Rachel Bolan

Gargoyle of the Garden State

Dopo aver ascoltato attentamente “Gargoyle of the Garden State”, debutto solista di Rachel Bolan,posso tranquillamente affermare che questo lavoro è tra i più interessanti dell’intero anno.

Dopo oltre quarant’anni passati a costruire la storia degli Skid Row, il bassista e songwriter del New Jersey decide finalmente di mettersi al centro della scena, cantando e suonando gran parte degli strumenti, la prima cosa che sorprende è proprio questa, non siamo davanti a un tentativo di rifare gli Skid Row senza Sebastian Bach, né a un esercizio di nostalgia fine a se stesso.

Il titolo dice già parecchio,visto che il “Gargoyle” del Garden State è una creatura un po’ strana, ruvida, orgogliosamente fuori posto e il disco segue la stessa filosofia.Bolan mette insieme punk rock, hard rock, melodie immediate e qualche influenza più melodica, senza preoccuparsi troppo di stare dentro una casella precisa.Ci sono il carattere e l’attitudine che ci si aspetterebbe da uno come lui, ma anche un lato più personale che negli Skid Row, inevitabilmente, rimaneva in secondo piano.

La produzione di Nick Raskulinecz è un altro punto a favore, il suono è moderno e definito, ma non sterilizzato, le chitarre conservano una bella dose di ruvidità e il basso non è relegato al semplice ruolo di accompagnamento.Tutto suona compatto, soprattutto quando Bolan decide di spingere sull’acceleratore,ma “Gargoyle of the Garden State” funziona meglio quando non cerca necessariamente di essere aggressivo. Alcuni dei momenti più riusciti arrivano proprio quando il disco rallenta e lascia spazio alle melodie.

E poi ci sono gli amici… tanti, e tutti scelti con una logica precisa. Danko Jones entra in “At War With Myself” con quella sua inconfondibile attitudine rock’n’roll , Nuno Bettencourt dà classe e personalità a “Jet Black Universe” , Corey Taylor porta il suo peso specifico in “Big Stick”.Damon Johnson è praticamente una presenza costante nelle parti chitarristiche, mentre Steve Conte compare in “Bridges“e naturalmente non potevano mancare gli Skid Row, Dave “Snake” Sabo, Scotti Hill e Rob Hammersmith contribuiscono a mantenere un collegamento diretto con la storia musicale di Bolan.

La cosa interessante, però, è che questi ospiti non sembrano messi lì per fare numero, il disco non dà l’impressione di essere una sfilata di nomi famosi costruita per attirare l’attenzione. Le collaborazioni sembrano piuttosto il risultato di rapporti personali e musicali che Bolan si è portato dietro negli anni e forse è proprio questo a rendere il progetto credibile.

Tra i brani, “At War With Myself” ha quella combinazione di melodia e spigoli che si fa ricordare, mentre “Jet Black Universe” beneficia enormemente della presenza di Bettencourt. “Bridges” e “Walk Away” mostrano invece il lato più riflessivo del disco e c’è anche la curiosa rilettura di “Rock And Roll Star” degli Oasis, trasformata da Bolan in qualcosa che appartiene senza troppi dubbi al suo mondo.

Non tutto, però, lascia il segno allo stesso modo, il principale limite del disco è probabilmente proprio la sua varietà,alcuni pezzi sembrano avere più bisogno di sedimentare, mentre altri arrivano immediatamente al punto.In certi momenti si avverte quasi la sensazione che Bolan avrebbe potuto osare ancora di più, soprattutto sul piano della scrittura, non è un album costruito per inanellare undici potenziali singoli e, fortunatamente, non ne ha nemmeno l’ambizione.

Alla fine, “Gargoyle of the Garden State” convince soprattutto perché non sembra un disco fatto per dimostrare qualcosa,Rachel Bolan non deve più dimostrare di essere un protagonista del rock, quella parte della sua storia è già scritta.

Qui sembra piuttosto interessato a divertirsi, sperimentare e far sentire finalmente una voce che per decenni era rimasta dietro a un basso, a una band e a un’immagine ben precisa.

Non è il nuovo Skid Row, e sarebbe un errore ascoltarlo aspettandosi quello, è il disco di un musicista che, arrivato a questo punto della carriera, si è finalmente concesso la libertà di essere semplicemente Rachel Bolan… ed è probabilmente questo il suo pregio maggiore.

