Soft Machine

Thirteen

Quando si parla di leggende del rock progressivo e della fusion, poche band possono vantare un’eredità paragonabile a quella dei Soft Machine. Pionieri della scena di Canterbury, contemporanei e compagni di strada dei Pink Floyd di Syd Barrett e della Jimi Hendrix Experience, il loro nome è inciso nella pietra miliare della musica sperimentale britannica. A distanza di sessant’anni dalla loro formazione, e dopo aver attraversato innumerevoli cambi di formazione e trasformazioni stilistiche, i Soft Machine tornano con Thirteen, un album che non è solo un ennesimo capitolo, ma una vibrante dichiarazione di vitalità artistica. Il titolo, che gioca sul numero tredici sia per la posizione nella discografia che per la durata di alcuni brani, introduce un’opera sorprendentemente fresca, avventurosa e fedele allo spirito esplorativo che ha sempre contraddistinto la band.

Thirteen è un viaggio sonoro che attraversa l’intero spettro dell’esperienza musicale dei Soft Machine, spaziando dal jazz-rock più aggressivo alla psichedelia atmosferica, dall’improvvisazione libera a momenti di rara delicatezza. La formazione attuale, composta da John Etheridge (chitarra), Theo Travis (sassofoni, flauti, tastiere), Fred Thelonius Baker (basso fretless) e il nuovo acquisto Asaf Sirkis (batteria), dimostra un’intesa e una maturità compositiva eccezionali. Theo Travis, principale compositore dell’album con sei tracce su tredici, emerge come una figura centrale, capace di tessere trame sonore che sono al contempo complesse e accessibili. La sua scrittura funge da collante per un disco che, pur nella sua varietà, mantiene una coerenza narrativa notevole.

L’opener Lemon Poem Song, è un brano che mette subito in chiaro le carte in tavola: il lavoro di chitarra di John Etheridge è semplicemente meraviglioso, intrecciandosi con sottili motivi di tastiera elettrica che emergono da un’aggressiva e pulsante sezione ritmica. È un inizio che cattura l’attenzione e non la lascia più. La successiva Open Road è un vero gioiello che inizia con un inquietante riff di tastiera intriso di Mellotron creando un’atmosfera densa e avvolgente sulla quale il sassofono di Travis si libra incalzante ed emotivo, perfettamente sostenuto da un vorticoso organo Hammond. Il brano si sviluppa in un rock energico, con assoli infuocati di Etheridge e Travis che duellano in un crescendo di potenza. La scelta di pubblicarlo come singolo anticipatore si rivela azzeccatissima, offrendo un assaggio rappresentativo della doppia anima del disco: quella più rock e quella più jazz.

Per chi ama le sperimentazioni più audaci, Seven Hours e Pens to the Foal Mode rappresentano un territorio ideale; quest’ultima, in particolare, è un’improvvisazione di gruppo completamente libera, uno sguardo privilegiato sulla capacità dei musicisti di dialogare e creare in tempo reale, spingendosi oltre i confini della composizione scritta. La traccia quattro, Waltz for Robert (tributo al membro fondatore Robert Wyatt), regala una melodia rilassante e sognante che si adagia su tappeti di organo.

La splendida lunga suite The Longest Night (oltre 13 minuti) è un altro punto focale dell’album, partendo da atmosfere rarefatte, si evolve gradualmente in una jam di chitarra spaziale e travolgente, svelando molteplici strati sonori e confermando la maestria della band nel costruire architetture musicali complesse e appaganti. Dopo la breve ed eterea Disappear, con Green Books la band riporta in primo piano la fusion più classica, con un avvincente duello tra chitarra e sassofono sostenuto da tastiere elettriche, dove Etheridge mostra tutta la sua potenza e il suo virtuosismo cosi come in Beledo Balado che sotto un apparente semplicità nasconde una bellezza disarmante dimostrando come la vera grandezza di un musicista risieda anche nella capacità di emozionare con l’essenzialità.

Evidenzio infine l’ultima traccia, Daevid’s Special Cuppa (secondo tributo all’altro membro fondatore Daevid Allen), dove un suo assolo di chitarra glissata, registrata anni prima, è stata mirabilmente incastonata in un brano misteriosamente psichedelico. Il sassofono soprano di Travis e il duduk (un flauto armeno dal suono struggente) fluttuano su ritmi ipnotici, creando un’atmosfera ultraterrena che chiude l’album con un tocco di magia e di continuità storica.

Thirteen è molto più di un semplice album numero tredici. È la prova lampante che i Soft Machine, lungi dall’essere una meteora del passato, sono una creatura vivente e in continua evoluzione. L’ingresso di Asaf Sirkis alla batteria si rivela una scelta vincente: il suo tocco è potente, creativo e perfettamente integrato, tanto da meritarsi le lodi nientemeno che di Robert Wyatt. La produzione è cristallina e permette di apprezzare ogni singolo dettaglio di un sound che non smette mai di sorprendere. Si passa da momenti di pura potenza rock a delicate ballate flautate, da improvvisazioni free-form a suite progressive, il tutto con una naturalezza che solo gruppi con decenni di esperienza alle spalle possono permettersi.

Un’opera che conferma i Soft Machine come una delle più grandi band avant/jazz-rock britanniche di sempre e, al contempo, le proietta con autorevolezza nel panorama musicale contemporaneo. È un’opera ricca, stratificata e profondamente emozionante che saprà conquistare sia i fan di lunga data, che vi ritroveranno l’inconfondibile DNA della band, sia i nuovi ascoltatori, che potranno scoprire un universo sonoro vasto e affascinante. Un’opera essenziale per chiunque ami la musica che osa, sperimenta e vola alto.

Massimo Cassibba

TRACKLIST:

Lemon Poem Song
Open Road
Seven Hours
Waltz For Robert
The Longest Night
Disappear
Green Books
Beledo Balado
Pens To The Foal Mode
Time Station
Which Bridge Did You Cross
Turmoil
Daevids Special Cuppa

LINEUP:

John Etheridge – guitar
Theo Travis – saxophones, flutes, keyboards, piano
Fred Thelonious Baker – bass
Asaf Sirkis – drums