Magenta
Tarot
Ci sono voluti due anni, ma i Magenta sono finalmente tornati con il loro nuovo lavoro in studio. Dopo l’excursus marcatamente orchestrale di The White Witch (2022), il sestetto gallese (qui ridotto al nucleo duro Reed/Fry/Booth, con un innesto di lusso) cambia nuovamente pelle.
Se l’album precedente guardava al cinema di John Barry e Morricone, Tarot è un disco più “concreto” e orientato al rock, grazie anche alla batteria poderosamente elegante di Nick D’Virgilio (Spock’s Beard, Big Big Train).
Le influenze dichiarate sono Renaissance, i primi ELO, e i soliti noti Yes ed ELP. Ma la vera sorpresa è la struttura: alternati a quattro intermezzi strumentali ben cinque brani su dieci sono miniature sinfoniche, con solo la title track a scendere sotto i cinque minuti, mentre la maggior parte dei pezzi si aggira tra i 9 e i 10 minuti. Un azzardo, visto che la durata media potrebbe far pensare a suite interminabili. Invece, i Magenta giocano la carta della sintesi epica.
L’opener The Lovers dopo un inizio molto classicheggiante diventa effervescente e caleidoscopica nel suo incedere; la ritmica è martellante ed il successivo assolo di chitarra di Chris Fry è un gioiello di controcanto, con tastiere e basso che dialogano invece di accompagnare. Poi il primo intermezzo Etude 1, chitarra acustica che sa di camino acceso e malinconia, caldo, emozionante e troppo breve…La seconda piccola suite, The Magician sembra hard rock per 30 secondi, poi si scioglie in un pianoforte sognante. Christina Booth è in stato di grazia, raccontando la magia come cura di concerto a dinamiche notevoli tra quiete e tempesta. Il secondo intermezzo Etude 2, flauto sognante che svanisce in un attimo…
La splendida The World parte con un intro di pianoforte che legato alla voce di Christina diventa quasi un brano jazz-fusion per poi rivelarsi una canzone pop adulta e sofisticata con basso e batteria dominanti ed un assolo di chitarra breve ma chirurgico che ritorna potente nel finale. Etude 3 è quasi la sintesi dei primi due brevi episodi, bello come i precedenti stavolta unisce la chitarra acustica al flauto…La traccia successiva Strength, all’inizio suona come un incrocio tra Fairport Convention e Pentangle, poi l’energia sale verso un rock orecchiabile ma mai banale ed in crescendo che quasi si lega all’ultimo breve intermezzo Etude 4, ancora con chitarra acustica e flauto…Si arriva così all’ultima maestosa minisuite, The Empress, qui il ritmo folk-rock è effervescente, la voce solista è nella sua unicità quasi liberatoria! Poi la sezione centrale si fa cupa e riflessiva, prima di esplodere in un assolo di organo alla Keith Emerson da brividi.
La conclusiva Tarot è un piccolo capolavoro, pianoforte e voce e poi archi e un coro gospel… sembra un finale da musical, ma quando entra tutta la band diventa maestoso, è il brano che vorresti non finisse mai e, puntualmente, dopo l’ascolto premi subito repeat.
Parliamo di un album che vive di contrasti riusciti, lunghissimo nella durata dei singoli, ma frammentato in intermezzi brevissimi che sembrano bozzetti preparatori. I quattro Etudes sono deliziosi ma lasciano l’amaro in bocca perchè avrebbero potuto essere sviluppati maggiormente, tuttavia, quando la band si scatena (The Empress, The Lovers, la title track), il progressive sinfonico raggiunge vette di grazia e potenza raramente così equilibrate. Un disco da ascoltare dall’inizio alla fine, e poi subito da capo per riconciliarsi con la magia di questo genere.
Massimo Cassibba