Lubranomic

La produzione di Nick Raskulinecz è un altro punto a favore, il suono è moderno e definito, ma non sterilizzato, le chitarre conservano una bella dose di ruvidità e il basso non è relegato al semplice ruolo di accompagnamento.Tutto suona compatto, soprattutto quando Bolan decide di spingere sull’acceleratore,ma “Gargoyle of the Garden State” funziona meglio quando non cerca necessariamente di essere aggressivo. Alcuni dei momenti più riusciti arrivano proprio quando il disco rallenta e lascia spazio alle melodie.

E poi ci sono gli amici… tanti, e tutti scelti con una logica precisa. Danko Jones entra in “At War With Myself” con quella sua inconfondibile attitudine rock’n’roll , Nuno Bettencourt dà classe e personalità a “Jet Black Universe” , Corey Taylor porta il suo peso specifico in “Big Stick”.Damon Johnson è praticamente una presenza costante nelle parti chitarristiche, mentre Steve Conte compare in “Bridges“e naturalmente non potevano mancare gli Skid Row, Dave “Snake” Sabo, Scotti Hill e Rob Hammersmith contribuiscono a mantenere un collegamento diretto con la storia musicale di Bolan.

La cosa interessante, però, è che questi ospiti non sembrano messi lì per fare numero, il disco non dà l’impressione di essere una sfilata di nomi famosi costruita per attirare l’attenzione. Le collaborazioni sembrano piuttosto il risultato di rapporti personali e musicali che Bolan si è portato dietro negli anni e forse è proprio questo a rendere il progetto credibile.

Tra i brani, “At War With Myself” ha quella combinazione di melodia e spigoli che si fa ricordare, mentre “Jet Black Universe” beneficia enormemente della presenza di Bettencourt. “Bridges” e “Walk Away” mostrano invece il lato più riflessivo del disco e c’è anche la curiosa rilettura di “Rock And Roll Star” degli Oasis, trasformata da Bolan in qualcosa che appartiene senza troppi dubbi al suo mondo.

Non tutto, però, lascia il segno allo stesso modo, il principale limite del disco è probabilmente proprio la sua varietà,alcuni pezzi sembrano avere più bisogno di sedimentare, mentre altri arrivano immediatamente al punto.In certi momenti si avverte quasi la sensazione che Bolan avrebbe potuto osare ancora di più, soprattutto sul piano della scrittura, non è un album costruito per inanellare undici potenziali singoli e, fortunatamente, non ne ha nemmeno l’ambizione.

Alla fine, “Gargoyle of the Garden State” convince soprattutto perché non sembra un disco fatto per dimostrare qualcosa,Rachel Bolan non deve più dimostrare di essere un protagonista del rock, quella parte della sua storia è già scritta.Qui sembra piuttosto interessato a divertirsi, sperimentare e far sentire finalmente una voce che per decenni era rimasta dietro a un basso, a una band e a un’immagine ben precisa.

Non è il nuovo Skid Row, e sarebbe un errore ascoltarlo aspettandosi quello, è il disco di un musicista che, arrivato a questo punto della carriera, si è finalmente concesso la libertà di essere semplicemente Rachel Bolan… ed è probabilmente questo il suo pregio maggiore.

Lubranomic

TRACKLIST FEATURING:

At War with Myself (feat. Danko Jones)
See You on the Other Side (feat. Snake Sabo)
Bridges (feat. Steve Conte)
Jet Black Universe (feat. Nuno Bettencourt)
Big Stick (feat. Corey Taylor)
Rock and Roll Star (feat. Scotti Hill)
Walk Away (feat. Damon Johnson)

TRACKLIST:

 Anything but You
At War with Myself
Memory
See You on the Other Side
Bridges
Jet Black Universe
Big Stick
Rock and Roll Star
Devil in the White
Walk Away

LINEUP:

Rachel Bolan – vocals / guitar / bass
Rob Hammersmith – drums

SPECIALGUESTS:

Danko Jones – vocals
Steve Conte – vocals
Corey Taylor – vocals
NunoBettencourt – guitar
Damon Johnson – guitar
Dave “Snake” Sabo – guitar
Scotti Hill – guitar