Slug Comparison
Cold in Cold Out
Questo nuovissimo “ Cold in Cold Out”, il nuovo EP di Slug Comparison, non è affatto un album di facile assimilazione.Doug Harrison non è interessato a scrivere il ritornello che ti rimane in testa o il riff destinato a dominare una playlist,il musicista canadese vuole invece costruire uno spazio emotivo in cui l’ascoltatore possa smarrirsi.
È un lavoro che richiede pazienza, silenzio e una certa predisposizione all’introspezione, ma che ripaga chi accetta di seguirlo fino in fondo.Chi conosce Harrison per il suo lavoro con i Fen ritroverà immediatamente quella sensibilità sospesa tra progressive rock, alternative e malinconia, ma questa volta il baricentro si sposta decisamente verso atmosfere acustiche e rarefatte.Se il precedente “A Battle to the End Fought on the Edge of a Knife” lasciava ancora spazio a un impianto rock piuttosto marcato, qui ogni scelta sembra orientata a togliere anziché aggiungere,meno elettricità, meno impatto immediato, più respiro, più ombre.
L’apertura affidata a “Tongue of the Hollow” è già un inizio particolare, Harrison ammette apertamente il debito nei confronti di “Something in the Way” dei Nirvana, ma invece di limitarsi a citarne il celebre minimalismo costruisce una narrazione personale e profondamente cinematografica.La storia dell’uomo morente, confinato nel proprio appartamento mentre i gatti non comprendono più il suo silenzio, è di una tristezza quasi insostenibile,eppure, nel lento incedere della composizione, emerge anche una forma di conforto, rappresentata dalla voce del vicino che canta nella notte.
È un omaggio che evita il rischio dell’imitazione grazie a una scrittura capace di sviluppare una propria identità.Da qui in avanti “Cold in Cold Out” si muove come un’unica lunga confessione,le sei tracce sembrano appartenere allo stesso paesaggio emotivo, unite da arrangiamenti essenziali e da una produzione che privilegia profondità e dinamica rispetto all’impatto sonoro.Harrison mantiene fede alla promessa, queste canzoni vivono di atmosfera prima ancora che di melodia,non cercano scorciatoie, non offrono gratificazione immediata.
Crescono lentamente, ascolto dopo ascolto.“To Whom Would You Answer” amplia ulteriormente la dimensione contemplativa dell’EP, mentre “Back to the World” introduce una luce appena percettibile senza mai tradire il tono generale dell’opera.“Burden of Life”, già dal titolo, affronta il peso dell’esistenza con una sincerità che evita qualsiasi forma di melodramma, preferendo un linguaggio sobrio ma emotivamente incisivo.La title track “Cold in Cold Out” rappresenta probabilmente il cuore del lavoro,oltre cinque minuti nei quali Harrison dimostra quanto sia cresciuto come arrangiatore,ogni dettaglio, ogni riverbero, ogni spazio lasciato volutamente vuoto contribuisce a creare una tensione quasi palpabile.
È musica che non ha paura del silenzio e che trova proprio nelle pause gran parte della sua forza espressiva.La conclusione affidata a “No Healer” lascia l’ascoltatore senza una vera catarsi,ed è probabilmente questa la scelta più coraggiosa dell’intero EP. Harrison non cerca consolazioni facili né finali rassicuranti,preferisce chiudere il sipario lasciando aperte le domande, coerentemente con un disco che racconta fragilità, isolamento e perdita senza mai trasformarle in spettacolo.Dal punto di vista tecnico il lavoro è impeccabile,la produzione dello stesso Harrison mantiene tutto estremamente organico, mentre il mix di Sheldon Zaharko valorizza la tridimensionalità degli arrangiamenti senza sacrificare l’intimità delle performance.
Il contributo del batterista Randall Stoll è misurato ma fondamentale, il suo drumming non invade mai le composizioni, limitandosi a sostenerne il respiro emotivo con grande eleganza.Le influenze dichiarate di Nirvana, Katatonia, Porcupine Tree, The Pineapple Thief, Mark Lanegan e, in parte, Puscifer ,emergono qua e là, ma non soffocano mai la personalità del progetto.Harrison ha ormai trovato un linguaggio riconoscibile, fatto di malinconia controllata, arrangiamenti raffinati e una scrittura che privilegia l’atmosfera rispetto alla ricerca dell’effetto.
“Cold in Cold Out” non è un EP pensato per accompagnare un viaggio in macchina o una serata tra amici,è musica da ascoltare in cuffia, da soli, possibilmente quando il mondo rallenta e il rumore di fondo lascia spazio ai pensieri.Qualcuno potrebbe definirlo eccessivamente cupo o privo di immediatezza. In realtà è proprio questa scelta radicale a renderlo così convincente.Doug Harrison firma uno dei lavori più coerenti e maturi della sua carriera, un EP che non rincorre le mode e che preferisce scavare lentamente nell’animo dell’ascoltatore invece di impressionarlo con effetti immediati.
Non sarà un disco per tutti, ma chi saprà entrare nella sua frequenza scoprirà un’opera intensa, sincera e sorprendentemente coinvolgente.
Lubranomic




