Pallas

A Song For Tomorrow

Dopo i Marillion, e insieme a IQ e Pendragon, I Pallas sono uno dei gruppi più importanti della rinascita del progressive degli anni Ottanta, formati nel Regno Unito nel lontano 1975, il loro stile è sempre stato incentrato su melodie fiabesche accompagnate da un potente rock.
Il loro primo album, The Sentinel risale al 1984 ed il nuovo lavoro A Song For Tomorrow costituisce solo il loro nono disco in studio, da ciò, è chiaro che i Pallas nel corso della loro carriera artistica hanno sempre ricercato la qualità piuttosto che la quantità. Questo lavoro rappresenta in qualche modo l’ambizioso ma divisivo “canto del cigno” dei Pallas, arrivato dopo che la malattia del cantante e vecchio membro del gruppo Alan Reed, ha reso impossibile qualsiasi tour. Il disco scambia la struttura epica del prog classico con un approccio più diretto ed emotivo, puntando su cori a piena band e brani brevi — ma sacrificando proprio quegli assoli e quelle suite strumentali che i fan storici del neo-prog cercano.

Come dicevo, è sicuramente l’album più corale dei Pallas dove tutti e quattro i membri superstiti cantano, e Reed resta comunque una presenza imponente. Le armonie sono splendide, spesso commoventi, con strati densi di emozione. Dieci brani tra i 4 e i 9 minuti, nessuna vera epopea, l’atmosfera è cupa, minacciosa e coerente, come la colonna sonora di un film di fantascienza distopico ma la grinta resta e Niall Mathewson si fa sentire eccome in Rage e DIRT, con chitarre graffianti e un assolo meraviglioso su un fondo pesante di tastiere e bass pedals. Nell’opera si avverte meno spazio all’inventiva strumentale, in più brani (su tutti Aspirations) manca l’esplosione strumentale che le sonorità cupe sembrerebbero invocare e l’assolo atteso spesso non arriva. Poi qualche brano meno ispirato come Rushing Headlong che è obiettivamente difficile da seguire e soprattutto melodicamente poco incisiva. La voce di Reed è cambiata: forse per la malattia che lo consuma …. ma emerge limpida e cristallina in tutta la sua fragilità in Mother.

Segnalo The Private Collector che con i suoi otto minuti, è il brano più significativo, accordi roboanti, ritmo elettronico, armonie che provocano brividi, atmosfera mistica fino al passaggio quasi esoterico che precede la chiusura; poi The Avenue of Broken Dreams con un introduzione eterea, voce sommessa, chitarra acustica, atmosfera sinistra resa splendidamente ed il finale con finalmente un discreto assolo. A Song for Tomorrow, la title track è un po’ strana, con Natasha O’Neil alla voce solista femminile nella prima parte delicatissima, bellissima vocalmente, ma si sarebbe potuto sfruttarla di più ed infine Inside Outside, degno finale forse a tratti un po’ noioso, ma quel canto armonico è così bello e toccante che, se questo fosse davvero l’ultimo disco degli scozzesi, sarebbe un brano da ammirare per sempre.

Le illustrazioni di Mike Bentley sono di classe eccezionale — raramente ho visto copertine così suggestive. I testi non sono incoraggianti e riflettono lo spirito del tempo, ma in alcuni si intravede un barlume di speranza. Rispetto a The Messenger, qui ci sono più brani brevi, vocalmente è senza dubbio l’album più ambizioso dei Pallas. Con The Messenger e A Song for Tomorrow, la band dimostra un potente sprint finale a conclusione di una lunga carriera costellata da un’impressionante serie di ottimi album.

Massimo Cassibba

TRACKLIST:

Reset
Rage
A Song For Tomorrow
The Private Collector
Dirt
Aspirations
Rushing Headlong
The Avenue Of Broken Dreams
Mother

LINEUP:

Alan Reed – lead vocals and backing vocals
Niall Mathewson – guitar and backing vocals
Graeme Murray – bass, 12-string guitar, taurus pedals, and backing vocals
Ronnie Brown – keyboards and backing vocals

SPECIALGUEST:

Natasha o’Neal – guest vocals (on the title track “a song for tomorrow”)