Necrodeath
Arimortis
E così anche i grandi del passato tricolore annunciano la loro fine-carriera, un album e un tour che mettono la parola fine ad una suggestiva avventura. Tredici opere da studio dal 1987; possiamo considerare questa realtà nostrana come una delle dieci più importanti del panorama metal italico, anche per la loro fama nel campo metal internazionale, del resto ogni tanto si leggono interviste fatte a musicisti non italiani, dove gli intervistati nominano i Necrodeath tra le loro ispirazioni o li considerano importanti per l’evoluzione del genere. La loro presenza (non solo la loro naturalmente) rende il nostro panorama italico degno di quello oltre-confine. L’apertura dell’album è una compatta ‘Storytellers of Lies’, veloce e violenta, nel classico stilema della band, forse non il culmine del lavoro proprio per la sua cifra standard, eppure colpisce funzionando a dovere, piacevolissima nel suo attacco veemente e diretto. In effetti è un ottimo biglietto da visita perché tutto il lavoro permane nell’area che è congruente all’essenza storica di questa realtà estrema thrash che ha sempre toccato i confini death e black, e in fondo anche una attitudine punk in diversi modi di tirare fuori la coniugazione tra ritmi e singulti vocali spezzati. Nonostante la coerenza a sé stessi non mancano piccole sorprese estetiche, le quali risultano punte di alta qualità in brani come l’incombente ‘NEW GOD’, che tra le sue arrembanti rocciosità distorte inserisce vari afflati dark compreso il ritornello davvero avvolgente a sovrastare in modo sinistro l’ascoltatore.
Anche la title-track ‘ARIMORTIS’ afferma la natura antica del combo italiano, con un ritmo a tempo medio che esalta il loro lato più thrash ed è proprio la batteria a dare lo spirito accattivante alla song oltre al fatto che la variazione ritmica rende interessante l’espressività del tutto, e la chitarra immette inserti atmosferici che ne ampliano il panorama. Rovente, con un incedere di accordi che ricorda un po’ i Voivod, ‘ALIEN’ brilla per la sua atmosfera quasi introspettiva tra accelerazioni e passaggi articolati, e all’interno di questa modalità si respira comunque un’aria incorruttibile. Tra i pezzi migliori sta anche la rude e spietata ‘NO MORE REGRETS’ che inizia con un afflato minaccioso e poi si scatena in una carica da pogo accorato, intervallato da escrezioni torve molto cupe; è forse l’episodio più stimolante del lotto, ricco anche di pathos ostile. Il rifacimento di ‘Necrosadist’ propone una registrazione tecnica migliore rispetto all’originale anche se si perde parzialmente il senso corrosivo del fascino passatista, si può dire che cambia anche un po’ il carattere diventando più aggressivo, ma ne viene comunque valorizzata l’essenza strutturale grazie ad una minore sporcizia; tra i pezzi della storia del gruppo non è esso comunque uno dei pezzi più valoriali, anche in questo disco ce ne sono di migliori. E’ bene accennare anche alla strumentale ‘Metempsychosis (part two)’ che si collega con la parte del 1989 (ri-registrata nel 2019); essa è una mini-suite mastodontica che si presenta al fruitore come una potente scudisciata, forte e solida, che gioca sui cambi di riff e di ritmicità, senza porsi il problema degli assoli, ma fluendo ottimamente tra una sezione e l’altra per addensare la ferocia; non sarà il miglior momento dell’album, ma di certo con la sua carica è molto accattivante e divertente.
Il tasso di acidità del mood generale è piuttosto alto, sempre incrostato dalla tipica voce in screaming del singer, che anche qui non lesina arie mortifere e ferali. L’ugola, come sempre, alterna vocalizzi rarefatti ad altri più cruenti, graffiando spietatamente. Il drummer non è moderno, eppure nemmeno antico, è perfetto. La presenza di Pier Gonella si evince chiaramente da vari passaggi e da una certa attitudine riffica. C’è equilibrio, c’è enfasi, c’è una certa attenzione a non strafare. Contemporanemante si sente dentro questo full-lenght il respiro di un’aria incorruttibile, per niente piegata a mode o modelli accondiscendenti; lo spirito giusto di chi pensa ancora l’arte metal come a qualcosa di puro e significativo. Il loro miglior quadro sonoro? No di certo, ci sono stati momenti ben più magici, eppure esso si posiziona benissimo nella loro discografia, scintillando tagliente e arroventando le orecchie un brano dietro l’altro, grazie al fatto che nessuno di essi è un filler.
E’ un disco che si fa riascoltare e quindi si tratta veramente di una chiusura del cerchio di ineccepibile presenza.
Roberto Sky Latini