The Exiles
Turning Time
Questo meraviglioso “Turning Time” dei The Exiles è un lavoro che ha aspettato ben trent’anni per avere l’uscita che meritava,non è semplicemente una ristampa celebrativa, è un’opera restaurata, completata e, in molti aspetti, finalmente realizzata secondo la visione originale di Sean Manning.
Nel 1996, quando queste canzoni videro la luce sotto il nome di Sean Manning & Paul Rafferty “The Exiles”, il mondo aveva già voltato pagina,Seattle aveva demolito Sunset Strip, il britpop monopolizzava l’Europa e il classic rock sembrava appartenere definitivamente ai dinosauri. Quattro musicisti inglesi trapiantati nella Los Angeles del grunge non avevano alcuna possibilità commerciale,eppure, ascoltando oggi “Turning Time”, viene spontaneo chiedersi come sia stato possibile che un disco di questo livello sia rimasto sepolto così a lungo.
Più che una semplice raccolta di brani, “Turning Time” è una dichiarazione d’amore verso il rock britannico degli anni Settanta.Led Zeppelin, Free, Bad Company, Faces, Humble Pie e i primi Rolling Stones sono presenti ovunque, ma mai sotto forma di sterile imitazione,Sean Manning conosce profondamente quel linguaggio e lo utilizza con la naturalezza di chi è cresciuto respirando quel tipo di musica.
Il lavoro di recupero effettuato negli Empire Sound Studios in Texas trasforma quelle che un tempo erano poco più che demo di lusso in un album vero e proprio,nuove chitarre, tastiere Hammond, orchestrazioni, remix e una produzione moderna restituiscono finalmente profondità a composizioni che, già all’epoca, possedevano una qualità di scrittura superiore alla media.L’opener “Turning Time” mette subito le carte in tavola con chitarre robuste, armonica, groove blues-rock e una voce, quella di Paul Rafferty, che sembra uscita direttamente da una jam tra Paul Rodgers e Rod Stewart.
È un inizio potente, ruvido e tremendamente sincero. Turning Time”Con “Rainmaker”, probabilmente il brano simbolo dell’album, entra in scena Greg D’Angelo dietro i tamburi,il pezzo cresce lentamente, costruendo una tensione che esplode in un ritornello dal sapore epico,le influenze zeppeliniane emergono chiaramente, ma senza risultare derivativo…è classic rock nel senso più nobile del termine.Le bonus track rappresentano uno dei principali motivi d’interesse di questa nuova edizione.
“Soul Woman” è un piccolo gioiello soul-blues che avrebbe potuto tranquillamente trovare posto in un album dei Black Crowes dei primi anni Novanta, mentre “Ain’t No Fool” profuma di Rolling Stones periodo “Sticky Fingers”, con un riff sporco, un groove contagioso e un’attitudine da pub londinese alle due del mattino.L’anima blues emerge con forza in “Travelling Blues“, impreziosita dall’armonica di John Peyton, mentre “Friend” e “Feminine Side” rallentano il ritmo mostrando il lato più melodico della band.Sono composizioni costruite con intelligenza, prive di qualsiasi ricerca del facile effetto.
Il vero vertice artistico dell’album arriva però con “Richmond Castle Walk”. Oltre sette minuti che rappresentano il manifesto estetico dei The Exiles,mandolino, orchestrazioni, Hammond, dinamiche continue e un crescendo emotivo che richiama inevitabilmente il Jimmy Page più ispirato.La seconda parte dell’album continua a sorprendere, “Woman Let It Shine” recupera atmosfere southern,”Mission Bell” aggiunge sfumature soul, mentre “Soul Has No Home” sembra davvero un inedito dimenticato del primo Rod Stewart, grazie a un’interpretazione vocale intensa e profondamente britannica.
Gli episodi conclusivi, “High Old Times” e “Carry You Home“, assumono quasi il valore di un epilogo cinematografico.La presenza del flauto e delle tastiere di Richard Baker regala a quest’ultima una delicatezza sorprendente, chiudendo il disco con una malinconia elegante che lascia il segno.Il vero protagonista rimane comunque Sean Manning,la sua chitarra non cerca mai il virtuosismo gratuito,alterna riff granitici, fraseggi blues, slide guitar e aperture acustiche con una naturalezza che ricorda i grandi session man inglesi degli anni Settanta.
Anche Paul Rafferty merita una menzione particolare,il suo timbro caldo e vissuto rappresenta l’anello di congiunzione perfetto tra Paul Rodgers, Chris Robinson e Terry Reid, regalando personalità a ogni brano.Dal punto di vista produttivo il lavoro di restauro è eccellente,Jeff Jacobs aggiunge Hammond, pianoforte e archi con grande misura, evitando qualsiasi eccesso nostalgico,tutto suona vivo, organico, autentico.La cosa più sorprendente è quanto “Turning Time” riesca ancora oggi a risultare contemporaneo.
In un panorama saturo di produzioni iper-compresse e songwriting costruito a tavolino, questi quindici brani respirano, oscillano, sbagliano persino qualche imperfezione,ed è proprio questo a renderli così umani.Forse il destino ha semplicemente scelto il momento giusto,perché nel 1996 questo disco sarebbe stato ignorato.Nel 2026, invece, può finalmente essere ascoltato per ciò che è davvero: un magnifico album di classic rock rimasto intrappolato nel tempo.
Concludo dicendo che “Turning Time” non è una semplice operazione nostalgia,ma il recupero di un album che meritava una seconda possibilità e che oggi, grazie a un lavoro di ricostruzione intelligente e rispettoso, può finalmente occupare il posto che gli spetta tra le migliori uscite dedicate al classic rock contemporaneo.
Sean Manning e Paul Rafferty firmano un disco che trasuda autenticità, passione e amore sconfinato per la grande tradizione britannica.
Lubranomic





