Wish
The Endless Winter
Sette anni possono sembrare un’eternità, nell’era dei flussi istantanei e dell’oblio digitale. Per i Wish, però, il tempo intercorso tra Stay Here My Friends (2019) e The Endless Winter non è stato un vuoto, ma una lenta stratificazione.
Un’attesa necessaria. Perché ciò che il quartetto romano racconta in questi otto brani non è l’urlo a caldo di un’emergenza, ma il dolore metabolizzato, pensato, trasformato in forma d’arte. Se il debutto parlava di amicizia e di valori traditi da una società distratta, questo nuovo capitolo è la risposta al tradimento.La guerra, tema centrale del disco, è un argomento scivoloso per un album rock. Troppo facile cadere nell’epico a buon mercato o nel melenso pacifismo da slogan. I Wish evitano entrambe le trappole con un’arma disarmante: lo sguardo umano. Non cantano la geopolitica, ma il soldato che non sa più dov’è la sua anima. Non celebrano eroi, ma raccontano dispersi e famiglie in attesa, non c’è spettacolarizzazione, ma una partecipazione dolorosa, quasi etica. Quando la band dichiara: “In guerra sei solo un corpo che si nasconde.
L’anima è un lusso che non puoi permetterti”, non sta scrivendo un verso, sta consegnando la tesi dell’intero album. Musicalmente, i Wish consolidano la loro identità: un progressive rock moderno, asciugato dalle ridondanze settantiane, che respira l’aria dei giorni nostri. Le influenze sono chiare ma ben digerite: il Roger Waters più mordace e parlato, la cura ossessiva di Steven Wilson, il pathos vocale di Peter Gabriel e il lirismo ferito di Peter Hammill; ma il quartetto non si limita a citare, la vera forza è nell’arrangiamento: Giorgio Simonetti (chitarre, basso, voce) costruisce paesaggi sonori che alternano ferocia post-punk a lirismi da camera, mentre Salvatore Patti (tastiere) dipinge atmosfere gelide o improvvisamente luminose.
Massimo Mercurio alla batteria non tiene mai il tempo in modo scontato: le sue ritmiche sono respiri affannati, cadute, ripartenze. Piergiorgio Franceschelli, alla voce, è la sorpresa più grande. Canta con rabbia trattenuta e una grazia ferita che ricorda il miglior Peter Hammill nei Van der Graaf Generator. Non cerca il virtuosismo, ma la verità…La opener Pointe du Hoc è un’introduzione strumentale che è un tuffo nell’acqua sporca della memoria. Chitarre spettrali, tastiere come nebbia. Si alza il sipario sulla minisuite in quattro parti Comandante Nino, è qui che i Wish danno il meglio… si passa dall’incedere cupo di Endless Winter allo sfogo punk-prog di Never again, fino allo spleen di Far from home mentre il titolo della quarta sezione, We are all died, è un pugno allo stomaco:
l’inglese volutamente sgrammaticato come i cadaveri che non hanno più nemmeno un tempo verbale. La traccia successiva, Collapsing, ci riporta musicalmente ai primi Genesis con partiture strumentali complicate ed intricate che si avvolgono e si fondono con le tastiere e la batteria. The Four Rooms è la seconda piccola suite, The cellar è oppressione pura (basso in eco, voce sussurrata); A thin light è il primo, fragile barlume di speranza. Battlefield esplode in un riff che sembra una marcia verso il nulla, infine Healing/Resignation chiude con un’ambiguità magistrale: la guarigione è possibile o è solo rassegnazione? La musica non risponde, si sospende.
I Watch You From Afar, costruita sul un lento incedere costruito su una linea di basso e cassa, è un pezzo ipnotico e carico di pathos che nel finale sfocia in una liberazione musicalmente emotiva; poi This Land e This Life (la doppia chiusura), la prima è un’elegia folk-prog per la terra violata mentre la seconda è un commiato che non cerca catarsi, ma dignità. Gli archi (sintetici ma efficaci) e la voce di Franceschelli restano addosso a lungo.
The Endless Winter non è un album facile, è un disco che chiede ascolto, silenzio, riascolto… la band ha fatto qualcosa di non comune usando il progressive per raccontare il dolore più caldo e umano che esista trasformando la rabbia per gli ideali traditi in una forma d’arte che non si arrende al cinismo e, alla fine del viaggio, quell’inverno senza fine del titolo sembra un po’ meno eterno e riaffiora la speranza…
Massimo Cassibba





