Softcult

When a Flower doesn’t grow

A volte sembra che la musica non sia ben classificabile, ma solo per via degli arrangiamenti, perché il songwriting non sarebbe né ambiguo né sperimentale. E’ il caso delle canadesi Softcult, duo femminile che viene definito punk o New Wave e in effetti ne utilizzano alcune forme, ma nell’essenza non si permettono mai di esserlo
appieno.Possiamo mettere la scrittura all’interno di tali categorie, ma in quale o quali di più? La parola rock non sempre gli si addice, sicuramente è forte la rarefattezza che fa poi anche percepire un senso di psichedelìa dentro uno shoegaze fine a se stesso, fatto sta che le tracce tengono il freno a mano e tutto è immerso in un brodo di coltura intorbidato e appiccicoso che fa perdere feeling alle singole composizioni e ne sfuma le caratteristiche.

Solo tre sono i momenti con un temperamento definito e d’appeal. Il brano ‘16-25’ possiede un drumming ridondante su cui il soffuso incedere delle strofe si alterna alla nettezza pulita del ritornello, con un senso rock abbastanza, una piccolo viaggio algido con un tepore debole irraggiato come quello che si accumula male in guanti indossati nella gelida aria esterna. Il basso e la batteria cadenzata di ‘SHE SAID, HE SAID’ percorrono con una trama ipnotica uscendo un po’ dal mood evanescente del lavoro permettendo così una maggiore tonicità e una minore confusione percettiva.

Possiamo vedere nella title-track ‘WHEN A FLOWER DOESN’T GROW’ l’unico episodio che può essere considerato normale in quanto l’arrangiamento segue una linea melodica tracciabile con maggiore chiarezza, in qualche modo lasciandosi costruire in maniera tradizionale, ricordando sia i generi soffusi di certo cantautorato femminile e in qualche modo anche riverberi anni settanta; risulta forse la traccia migliore del disco.

Le canzoni sono brevi, solo una raggiunge i quattro minuti, ma più esse si dilungano più appaiono melense, eccetto la title-track che è appunto la più lunga, ma perché esce parzialmente dal mood del disco. Dove una sembianza rock c’è si rende un minimo di carattere alla canzone, ma in un contesto come questo, perdere quel soffio annacqua il risultato ancora di più, succede particolarmente nel caso di ‘Pill to swallow’ e di ‘Not Sorry’, ‘Naive’ è un soft-rock ma è noiosa.

La sofficità aerea di ‘I held You like a Glass’ si avvicina alla norvegese Aurora, una versione mal riuscita ed involuta. Anche spingere sull’anima più nervosa del punk qui non diventa valoriale, infatti ‘Hurt Me’ e ‘Tired’ sono escrescenze fallimentari e male espresse, quest’ultima in un solo minuto e 13 secondi vomita senza incidere sull’ascoltatore; una aggressività inconcludente. Lo pseudo grunge di ‘Queen of Nothing’ è polvere commerciale che sporca lo stereo, è da spolverare e lavare via perché all’ascolto non lascia alcun segno significativo.

Alla fine sembra che si sia pop più di quello che appare ad un primo ascolto, orecchiabilità banale. Il songwriting non convince, gli arrangiamenti sono troppo attutiti e semplicisti, echi e ridondanze saturano eccessivamente e non funzionano, perdono tono. Il linguaggio utilizzato non comunica niente di pregnante, sebbene si senta che l’obbiettivo fosse trasmettere sensazioni emotive. La ricerca dell’intimità si fa espressione fredda, e le sfumature divengono assenza di costruzione vera e propria, manca l’attenzione al particolare, si affoga tutto in una schiuma sofficemente insulsa. Dopo singoli ed ep, questo è un primo full-lenght, purtroppo fiacco sia per scrittura, sia per concezione sonora. Manca l’ispirazione artistica e manca anche la capacità di mettersi a fuoco; se il fiore non sboccia meglio smettere di innaffiarlo.

Roberto Sky Latini

TRACKLIST:

Intro
Pill To Swallow
Naive
16/25
She Said, He Said
Hurt Me
I Held You Like Glass
Queen Of Nothing
Tired
Not Sorry
When A Flower Doesn’t Grow

LINEUP:

Mercedes Arn-Horn – vocals / guitar
Phoenix Arn-Horn – vocals /drums