Windswept
The Devil’s Vertep
Gli ucraini Windswept sono tornati con un nuovo album intitolato “The Devil’s Vertep”, uscito il 12 dicembre. Si tratta di un concept album di sei brani ispirati dal “Libro nero del castello di Kremenets 1747-1777”, che racconta dei processi alle streghe degli anni tra il 1753 e il 1754 avvenuti nell’ovest dell’Ucraina.
Questo nuovo album concettuale della band attira l’attenzione dell’ascoltatore nelle sei tracce che lo trascinano in un’atmosfera misteriosa e oppressiva che è data da accuse, confessioni, esecuzioni brutali e la rabbia che nasce dal raw/black metal ucraino: incrollabile, risoluto e bruciante di rabbia.Musicalmente parlando, “The Devil’s Vertep” è molto più immediato, diretto, “assetato di sangue” rispetto alle pubblicazioni precedenti. Quest’album segna infatti la prima “discesa” nella demonologia e stregoneria ucraina, benché il seme di quest’idea risieda in un progetto di Roman Sayenko non finito del 1996 e intitolato “Kozlongyi”, un concept nato nelle stesse correnti mitologiche che poi riemergeranno in “The Devil’s Vertep” nel quale finiranno anche alcuni riff e alcune bozze.
Cinque delle sei tracce superano i sei minuti di lunghezza, nei quali si alternano sfuriate violente e momenti acustici. Spicca tra le tracce la numero tre, “Torture and Confession”, della durata di 8:38 minuti, nei quali si può notare la bravura nella composizione sia della parte strumentale sia dei testi della band ucraina, rendendo “The Devil’s Vertep” uno degli album più personali dei Windswept. Tra le altre tracce spicca anche “Nest of the Witches”, nella quale si può sentire una parte strumentale molto pressante che richiama l’atmosfera cupa dell’intero album.In conclusione, nonostante “The Devil’s Vertep” porti con sé gli inconfondibili tocchi atmosferici che definiscono la firma dei musicisti, è l’ondata di energia grezza e primordiale che si scorge nell’album la vera protagonista dell’album: una forza indomita scolpita nella devastazione, che nonostante tutto si innalza attraverso il peso delle melodie co quel senso di cruda e aspra grandezza che contraddistingue l’album.
È stato un vero piacere ascoltare le invocazioni furiose e senza filtri di Roman Sayenko: grida pronunciata a nome di anime perdute, che raccontano orrori di un passato oscuro (e che secondo me riecheggiano ancora oggi con un altro aspetto). Le chitarre, aspre ma di una bellezza quasi inquietante, si dipanano in cicli ipnotici e con il loro fraseggio ripetitivo spingono l’ascoltatore in una deriva simile all trance. Questo album va immaginato come una sorta di romanzo sonoro intenso e minaccioso, che conduce l’ascoltatore sulle orme sbiadite di figure straordinarie come Oryshka Lychmanykha, anime vissute in epoche lontane e forse più spietate della nostra.
La stregoneria è un tema ricorrente nel black metal, ma raramente è stata esplorata attraverso la particolare lente del folklore (ucraino in questo caso), al quale è sempre bello attingere per concept album.
Chiara Coppola





