Brand X
Theory Of nothing(live1977)
Recuperare oggi una registrazione dei Brand X risalente al 1977 ha un fascino particolare. Non si tratta semplicemente dell’ennesimo documento d’archivio riportato alla luce per alimentare la nostalgia degli appassionati di progressive, ma della fotografia di una band che, in quel preciso momento storico, aveva raggiunto un equilibrio quasi irripetibile tra jazz, rock, improvvisazione e tecnica strumentale.
Theory Of Nothing è un doppio album dal vivo tratto dalle registrazioni del tour statunitense dell’autunno 1977. I nastri reel-to-reel, custoditi per quasi cinquant’anni nell’archivio personale del tastierista Robin Lumley, sono stati infine recuperati. L’uscita ufficiale è prevista per il 31 agosto 2026.A colpire per prima è la qualità della performance. Nel 1977 i Brand X non erano semplicemente un gruppo di virtuosi intenti a esibire la propria abilità: la loro musica sapeva costruire tensione, cambiare direzione e trasformare ogni tema in un organismo in continuo movimento.Il basso di Percy Jones è naturalmente uno dei grandi protagonisti: elastico, nervoso e spesso percussivo, assume quasi una funzione melodica e dialoga costantemente con la batteria e la chitarra.
Al suo fianco, John Goodsall è il chitarrista decisivo nel definire il carattere dei Brand X. Il suo stile evita con cura i cliché del progressive più tradizionale, privilegiando linee spezzate, fraseggi jazzati, improvvisazioni e repentini cambi di atmosfera. Proprio il dialogo tra Goodsall e Jones è una delle ragioni principali per cui Theory Of Nothing conserva ancora oggi una vitalità impressionante.Completano il quadro Robin Lumley alle tastiere, Morris Pert alle percussioni e Kenwood Dennard alla batteria. Questa formazione fotografa una fase particolarmente interessante, nella quale i Brand X stavano ampliando ulteriormente il proprio vocabolario musicale. La presenza di Dennard, in particolare, conferisce al gruppo un approccio ritmico estremamente mobile e sofisticato.
Il disco si apre con “Smacks Of Euphoric Hysteria”, che chiarisce subito la filosofia della serata: non un’esecuzione rigida, ma una musica costantemente proiettata in avanti. Il brano esprime pienamente la capacità dei Brand X di unire precisione e imprevedibilità, sostenuti da una sezione ritmica che sembra non offrire mai un punto d’appoggio definitivo.“Disco Suicide” porta invece in primo piano il lato più ironico e funky della band. Il titolo potrebbe suggerire leggerezza, ma il brano è costruito su incastri ritmici estremamente raffinati, nei quali il basso di Jones assume un ruolo centrale. È uno dei passaggi che mostrano meglio quanto i Brand X fossero lontani dal progressive più pomposo: la loro complessità non aveva bisogno di effetti teatrali.
Con “Access To Data” si entra in uno dei territori più interessanti dell’album. La musica assume un carattere quasi futuristico: tastiere, chitarra e sezione ritmica sembrano rincorrersi senza sosta. Ancora più significativo è il fatto che il materiale di questa fase anticipi alcuni sviluppi poi confluiti in Masques: tre composizioni eseguite nel concerto sarebbero infatti apparse, in forme differenti, nell’album del 1978.Un altro momento particolarmente significativo è “Euthanasia Waltz”, nel quale la componente jazzistica emerge con maggiore evidenza. La band passa da momenti quasi astratti a improvvise accelerazioni senza perdere coesione. È una musica che richiede attenzione, ma ripaga l’ascoltatore: ogni strumento conserva una propria identità e, al tempo stesso, resta indispensabile all’insieme.
Sul secondo CD spiccano “Malaga Virgen” e, soprattutto, “Earth Dance”, due momenti nei quali la dimensione dal vivo acquista ancora più rilievo. Il concerto si trasforma in una conversazione continua tra i cinque musicisti, mentre Lumley svolge un ruolo essenziale nel dare colore armonico alle evoluzioni di Goodsall e Jones.“Deadly Nightshade” è probabilmente uno dei passaggi più affascinanti per chi desidera comprendere il lato più sperimentale dei Brand X. A impressionare non è tanto la ricerca del virtuosismo, quanto la naturalezza con cui la band si muove all’interno di strutture irregolari, mantenendo sempre un preciso senso della dinamica.Poi arriva “Nuclear Burn”, uno dei brani che meglio rappresentano l’identità della band. È il volto più aggressivo, mobile e fisicamente coinvolgente dei Brand X: basso e batteria diventano quasi una macchina ritmica, mentre la chitarra di Goodsall si muove liberamente sopra la struttura. La versione dal vivo rivela quanto il pezzo potesse trasformarsi sul palco.
La chiusura con “Nightmare Patrol” lascia infine una sensazione quasi cinematografica. Non serve una conclusione enfatica: la musica sembra semplicemente portare a compimento il proprio percorso dopo aver attraversato territori jazz, funk, fusion e progressive.Anche il suono è un elemento importante. Non bisogna aspettarsi la precisione cristallina di una moderna registrazione digitale: si tratta di nastri stereo originariamente destinati alla trasmissione e recuperati dopo decenni. Proprio per questo assume particolare valore il lavoro di restauro.Percy Jones ha curato personalmente il remaster, cercando di estrarre dalle bobine il maggior numero possibile di informazioni e rendendo finalmente disponibile il concerto nella sua completezza.
Il risultato non cancella la natura storica delle registrazioni, ma restituisce alla band una presenza notevole. Anzi, alcune asperità rafforzano la sensazione di trovarsi davanti a un documento autentico, molto diverso da certe pubblicazioni dal vivo costruite a posteriori.Theory Of Nothing, dunque, non è semplicemente un’altra testimonianza dei Brand X: è un documento prezioso su una delle formazioni più importanti della jazz-fusion britannica nel momento del suo massimo splendore. Con Goodsall, Jones, Lumley, Pert e Dennard, ogni concerto poteva diventare qualcosa di diverso dalla semplice riproposizione degli album in studio.
Il valore dell’operazione cresce ulteriormente perché il materiale proviene da un periodo considerato dallo stesso entourage della band tra i migliori della sua storia dal vivo. Inoltre, a differenza dei numerosi bootleg circolati negli anni, questa pubblicazione restituisce finalmente un’esperienza concertistica completa e restaurata ufficialmente.In definitiva, Theory Of Nothing è una pubblicazione destinata soprattutto a chi considera la fusion non un semplice esercizio tecnico, ma un incontro tra istinto, improvvisazione e composizione. I Brand X del 1977 suonano liberi, imprevedibili e straordinariamente compatti.
Ascoltandoli oggi si comprende perché, accanto ai nomi più celebrati del progressive e del jazz-rock britannico, continuino a rappresentare un autentico punto di riferimento per i musicisti e per gli ascoltatori più esigenti.
Stefano Bonelli





