THE HU
Hun
I The Hu, band di origine mongola, occupano una posizione particolare nel panorama musicale internazionale.
La loro proposta porta con sé una cultura secolare, ricca di stilemi antichi e profondamente identitari, che non sempre è facile tradurre in un linguaggio musicale immediatamente accessibile al pubblico occidentale.Resta qualche perplessità sulla scelta del nome: pur essendo scritto in modo diverso, The Hu richiama foneticamente The Who, storica band di Roger Daltrey e Pete Townshend. La somiglianza può generare confusione e, forse, si sarebbe potuta valutare una soluzione più distintiva. Si tratta comunque di una considerazione personale.
Con quattro album all’attivo, i The Hu arrivano ora all’attenzione di Tempi Duri con questo nuovo lavoro, intitolato Hun, che offre diversi spunti di riflessione.Il disco è realizzato con grande cura. Si avverte con forza la volontà della band di far conoscere la cultura mongola a cui appartiene, utilizzando strumenti tradizionali in una veste moderna.
I The Hu cercano di avvicinarsi il più possibile all’heavy metal contemporaneo, riuscendoci però solo in parte: le nostre culture restano molto distanti e non sempre riescono a fondersi in un unico linguaggio capace di evolversi in modo naturale. Resta comunque evidente che la band porta avanti una missione in cui crede profondamente.La musica dei The Hu può essere definita immaginifica, soprattutto per l’uso delle sonorità vocali. In particolare, la band ricorre al Khöömii (o Xöömej), una straordinaria tecnica secolare di canto di gola e difonico, attraverso la quale un singolo cantante produce due o più suoni distinti contemporaneamente.
Questa tradizione, nata tra i pastori nomadi dei Monti Altai, riflette un legame viscerale con la natura e con la spiritualità delle steppe.Le vocalità particolari e gli strumenti originali, talvolta rimodernati, rappresentano il marchio di fabbrica dei The Hu. Hun ne è profondamente impregnato e, nonostante alcune possibili distanze culturali, si lascia ascoltare con piacere. Da sottolineare anche l’ottima produzione: sonorità e arrangiamenti risultano equilibrati e ben calibrati.
- Warrior Chant apre il disco con un’impronta bellica evidente: il “canto del guerriero” è sostenuto da percussioni che richiamano l’atmosfera della battaglia.
- Lost Soul, con la partecipazione dei Nothing More, è forse il brano che più si distacca dal resto del lavoro. Allo stesso tempo, sembra ammiccare con decisione alla volontà di entrare nelle classifiche internazionali.
- Echoes of My Father è uno dei brani più riusciti e richiama una dimensione spirituale legata alla famiglia.
- Universe merita sicuramente l’ascolto: l’inizio, molto suggestivo e caratterizzato da musicalità tipicamente orientali, può far pensare a una ballata, pur non essendolo nel senso classico del termine. È probabilmente il brano più bello del disco, anche per la sua durata ampia, che si avvicina agli otto minuti e oltre.
In chiusura, Hun si conferma un ottimo disco, capace di farsi ascoltare con piacere. Tuttavia, la scelta di introdurre una cultura così diversa dalla nostra potrebbe risultare meno immediata e, forse, persino infastidire una parte del pubblico.
Stefano Bonelli





