The Aristocrats Live @ CrossRoads Live Club,

Roma 18 Aprile 2026
Articolo di Lubranomic

Sono Stefano Bonelli della webzine tempiduri  ci tengo a dire  che per quanto mi riguarda non riuscirò mai a capire  il perché  del divieto di fare  quando si sa benissimo che un report non un report  quando non ti permettono di fare foto oltre il report  in se per se le foto sono il fulcro di un articolo e senza si perde un bel po’ di lettori che vorrebbero invece vederle Si ringrazia  il Crossoroad per averci permesso di reporterare una concerto  eccezionale alle prossime occasioni.

Stefano Bonelli www.tempiduri.eu 

Molti concerti nascono attorno alle canzoni,altri attorno alla tecnica, poi ci sono serate come quella degli The Aristocrats al CrossRoads di Roma, dove la tecnica smette completamente di essere il punto centrale e diventa invece linguaggio, teatro, assurdo, caricatura e improvvisazione narrativa.Perché ridurre gli Aristocrats al concetto di “super trio fusion” oggi sarebbe quasi offensivo.Quello andato in scena al CrossRoads non è stato semplicemente un concerto di virtuosi,è stato piuttosto un atto di sabotaggio artistico perfettamente organizzato, progressive rock distrutto dall’umorismo, jazz fusion deformata da una comicità dadaista e tecnica strumentale usata non per impressionare, ma per raccontare storie deliranti.

In altre parole, Frank Zappa avrebbe probabilmente sorriso parecchio.La serata romana comincia già fuori dal locale.Il caldo umido di aprile avvolge la Cassia mentre il parcheggio del CrossRoads collassa sotto il flusso di musicisti, appassionati, tecnici del suono, chitarristi con lo sguardo febbrile e nerd della fusion pronti a osservare ogni singolo movimento delle mani di Guthrie Govan.Ed è proprio questa la cosa affascinante del pubblico degli Aristocrats,non esiste separazione netta tra spettatori e musicisti.Molti di quelli davanti al palco suonano, studiano,analizzano, ma appena il trio entra in scena, anche il musicista più tecnico smette improvvisamente di “studiare” e torna semplicemente ad ascoltare.

L’introduzione con “Swan’s Splashdown” di Jean-Jacques Perrey e Gershon Kingsley è già una dichiarazione di poetica,ironica, surreale,vintage, ma soprattutto…assolutamente perfetta.Poi i tre salgono sul palco e il clima cambia immediatamente.Niente rockstar attitude,niente teatralità costruita,gli Aristocrats sembrano tre professori pazzi appena usciti da un laboratorio musicale clandestino.E appena parte “Hey, Where’s My Drink Package?”, il concerto esplode.Riffoni hard rock, groove storti, cambi improvvisi e sopra tutto questo, Guthrie Govan che suona con quella fastidiosa naturalezza tipica delle persone che potrebbero probabilmente improvvisare un assolo anche durante una TAC.

La cosa incredibile è che gli Aristocrats riescono sempre a sembrare sul punto di deragliare… senza deragliare mai davvero.Ogni pezzo sembra una rissa musicale perfettamente coreografata.Guardare Guthrie Govan dal vivo è un’esperienza psicologicamente destabilizzante,perché non suona la chitarra come uno shredder classico,non ha la faccia contratta da “guardate quanto sono veloce”,lui sembra sinceramente divertirsi e a me questo crea del disagio profondo (ahahahaha)Passa dal jazz al country, dal metal al flamenco deformato come se stesse cambiando corsia in autostrada,durante “Spanish Eddie” il suo assolo sembra contemporaneamente una colonna sonora western, un disco fusion anni ’70 e un litigio tra Paco de Lucia e Eddie Van Halen.

Il pubblico ride, applaude, si guarda intorno cercando conforto psicologico…inutilmente.Poi arriva il momento dell’assolo di Marco Minnemann,che in realtà non è un assolo,ma una crisi esistenziale ritmica.Minnemann non suona la batteria, sembra piuttosto interrogare il tessuto spazio-temporale attraverso i tamburi e parte con groove quasi normali,poi improvvisamente accelera,spezza ,ricostruisce,inserisce pause assurde,ride e distrugge il concetto stesso di “1-2-3-4”Ed è qui che il concerto smette definitivamente di appartenere alla categoria “fusion” per entrare nella performance art.,la gente ride davvero durante l’assolo,non per scherno,per puro shock nervoso.In mezzo ai due marziani c’è Bryan Beller,che apparentemente sembra quello “normale”,errore gravissimo,perché è lui il vero regista occulto del trio.Il suo basso tiene insieme groove,caos,ironia,dinamica e cambi metrici.

In “Get It Like That” costruisce un tappeto funk talmente elastico che il pezzo sembra respirare da solo,ed è probabilmente il musicista più sottovalutato dell’intera scena progressive contemporanea.Il materiale tratto da Duck dal vivo funziona ancora meglio che su disco.Perché finalmente capisci che gli Aristocrats non stanno semplicemente suonando composizioni complesse,stanno raccontando una storia assurda.Una storia di anatre, poliziotti-pinguino, inseguimenti immaginari e groove impossibili.E incredibilmente… tutto questo ha senso.“Sittin’ With A Duck On A Bay” diventa quasi il cuore emotivo del concerto,malinconica, ironica, jazzata, surreale.

Una specie di ballata fusion per animali antropomorfi depressi.Detta così sembra ridicolo.Dal vivo funziona magnificamente.Poi arriva “Flatlands”e improvvisamente il concerto cambia faccia,le luci si abbassano emotivamente,il trio rallenta e Govan comincia a scolpire note invece di spararle.Per qualche minuto gli Aristocrats mostrano il loro lato più serio, quasi cinematografico.È qui che capisci quanto siano grandi davvero,perché potrebbero vivere tranquillamente di tecnica e circo fusion,invece sanno anche emozionare.E non è affatto scontato.Il bis con “Desert Tornado” è semplicemente perfetto.

La band costruisce tensione lentamente, come una tempesta che si vede arrivare da chilometri nel deserto.Minnemann deforma il tempo,Beller mantiene il terreno stabile e Govan dipinge paesaggi sonori che sembrano colonne sonore di western psichedelici girati su Marte. Si come Fascisti su Marte N.D.R. cit.Quando il pezzo finisce, il CrossRoads resta sospeso qualche secondo prima dell’applauso finale.Quello vero.Quello stanco, sudato, liberatorio.

In un’epoca in cui il virtuosismo spesso somiglia a una gara olimpica per ego ipertrofici, loro fanno qualcosa di molto più raro,trasformano la complessità in intrattenimento vero e il pubblico romano lo ha capito perfettamente.Non è stato soltanto un concerto,è stata una gigantesca presa in giro del progressive rock fatta da tre musicisti che lo amano profondamente.

Ed è proprio questo il motivo per cui funziona così bene.