Neal Morse Band
L.I.F.T.
A distanza di tre anni dal doppio album Innocence & Danger, la Neal Morse Band torna con LIFT, il quinto capitolo in studio di una carriera ormai solida e ricca di complicità artistica. La formazione – Neal Morse (tastiere, voce), Mike Portnoy (batteria), Randy George (basso), Eric Gillette (chitarra, voce) e Bill Hubauer (tasti, voce, fiati) – è ormai un meccanismo perfetto, capace di alternare complessità progressive a momenti di rara immediatezza melodica. Con LIFT, il gruppo sceglie la via del concept album compatto (un solo disco), incentrato su un percorso emotivo e spirituale che tocca fragilità, rinascita e consapevolezza.
La produzione, curata dal fedelissimo Rich Mouser, è di altissimo livello: ogni strumento respira nel mix, e le dinamiche sono cesellate con cura. L’ouverture strumentale Beginning apre le danze come una piccola sinfonia in miniatura, presentando i temi melodici che torneranno ciclicamente – un marchio di fabbrica della scrittura di Morse. Subito dopo, Fully Alive dà il via alla narrazione con un gioco di voci tra Morse e Hubauer, crescendo verso un ritornello travolgente e il primo di una serie di assoli infuocati di Eric Gillette.
I Still Belong è una breve, intensa parentesi che ricorda lo stile di The Similitude of a Dream, mentre Gravity’s Grip mette in mostra l’intera sezione ritmica: Portnoy e George costruiscono una base solida su cui la band sfoggia virtuosismo e maturità. Il vero picco iniziale è però Hurt People, un inno rock con Gillette alla voce solista. Qui la Neal Morse Band dà il meglio: cambi di tempo dispari, linee intrecciate di chitarra e tastiera, fill di batteria da air-drumming assicurato. Segue The Great Withdrawal, drammatica e carica di pathos, chiusa da un assolo over-the-top di Gillette e da un finale in solitudine vocale di Morse.
La classicheggiante Contemplation (breve intermezzo pianistico polifonico) conduce a Shame About My Shame, il momento di massima vulnerabilità del protagonista. Morse canta con trasporto, mentre il coro di sottofondo e un assolo chitarristico dal sapore Pink Floydiano trasformano la vergogna in speranza.Con un intro molto Kansas, la traccia numero 9 Reaching parte con energia: armonie vocali corali, con un ritornello e una modulazione che spinge verso l’alto.
Un pezzo che richiama alla mente The Call o The Great Adventure. La successiva Carry You Again, inizia con grande intimità (Morse voce e chitarra acustica) per espandersi gradualmente in un muro di voci e arrangiamento pieno, bilanciando il tipico sound NMB con lo spirito di un canto di lode moderno. Il concept termina con la power triade finale composta dall’intro Shattered Barricade poi Fully Alive Pt. 2 che riprende i temi iniziali con rinnovata energia, sfociando negli ultimi 90 secondi in una delle sezioni più mostruosamente incalzanti dell’intero album.Love All Along, si estende per oltre 11 minuti e riassume meravigliosamente LIFT in sé: inizia sussurrata, si sviluppa lentamente, richiama motivi precedenti e alterna le voci di Morse, Gillette e Hubauer su un coro che cresce fino a un finale epico, autentico marchio di fabbrica della band.
In sintesi, LIFT è un album che convince pienamente e trova il difficile equilibrio tra concept narrativo, virtuosismo strumentale, profondità compositiva e accessibilità melodica.
La chimica tra i membri non è mai stata così evidente, e la cura nei dettagli (dagli arrangiamenti al mixaggio di Mouser) lo rende un classico istantaneo nel catalogo della Neal Morse Band, alla pari dei lavori più amati dal pubblico.
Massimo Cassibba





