YeS
Aurora
Ecco la ventiquattresima emanazione full-lenght dei britannici Yes dal 1969. Questo lavoro fa parte di quella che può chiamarsi “ultima mandata” a presenziare gli anni 2000 (dal 2011), considerando il bel disco ‘Magnification’ del 2001 come una coda finale degli anni novanta che vide la pubblicazione di ben sei album.
Di questa creatura finale siamo aI secondo senza il bassista Squire e il terzo senza il batterista White, ma stilisticamente quest’ultimo non cambia rispetto ai quattro precedenti che insieme compongono una unica cifra stilistica, in cui le caratteristiche principali sono quelle di avere una preponderanza chitarristica e l’assenza dello storico e geniale cantante Anderson.
Un lungo periodo nel quale, se non si sente fortissima la mancanza di Anderson dal punto di vista canoro, forse la si percepisce soprattutto dal punto di vista compositivo, dove sembra sempre che la band tenga tirato il freno a mano e abbia una visione scritturale meno ampia; e la cosa si ripropone in quest’ultima incarnazione come nelle altre. Sia chiaro la qualità è ancora presente, ma è assente l’estro poliedrico.
Un pezzo come ‘TURNAROUND’ è altamente espressivo, frizzante e delicato, felice nella sua ariosità e il ritornello è lucente; la parte solista è atmosferica con il sottostante riverbero distorto davvero azzeccato, e anche la seconda parte cantata ha sotto un bel rifframa, ma forse qui era il caso di lavorarci di più e regalare quelle sezioni che fanno la differenza invece di lasciarne solo lo spunto basico e semplice; insomma una traccia intrigante ma non sviluppata appieno. Ottimo l’incipit strumentale di ‘LOVE LIES DREAMING’ per una canzone altrettanto bella, dolce e suadente, non una ballata dato le punteggiature vivide, e una linea melodica non banale che percorre in modo elegiaco la traccia.
La sofficità di ‘EMOTIONAL INTELLIGENCE’ ci porta in volute acustiche e poi accese che ricordano le arie di Anderson; melodia e feeling riusciti appieno. Se c’è qualcosa di molto accentato è la song ‘JUMBUSTIN’ che travestendosi da rock’n’roll è invece una delle cose più Yes che si possono ricevere qrazie al tipo di cantato e agli inserti sonori, e così risultando il pezzo meno canonico e normale del disco; e le sezioni diverse, quando morbide, quando reattive, creano valore unitario.
Il momento considerabile “occasione persa”, è la durezza di ‘All Hands on Desk’, troppo breve, e non sfrutta abbastanza il proprio ispirato spunto. Venendo alla suite di oltre tredici minuti che è ‘Countermovement’, essa per quanto sia piena di belle cose, non può situarsi tra i pezzi lunghi migliori degli YES perché perde l’amalgama e sembrano tante canzoni senza un filo conduttore divisa com’è in quattro momenti che appaiono lontani anni luce fra loro, oltre al fatto che in alcuni istanti ci si perde a proporre passaggi quasi plagio dell’antico passato. La prova del lungo minutaggio era stato perdente anche nell’album ‘Heaven & Earth’ con una ‘Subway Walls’ davvero poco originale e troppo diluita, anche se qui ‘Countermovement’ possiede una scintilla migliore di quella, ma con una distanza siderale rispetto ai brani lunghi creati prima del 2001 (senza contare naturalmente quelle degli anni d’oro). Nonostante la maturità di Howe la scelta di certe registrazioni lascia stupiti, sembra mancare una supervisione globale, infatti cosa ci fa una cosa tanto stupida quale la traccia ‘Outside the Box’? Ciò poteva essere perdonabile in tempi adolescenziali, ma non oggi.
Tecnica raffinata ed espressività pulita. Il basso è nettamente presente e fa un’opera di copertura non sempliciotta. Tastiere non presentissime che comunque quando fanno la loro comparsa solista sono soddisfacenti. A farla da padrone sono il cantato e, in maniera densa, soprattutto la sei corde di Howe che non perde mai l’occasione di infiltrarsi tra una sezione e l’altra, tra una strofa e l’altra, facendo un magnifico lavoro di tessitura e di espressività, con lo stile che lo contraddistingue come al solito sopra la media. L’importante sappiamo è realizzare canzoni belle, non per forza sperimentali o innovative, e in effetti questo traguardo dagli Yes attuali è puntualmente raggiunto. Diciamo che in quest’ultimo tempo storico, dei cinque album, questo è il migliore insieme al precedente ‘Mirror to the Sky’ anche se mancano sia Squire, sia White. Con in giro band dello spessore, per esempio in questo stesso anno, di Big Big Train; Neal Morse Band e Magenta, le “forme canzone” con paesaggi eterei o evocativi non ci mancano, ciò che ci manca è l’eclettismo degli Yes, i quali musicisti sapevano superare i confini e andare oltre le righe.
Se per esempio prendiamo ‘Tormato’ del 1978 che viene considerato l’ultimo del periodo storico più importante, e forse il meno riuscito dal 1971, è comunque pieno di scatti e interiezioni emozionali tramite stranezze eccentriche che ne fanno una valida opera d’arte nonostante le critiche ricevute (oggi lavoro rivalutato). Ma anche i successivi periodi hanno dato più di quello che adesso Howe ci offre, persino ‘Drama’ (1980) partecipa di quella forza stravagante. Dagli anni novanta il gruppo aveva virato verso un incremento del sentimento allegro e solare nella scrittura, ma non era mai stata l’unica proprietà della loro musica, pensiamo a certe durezze che per esempio né Genesis né Pink Floyd hanno mai avuto; da quando Anderson è andato via, Howe sembra diventato un nonnino innocuo che cerca sempre e solo quella ariosità dolce evitando di scurire le proprie idee, ciò rende meno variabile e meno ricco il sound emesso.
Sia chiaro, qualunque altro gruppo, con un disco così sarebbe stato solo elogiato, ma non si possono dimenticare i fasti degli Yes. Alcune recensioni hanno parlato di eccessivi virtuosismi come se avessimo di fronte un disco complesso, dove anche il grande uso di sinfonismi orchestrali in effetti presenti, concorresse a complicare l’ascolto. Invece ci troviamo di fronte ad un disco semplice, lineare, dove la grande massa di interventi chitarristici non può essere preso per un fatto strutturale che aumenta la difficoltà dell’ascolto. Chi dice questo dà l’idea di non conoscere realmente la musica degli Yes, quella che va dallo ‘Yes Album’ del 1971 a ‘Going for the One’ del 1977; un monumentale edificio di composizioni che stravolgono ogni idea di normalità, con intersecazioni e scalinate in diagonale che debordano da ogni concetto di musica che usualmente si concepisce. Gli Yes non sono più quello, ma quella dimensione era la vera complessità. E’ ciò che i nomi di Prog-rock non fanno più, semplicemente si passa da una sezione all’altra (appunto lo fanno anche i nomi segnalati sopra), e anche Howe oggi passa semplicemente da una sezione all’altra.
Roberto Sky Latini




