Enrico Rava Fearless Five

Sala Maggiore del Teatro Comunale di Vicenza 25/05/2026
Articolo & foto a cura di Anna Cimenti

Il concerto degli “Enrico Rava Fearless Five”, andato in scena lunedì 25 maggio 2026 nella Sala Maggiore del Teatro Comunale di Vicenza nell’ambito del Vicenza Jazz Festival, ha confermato ancora una volta la straordinaria vitalità artistica del grande trombettista piemontese.

A oltre sessant’anni dall’inizio della sua carriera, Enrico Rava continua infatti a sorprendere per capacità di rinnovarsi, circondandosi di musicisti appartenenti a generazioni diverse e costruendo progetti in cui tradizione e contemporaneità convivono in perfetto equilibrio.

Il concerto degli “Enrico Rava Fearless Five”, andato in scena lunedì 25 maggio 2026 nella Sala Maggiore del Teatro Comunale di Vicenza nell’ambito del Vicenza Jazz Festival, ha confermato ancora una volta la straordinaria vitalità artistica del grande trombettista piemontese. A oltre sessant’anni dall’inizio della sua carriera, Enrico Rava continua infatti a sorprendere per capacità di rinnovarsi, circondandosi di musicisti appartenenti a generazioni diverse e costruendo progetti in cui tradizione e contemporaneità convivono in perfetto equilibrio.

La formazione dei Fearless Five riunisce personalità fortemente caratterizzate: Rava alla tromba e al flicorno, Matteo Paggi al trombone e all’elettronica, Francesco Diodati alle chitarre elettrica e acustica, Francesco Ponticelli al contrabbasso e basso elettrico ed Evita Polidoro alla batteria e alla voce. Un gruppo che già sulla carta suggerisce un’idea di jazz aperto, curioso, capace di dialogare con linguaggi differenti senza rinunciare alla propria identità.

Fin dalle prime battute emerge chiaramente questa volontà di esplorazione. L’apertura del concerto è affidata infatti a un paesaggio sonoro elettronico che introduce il pubblico in una dimensione sospesa e quasi cinematografica. Le elaborazioni di Matteo Paggi non si limitano a creare un semplice sfondo, ma costruiscono un ambiente acustico nel quale gli strumenti si inseriscono progressivamente, dando vita a una trama ricca di sfumature. È un inizio inatteso, che cattura immediatamente l’attenzione della sala e dimostra come il gruppo intenda muoversi lontano da qualsiasi formula prevedibile.

I brani originali firmati da Enrico Rava costituiscono il nucleo centrale del programma. Le sue composizioni mantengono quella cantabilità che da sempre rappresenta uno dei tratti distintivi della sua scrittura, ma vengono continuamente arricchite dagli interventi degli altri musicisti. Le melodie appaiono come punti di partenza da cui si sviluppano percorsi collettivi, improvvisazioni, deviazioni armoniche e ritmiche che ampliano il materiale originario senza mai disperderne la forza espressiva.

Rava si conferma narratore musicale di rara eleganza. Alla tromba il suo suono conserva una straordinaria capacità evocativa: poche note bastano per creare tensione, poesia e senso della misura. Al flicorno emerge invece il lato più lirico e raccolto della sua personalità artistica. Non c’è mai ostentazione tecnica; ogni frase sembra nascere da una necessità espressiva precisa, trasformando il silenzio stesso in elemento musicale.

Uno degli aspetti più affascinanti dell’intera serata è il dialogo costante tra Rava e Matteo Paggi.

Il trombonista non assume mai il ruolo di semplice comprimario. Al contrario, il confronto tra tromba e trombone diventa uno dei motori creativi del concerto. I due strumenti si cercano, si rispondono, si sovrappongono e talvolta si sfidano in un gioco di richiami che attraversa l’intera esibizione. Paggi possiede un timbro pieno e flessibile, capace di passare dalla morbidezza lirica a sonorità più aggressive, mentre l’utilizzo dell’elettronica amplia ulteriormente il vocabolario espressivo del gruppo.

Fondamentale risulta anche il contributo di Francesco Diodati. Le sue chitarre non occupano mai uno spazio puramente accompagnatorio, ma intervengono come elemento di raccordo tra le diverse anime della formazione. Le sonorità elettriche aggiungono tensione e profondità, mentre la chitarra acustica offre momenti di maggiore trasparenza timbrica. Diodati dimostra una notevole sensibilità nell’ascolto reciproco, costruendo tessiture raffinate che sostengono e allo stesso tempo stimolano il dialogo collettivo.

