambiando marcia io ti attiro saldamente a  me
 Io sono il tuo turbo amante
 Dimmi che non c’è nessun altro
 Io sono il tuo turbo amante
 Meglio che corri al riparo
 Ci teniamo più stretti a vicenda, mentre  andiamo oltre i limiti
 E ogni cosa ci sfreccia accanto, con ogni  nervo vivo
 Ci muoviamo così veloci che ci sembra di  aver raggiunto il cielo
 Macchine dell’amore in armonia, sentiamo i  motori urlare”

. Brano che è leggenda e ci  riporta in un attimo ai tempi d’oro del 1986. Si  ritorna con  Steeler  nel passato, con questo  brano d’intermezzo, per poi fare una pausa dove  Halford fa dei gorgheggi in stile Freddie Mercury,  coinvolgendo il pubblico, e dagli occhi si vede che  è commosso dall’affetto che hanno per lui e per  la sua band. E ci regalerà poi  Delivering the  Goods , con il suo inconfondibile attacco iniziale,  e la gente si scatena nel parterre in un pogo  infernale. Io li vedo dalla tribuna ed è uno  spettacolo constatare che la gente si diverta così, anch’io ho fatto fatica a rimanere fermo sulla  sedia: è musica che ti prende dentro, fino  all’anima.

È il turno di Panic Attack        , con la sua  intro ottantiana del loro ultimo album  Invincible Shield          , anche questo brano discreto, forse uno  dei più trascurabili, ma si rifanno con quel  capolavoro che è Victim of Changes         , dal  capolavoro di cinquant’anni fa,  Sad Wings of  Destiny,  e lì la gente si alza in piedi e, compreso  me, non ce n’è veramente per nessuno. Il doppio  attacco delle due chitarre è veramente storia,  ragazzi, che botta di ricordi. Un brano che sfiora  il doom metal dei migliori  Black Sabbath , con  un Halford che alla voce torna ventenne, ma è il  monologo cantato del Metal God che infiamma il  brano, che odora di fine anni Settanta.


“Hai fatto  la stupida con un bel ragazzo
 Voglio sapere perché l’hai fatto
 Tirati su, vattene, sai di aver oltrepassato il  limite
 Ne ho avuto abbastanza, ne ho avuto  abbastanza, buon Dio, dammi coraggio,
Ora il suo corpo è cambiato, e lei non mi  guarda più,
ora il suo corpo è cambiato, e lei  non mi guarda più
Cambiamenti,  cambiamenti, cambiamenti, vittima dei  cambiamenti”
.

Si alza il tiro con due brani prima dell’encore, con la catchy  No Surrender ( io avrei preferito inserire  Halls of Valhalla  come ai precedenti live, peccato, l’aspettavo),  non che questo brano sia brutto, anzi molto  potente, ma dopo è il momento della supernova Painkiller , con un’intro apocalittica stile Terminator.  Parte uno dei brani più tirati che  hanno coverizzato gente come  Death (Chuck  Schuldiner)  e Angra, periodo Matos        , per farvi  capire che pezzo è: un brano che nessuno si  aspettava potesse essere creato da loro,  adrenalina in metallo. C’è una pausa, una loro  uscita, si pensa che sia tutto finito e all’unisono  la gente incita  JUDAS PRIEST . I cinque fanno la  loro ricomparsa tra i fumi scenografici sulle note  dell’intro The Hellion, e parte la graffiante  Electric Eye , canzone che sa di suono di pelli e  borchie e moto rombanti.

Ma è proprio la sorpresa  che ci sarà con l’ultima doppietta di un Halford  che ci sorprende, arrivando in moto sulle note di  Hell Bent for Leather, dal capolavoro Killing  Machine, anno 1978, della mia nascita. Brano  attualissimo di 48 anni fa. La gente si scatena e  si torna al vecchio pogo degli anni d’oro. La  gente, me compresa, in un momento passa sopra  tutti i problemi, perché il metal è anche cura.

Chiude una canzone che ci dona un grande sorriso, un inno al divertimento stradaiolo: Living After Midnight  , perché la musica è spasso e svago. Tutti cantano con lui:        “Living  after midnight, rockin’ to the dawn Lovin’  ‘til the morning, then I’m gone, I’m gone”.  Lo scroscio di applausi a profusione, con il  pubblico che mostra le corna al cielo, chiude uno  show memorabile ed io non posso che essere  soddisfatto, perché questo è uno di quegli show  che non si può perdere di vedere nella propria  vita. Che dire?  “LIVING AFTER MIDNIGHT  FOREVER”.

– SETLIST-

War Pigs(Intro)
Faithkeepers (Intro)
You’ve Got Another Thing Comin’
Metal Gods
Breaking the Law
The Ripper
The Sentinel
Desert Plains
Lightning Strike
Turbo Lover
Steeler
Delivering the Goods
Panic Attack
Victim of Changes
No Surrender
Painkiller

ENCORE:

The Hellion
Electric Eye
Hell Bent for Leather
Living After Midnight

LINEUP:

Ian Hill  bass
Rob Halford vocals
Andy Sneap  guitars
Scott Travis –  drums
Richie Faulkner guitars