Siege Perilous
Becoming the Dragon
I Siege Perilous arrivano al loro primo album sulla lunga distanza con Becoming the Dragon, un concept ambizioso che si inserisce pienamente nel solco del power metal sinfonico a tema fantasy.
Non si tratta del primo lavoro in assoluto della band — preceduto da EP come Creation’s Call — ma è questo debutto full-length a rappresentare il vero banco di prova per la band.La narrazione, incentrata sulla figura del “Child of Prophecy” destinato a trasformarsi nel drago che avrebbe dovuto sconfiggere, si sviluppa lungo dieci tracce con coerenza e linearità. L’approccio è fortemente cinematografico, con orchestrazioni, aperture epiche e una costruzione pensata per accompagnare l’ascoltatore lungo un arco narrativo ben definito.Fin dall’Ouverture, il disco chiarisce le proprie coordinate: arrangiamenti ampi, produzione pulita e un equilibrio costante tra componente metal e inserti sinfonici. Brani come “Ancient Rite” e “Child of Prophecy” mostrano una band tecnicamente preparata, capace di muoversi con sicurezza tra mid-tempo cadenzati e aperture melodiche. L’ascolto scorre senza difficoltà, anche grazie a una durata complessiva contenuta e a una scrittura che evita eccessi dispersivi.
Uno dei momenti più attesi è “As the Dragon Falls”, impreziosita dalla presenza di Fabio Lione. La sua interpretazione è solida, intensa e perfettamente coerente con il contesto del brano. Tuttavia, il punto non riguarda la qualità della performance — che resta elevata — quanto il fatto che anche un contributo di questo livello si inserisca senza deviazioni in un linguaggio musicale già ampiamente codificato. Più che rappresentare un elemento distintivo, la collaborazione conferma coordinate stilistiche ben note.Un discorso simile vale per “Echoes of Home”, con Kristin Starkey: una power ballad efficace sul piano emotivo, costruita con attenzione e interpretata con intensità, ma che rimane ancorata a schemi espressivi familiari. Le guest star, pur di grande rilievo, rafforzano la solidità dell’album senza spostarne realmente gli equilibri.
Dal punto di vista musicale, Becoming the Dragon è un lavoro ben eseguito. Le chitarre costruiscono un tessuto sonoro ricco di riff e armonizzazioni, la sezione ritmica è precisa e il comparto orchestrale interviene con misura, senza sovrastare l’impianto metal. Le influenze di nomi come Blind Guardian, HammerFall e Avantasia sono evidenti e dichiarate.Il limite principale del disco risiede proprio in questa forte aderenza ai codici del genere.
Tutti i brani risultano orecchiabili, ben costruiti e tecnicamente ineccepibili, ma raramente emergono per una reale identità propria. Anche all’interno della scena, lavori simili hanno già esplorato queste soluzioni in maniera più personale, e qui la sensazione è quella di un album che si muove con sicurezza, ma senza rischiare.Anche nei momenti più riusciti, come la title track o la conclusiva “Eschaton”, questa dinamica resta evidente: la qualità non è in discussione, ma manca quel dettaglio capace di rendere il disco realmente memorabile. L’ascolto è piacevole e coerente, ma difficilmente lascia un segno duraturo.
In definitiva, Becoming the Dragon è un debutto full-length convincente sotto il profilo tecnico e compositivo, capace di soddisfare gli appassionati del power metal sinfonico grazie alla sua solidità e coerenza. Allo stesso tempo, resta la percezione di un lavoro che, pur funzionando, non riesce a distinguersi in modo netto all’interno di un panorama già saturo: un disco valido, ma privo di quel quid necessario per emergere davvero.
Alesecco





