Alberto Moscone

Rumore di fondo

Ci sono album che raccontano una storia e album che, più semplicemente, ci mettono dentro una storia. Questo è ciò che si percepisce ascoltando “Rumore di fondo”, primo lavoro di Alberto Moscone:
nove brani che sembrano fotografie scattate durante un percorso di crescita, frammenti di un’evoluzione personale fatta di esitazioni, cadute, consapevolezze improvvise e tentativi, spesso faticosi, di trovare una forma possibile dentro il caos.In uscita venerdì 4 settembre con distribuzione Artist First, “Rumore di fondo è soprattutto un disco sull’identità e sulla sua natura mutevole. Non quella identità che si cerca come se fosse nascosta da qualche parte, già pronta ad aspettarci, ma quella che si costruisce nel tempo, esperienza dopo esperienza, prendendo coscienza di ciò che siamo e, forse ancora di più, di ciò che non siamo più.

Quel “rumore di fondo” è il frastuono che accompagna ogni esistenza: paure, ricordi, aspettative, delusioni, desideri, relazioni, infanzia e tracce che l’infanzia continua a lasciare nell’età adulta. Un rumore che non necessariamente deve essere eliminato. Il percorso raccontato da Moscone sembra suggerire piuttosto che, a un certo punto, si possa imparare ad ascoltarlo fino a riconoscere, al suo interno, una propria melodia.

L’album è costruito proprio come un movimento progressivo verso questa consapevolezza. I nove brani, scritti nell’arco di due anni, non compongono un concept rigido né cercano artificialmente una coesione assoluta. Al contrario, la loro forza sta nella possibilità di essere considerati come altrettante parentesi di vita quotidiana, momenti autonomi di rielaborazione che, ascoltati uno dopo l’altro, finiscono però per disegnare un arco emotivo preciso: dalla difficoltà di accettarsi fino alla conquista di una serenità possibile.

Si parte da Lho detto male, titolo che sembra già contenere una delle chiavi di lettura dell’intero progetto: l’imperfezione non come incidente di percorso, ma come condizione naturale dell’esistenza e dei rapporti con gli altri. Da qui il disco procede attraversando incomprensioni, affetti, fragilità e paure, mettendo progressivamente a fuoco quella distanza spesso difficile da colmare tra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo a dire.

In Io per te e Il cielo di pietra emerge il peso delle relazioni, insieme alla necessità di riconoscersi attraverso l’altro senza però perdersi nell’altro. È una tensione molto umana, soprattutto quando si è ancora alla ricerca di un centro: desiderare di essere visti, amati e compresi, mentre si fatica ancora a capire chi siamo davvero.Dentro ai ghiacci porta il racconto verso zone più fredde e introspettive, dove le paure che da bambini si guardavano da lontano diventano, crescendo, presenze quotidiane. È forse una delle trasformazioni più comuni e meno raccontate dell’età adulta: scoprire che ciò che ci spaventava non è necessariamente scomparso, ma ha semplicemente cambiato forma.

Con Il giorno del mio compleanno entra in scena anche il tempo, e con esso quella particolare forma di bilancio che accompagna certi compleanni: guardarsi indietro, misurare ciò che è cambiato e chiedersi quanto di noi sia rimasto uguale. È proprio qui che rumore di fondo diventa particolarmente riconoscibile, perché le domande di Moscone non appartengono soltanto a lui. Sono domande che chiunque abbia attraversato una fase di trasformazione può sentire proprie.

America e Stomaco sembrano invece ampliare ulteriormente il campo delle inquietudini, alternando desiderio di fuga e dimensione fisica delle emozioni. Perché spesso ciò che non riusciamo a comprendere razionalmente finisce per abitare il corpo: nello stomaco, nel sonno, nella tensione, nella sensazione di avere addosso qualcosa che non sappiamo ancora nominare.Poi arriva Come la neve, brano che accompagna l’ascoltatore verso una zona più morbida del disco.

Non necessariamente una soluzione, ma l’accettazione della possibilità di lasciar andare qualcosa. Ed è significativo che il percorso si chiuda con La tua forma, il brano che Moscone considera quasi spirituale. È una conclusione che non suona come un punto fermo, quanto come l’approdo a una consapevolezza: non esiste una versione definitiva di noi stessi, ma esiste la possibilità di riconoscere, ogni volta, la forma che stiamo assumendo.

Nella sua poetica, “Rumore di fondo”  Moscone costruisce una propria voce attraverso una scrittura intima, fragile, capace di stare dentro le contraddizioni senza pretendere di risolverle tutte.Il risultato è un album che parla di crescita senza celebrarla, perché crescere significa anche perdere pezzi, cambiare idea, deludersi, accettare i propri limiti e scoprire che alcune ferite non hanno bisogno di essere cancellate per smettere di fare paura.“Rumore di fondo” è, in definitiva, un disco sull’arte difficile di diventare se stessi sapendo che “se stessi” non sarà mai una destinazione definitiva. Nove fotografie di un percorso ancora aperto, in cui il dolore non è l’opposto della luce, ma una delle strade che conducono verso di essa.

E quando il frastuono finalmente trova una forma, ciò che rimane non è il silenzio: è la propria voce.

Anna Cimenti

TRACKLIST:

L’ho detto male
Io per te
Il cielo di pietra
Dentro ai ghiacci
Il giorno del mio compleanno
America
Stomaco
Come la neve
La tua forma

LINEUP:

Matteo Canali – batterie
Luca Bossi – basso / synth / tastiere
Alberto Moscone – chitarre / synth / basso / suoni ambientali