Venger
Times of Legend
Questo esordio è stato attivato da musicisti già di provata esperienza, in particolare ricordiamo che il chitarrista Scarratt proviene dai Saxon. Il moniker del gruppo è derivato da un mago del gioco “Dungeons and Dragons”, e così i testi prediligono la Fantascienza ed il Fantasy ma la musica si pone in una ben terrena vibrazione classica dell’heavy metal datato, sebbene con abili arrangiamenti moderni. Il risultato è qualitativamente alto perché la personalità è forte e la scrittura è pensata con ispirata intelligenza. Non si tratta comunque di un metal che diventa semplicemente una riproposizione quadrata del tempo anni ottanta che fu, non è quindi una esplicitazione legata troppo stretta agli stili basici dell’heavy iconico di Saxon, Iron o Accept, anzi di quei gruppi c’è ben poco. Attenzione! Gli eighties si sentono, ma non sono plagiati. Si prediligono le melodie a cui il rifframa deve adeguarsi e ciò determina un metallo raffinato, mai troppo arrembante per quanto la ruvidità chitarristica sia presente in modo netto.
Di spessore è ‘FROM WORLDS UNKNOWN’ che appare un brano molto peculiare e riconoscibile, per una linea melodica che contiene strofe e ritornello molto personali e non scontate ; non è un brano duro ma nella sua armoniosa tonicità mantiene un feeling elettrico, è un brano heavy arioso, con una parte strumentale che è strutturata in maniera espressiva evitando l’assolo di maniera. Invece la durezza arriva con la seconda traccia ‘PHARAOH’S CURSE’ ed essa si fa epica, sopra una riffica ed un drumming ben accentati, contribuendo intensamente con tali sezioni all’anima del pezzo. ‘THROW THE SWITCH’ inizia con un suono che ricorda ‘1984’ di David Bowie, ma avviene solo nelle note iniziali e poi smette di avere altro in comune; si tratta di una canzone enfatica leggermente scura, quasi teatrale, con un ritmo a volte cadenzato, a volte incombente, che permette al pezzo di variare senza però perdere il filo teso della sua atmosfera.
‘IMPALER OF SOULS’ è ancora più dark e nella sua oscurità pianta un’acre essenza che ricorda il tenore graffiante dei Vicious Rumors per poi aprirsi ad un ritornello corale molto fluido, pieno di feeling, e le tastiere sono un perfetto elemento di scenico raccapriccio; tale episodio è tra i migliori per carattere e drammaticità, creando un ottimo clima emotivo. La bella ‘TOWER OF BABEL’ presenta la voce differente di Mitchell, piuttosto debole per suono ma a suo modo interessante caratterialmente, meno cattiva e graffiante essendo in simil falsetto; apparentemente essa fa il verso a King Diamond senza però la stessa bravura, al contempo non perde nulla in significatività e sta bene all’interno del songwriting, quest’ultimo ben solido. I filler sono banditi e ogni cosa è compositivamente curata.
La tradizione viene letta con la capacità di non farsi legare a schemi sonori troppo abusati, per quanto già codificati. Il singer modula la sua interpretazione canora con densità ben messa a fuoco, è calda, e le sue note sono fiamme vive; non si mettono in campo impatti canori troppo cattivi, si naviga su evoluzioni più descrittive. Alla voce leader si affiancano sovrapposizioni e cori che ampliano lo spettro espressivo del cantato e lo si fa spesso, inoltre in maniera perfettamente eseguita. Dal canto loro gli strumenti sono ben tecnici ma mai semplice mestiere, donando un sentimento di pathos avvolgente, compresi certi assoli concepiti per andare oltre il semplice ornamento. Il virtuosismo non viene esibito come tecnicismo, ma viene elicitato solo se utile al mood della song. Questo disco non è una fredda esecuzione di una vecchia modalità musicale bensì un modo sentito e creativo di costruire sensazioni, e di antico emerge lo spirito d’artista artigiano, per un heavy metal molto umano, ancora in grado di scaldare gli animi di un ascoltatore vero, ancora presente e forse non così in minoranza tra il pubblico.
Roberto Sky Latini





