Tokyo Blade
Time is the Fire
Tra i gruppi più rappresentativi della scena NewWaveOfBritishHeavyMetal ci furono anche questi britannici sebbene esordienti discograficamente solo alla fine del periodo (1983). La loro capacità compositiva non sarà stata artisticamente sempre di livello massimale, ma negli ultimi tempi la loro verve appare di nuovo ispirata e gustosa (compreso quindi ‘Dark Revolution’ del 2020 e ‘Fury’del 2022.Qualità in esposizione senza volersi troppo allontanare dalla propria vera fisionomia tradizionale, che comunque permane luminosa. Quattordici full-lenght ed alcuni ep non sono tantissimi in quarantuno anni, ma neanche pochi, e la traccia positiva è stata da loro lasciata inequivocabilmente nella storia. Non è heavy metal quadrato alla Accept, ma risente del passaggio fra gli anni settanta e ottanta.‘FEEDING THE RAT’ ha la sua bella tenacia metal, con ritmo denso e pesante, fornito di aperture ariose ma con anche una compattezza heavy martellante. La lineare ‘MOTH TO THE FIRE’ ha un gusto cadenzato ballabile che ricorda perfettamente gli anni ottanta, ed esprime quei tempi con abile freschezza, per un bel ritornello intrigante che un po’ però sa di qualcosa dei danesi D.A.D., in senso favorevole alla song. Il ritmo medio di ‘ARE YOU HAPPY NOW’ gioca su una posizione più orecchiabile, con voce alla Def Leppard, ma senza prenderne la faccia commerciale che avrebbe stonato all’interno di un disco puro come questo; la bellezza di tale pezzo è saper mantenere tono pesante pur evitando velocità e pressione, si naviga su una struttura distorta cantando in modo scintillante ma di stampo fortemente rock.
L’unico brano veloce è ‘The Devil in You’, una grintosa impennata che non sarà uno dei punti più alti del lavoro ma regala un bel colpo ad effetto, del resto non esistono riempitivi in questo disco. Ma la migliore potenza dell’album è ‘WE BURN’, un saldo muro di gagliardìa contro cui sbattere il muso che sarebbe un godimento vivere dal vivo, tra essenze che ricordano Krokus e Riot. Divertente percepire lo stile dei Thin Lizzy, sia nel cantato che nella doppia chitarra, per ‘Soldier On’. Evitando di dare importanza a riff canonici come quelli di ‘Don’t bleed over Me’ o altri momenti, tutte le canzoni funzionano. Non manca la minisuite finale di quasi otto minuti, ‘Ramesses’, con la sua leggera epicità, per raccontare in modo variabile la propria presenza artistica.Ogni cosa è realizzata bene. La batteria sa imprimere corposità e durezza. La chitarra girovaga intelligentemente tra una sezione e l’altra senza cadute di personalità, che sia ritmica o solista, cucendo perfettamente tutto il songwriting pensato. La voce ha una sua propria essenza estetica, è infatti eccitante sentire ancora Marsh, il cantante fondatore della band, con il suo timbro molto personale e riconoscibile e uno spirito molto spesso evocativo (vedi ad esempio ‘Enemy Within’, o la parte iniziale alla Halford e poi subito dopo alla Savatage di ‘Going with the Flow’). Inoltre il cantate sa porsi in modi differenti dando diverso colore alle song, persino un avvicinarsi alla modalità un po’ raschiante dei Ratt in ‘’Written in Blood’.
Il pathos non arriva solo dall’ugola, esso viene rivelato anche dalla sei corde che non si accontenta di fare accompagnamento, pur in assenza di virtuosismo tecnico estremo. Un disco che si erge tonico tutto insieme. Tonico ma senza cattiveria, dato che si è deciso per un sound molto melodico, eppure appunto la tonicità è una bella cavalcata dinamica e piena di energia. Possiamo insomma dire che per quanto ci sia un carattere chiaro e aperto, il suono dei Tokyo Blade non è pulitino nè addomesticato, non è levigato, lasciando anche piccole imperfezioni salutari, possedendo invece una certa linea di sporcizia che rende efficace l’anima del’opera. Troviamo forse anche una migliore tecnica di registrazione rispetto al penultimo lavoro, valorizzandosi meglio. Incrementare di più il livello di grinta e di originalità non ci sarebbe stato male, ma visto che l’impianto è quello dell’ottima musica, con idee lucidamente elettriche, non abbiamo nulla da recriminare; ancora una volta sono i vecchi a tenere alta la bandiera del valore metallico di questo sound.
Eppure la fedeltà al cosiddetto “vero” metal non avrebbe senso se poi mancasse la pregnanza compositiva, ed è chiaro che qui si è stati attenti a mettere su disco solo ciò che avrebbe avuto sapore.
Roberto Sky Latini