Megadeth
Megadeth
David Mustaine ha deciso che questo del 2026 sarà l’ultimo album della sua carriera: i Megadeth da studio finirebbero qui. Nelle interviste però il nostro racconta il giro dal vivo per salutare i fan come un periodo lungo che potrà durare minimo tre anni, non escludendo che si possa arrivare fino a cinque se l’accoglienza fosse calorosa. Dopo più di quarant’anni di storia gli acciacchi fisici si fanno sentire; in realtà a sessantacinque anni non si è propriamente vecchietti, ma lui non si è certo fatto mancare alcun eccesso oltre al fatto di aver subito infortuni vari. Ad ogni modo abbiamo la nuova opera che non rifulge ma nemmeno delude. Il lavoro si divide in metà arrembante e metà pacato, con strutture semplici ma funzionanti. Sempre di metal si tratta ma come per i dischi dei Motorhead sembra che per l’artista si tratti di stare all’ombra di sé stesso, con tutta la caparbietà però del metallaro puro.
‘TIPPING POINT’ è una veloce colpo ad effetto, già singolo precedentemente uscito; nella sua linearità rappresenta bene l’anima dura dell’album, la quale anima trova continuità con l’acuta ‘I DON’T CARE’ che appare come la migliore e più fresca in tal senso, in tipico Megadeth-style, mezza thrash, mezza punk, con le parti soliste delle chitarre più efficaci ed accattivanti del disco. Bella stilettata ancora tra le cose più violente ‘LET THERE BE SHARED’ che corre intervallando voce tesa e chitarra shredding con fluidità ben congegnata. Ancora compattezza tonica con la sega circolare di ‘MADE TO KILL’ che sembra un ibrido tra Motorhead; Anvil e ultimi Annihilator.
La canzone più riuscita tra quelle meno pesanti è l’introversa ‘THE LAST NOTE’ che ricerca una atmosfera più rarefatta, ma la riduzione dell’impatto è artisticamente ben compensata dal ritmo cadenzato e dal cantato più elegante, e anche la chitarra acustica impreziosisce l’episodio dandogli quella raffinatezza che non stona assolutamente con il mood del pezzo. ‘Obey to call’ è il brano meno funzionante, poco meglio di un filler grazie fortunatamente alla velocizzazione con annesso assolo nel finale, per cui prende un voto sufficiente ma niente di più. E tentenna un pò, sebbene vada meglio, anche ‘I am War’. Nessuna particolare sorpresa nell’esecuzione di ‘Ride the Lightning’ che è semplicemente venuta bene; e probabilmente non va considerata cover visto che fa parte di quelle antiche composizioni di David nei Metallica.
Non siamo al livello migliore della band, ma nemmeno al peggiore; possiamo dire che il valore di questa opera si attesta a metà fra tutti i lavori pubblicati dai Megadeth. Se l’ugola tende a rimanere in un alveo non troppo ampio, la sei-corde solista è invece un continuo piacere elettrico che condisce e rinforza tutte le tracce. La chitarra ritmica è naturalmente un sostegno perfetto in ogni circostanza, sebbene più volte appaia un po’ scontata. E’ ben chiaro che non si porta alcuna innovazione ma si fa bene il verso a se stessi, permanendo nella comfort-zone, a volte un po’ troppo, dando un senso di deja-vù, vedi ‘Puppet Parade’ e non solo.
A volte si diminuisce il tasso thrash per andare verso l’heavy più classico, a volte diventando semplicemente uno speed pre-thrash, ma è una modalità già prodotta in passato da Mustaine; comunque viene lasciata sempre una certa pregnanza nel songwriting. Insomma si rimane piuttosto bassi rispetto ai due capolavori ‘Rust in Peace’ e ‘Countdown to Extinction’, ma anche rispetto all’ottimo e superbo ‘Dystopia’ del 2016. Nella carriera dei Megadeth ci sono stati anche dischi scarsi e non propriamente all’altezza della fama, non è questo però il caso perché tale diciassettesimo full-lenght si fa bellamente piacere.
Roberto Sky Latini