La sezione ritmica rappresenta un altro punto di forza del progetto. Francesco Ponticelli alterna con naturalezza contrabbasso e basso elettrico, offrendo colori differenti ai vari momenti del concerto. Il contrabbasso garantisce profondità e calore acustico, mentre il basso elettrico introduce una componente più moderna e incisiva, contribuendo a rendere particolarmente dinamici alcuni episodi. Questa alternanza non appare mai come un semplice espediente timbrico, ma come una vera scelta narrativa che modifica il carattere dei brani e ne amplia le possibilità espressive.

Accanto a lui, Evita Polidoro ,conferma le qualità che ne fanno una delle musiciste più originali della sua generazione. Alla batteria dimostra grande attenzione alle dinamiche e una notevole capacità di costruire spazi sonori anziché limitarsi alla scansione ritmica. La sua presenza  è creativa, mobile, sempre al servizio dell’insieme. La sorpresa arriva però quando assume anche il ruolo di cantante.

L’interpretazione di “My Funny Valentine” rappresenta infatti uno dei momenti più coinvolgenti della serata. La celebre ballad viene affrontata con rispetto ma senza alcun timore reverenziale.

La voce di Evita Polidoro evita ogni compiacimento e punta piuttosto sull’intimità e sulla sincerità espressiva. Attorno a lei il gruppo costruisce un accompagnamento essenziale, lasciando emergere tutta la malinconica bellezza del brano. È un episodio che crea un clima di particolare concentrazione emotiva e che viene accolto con evidente partecipazione dal pubblico.

Particolarmente significativa risulta anche la scelta di rendere omaggio a Miles Davis attraverso l’esecuzione di due classici come “Half Nelson” e “Milestones“. I Fearless Five affrontano questi capolavori con uno spirito contemporaneo, mantenendone intatta l’energia originaria ma reinterpretandoli alla luce della propria identità sonora. In “Half Nelson” emerge soprattutto la vivacità del dialogo improvvisativo, mentre “Milestones” diventa terreno ideale per sviluppi collettivi di grande intensità.

Proprio in questi momenti si coglie uno degli elementi più interessanti del progetto: la capacità di coniugare memoria e innovazione. Rava non guarda al passato come a un repertorio da conservare, ma come a una fonte di ispirazione da rimettere continuamente in gioco. Il riferimento a Miles Davis appare dunque non come un tributo nostalgico, bensì come una dichiarazione di appartenenza a una tradizione che vive attraverso il cambiamento.

Nell’ultima parte del concerto i musicisti sembrano muoversi all’interno di una conversazione sempre più libera e spontanea, sostenuta da un ascolto reciproco esemplare. Ogni intervento trova immediatamente una risposta, ogni idea viene raccolta e sviluppata dagli altri componenti del gruppo.

Il bis finale rappresenta la sintesi perfetta dello spirito della serata. I temi musicali passano fluidamente dalla tromba di Rava al trombone di Paggi e viceversa, in un continuo scambio di ruoli che trasforma la melodia in un organismo vivo. È un dialogo che riassume l’essenza stessa del jazz: ascolto, condivisione, trasformazione. Le frasi si rincorrono, si intrecciano e si completano reciprocamente, mentre il pubblico accompagna con entusiasmo questo ultimo momento di intensa comunicazione musicale.

Al termine rimane la sensazione di aver assistito non semplicemente a un concerto, ma a un’esperienza  costruita sull’interazione e sulla libertà creativa. Gli Enrico Rava Fearless Five confermano di essere una realtà capace di guardare avanti senza dimenticare le proprie radici.

E Rava, ancora una volta, dimostra che la vera giovinezza artistica non dipende dall’età anagrafica, ma dalla capacità di continuare a mettersi in gioco, ascoltare e immaginare nuovi percorsi. Una lezione di musica e di libertà che il pubblico vicentino ha accolto con un lungo e meritato applauso.

Setlist:

Lavori casalinghi (brano esteso ad ampio spazio d’improvvisazione)
Lady Orlando (ballad breve)
The Trial
Infant
Amnesia
Bell Flower (con l’evocazione della melodia e la voce di Evita Polidoro)
Spider Blues
Cornettology
Fragile
Le solite cose (eseguito solitamente come finale all’unisono con il trombone)

Lineup:
Enrico Rava – tromba / flicorno
Matteo Paggi –  trombone / elettronica
Francesco Diodati –  chitarre elettriche / acustiche
Francesco Ponticelli –   contrabbasso
Evita Polidoro – batteria – voce