Lunatropica
Mareamaro
Ci sono dischi che raccontano un luogo e altri che riescono a trasformarlo in uno stato d’animo. “Mareamaro”, secondo album dei Lunatropica, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Angela Cicchetti e Ivan Imperiali costruiscono un’opera che prende il mare come simbolo assoluto, per restituirlo come spazio della memoria, del desiderio, dell’assenza e della trasformazione. È un concept album nel senso più autentico del termine: non una semplice raccolta di brani legati da un tema comune, ma un viaggio coerente dove ogni canzone rappresenta una diversa corrente emotiva.
Il duo campano, dopo l’esordio con “Grattacieli di Basilico” sotto il nome Settembre, sembra aver trovato con Lunatropica una forma espressiva più definita e personale. “Mareamaro” è infatti un disco che possiede una precisa identità estetica, sospesa tra nostalgia mediterranea, bossa nova, elettronica analogica e cantautorato italiano. Una miscela che potrebbe apparire differente sulla carta, ma che qui trova unione con sorprendente naturalezza.
L’impressione è quella di assistere alla colonna sonora di un film mai girato, popolato da fotografie scolorite, estati lontane, paesaggi assolati e notti illuminate soltanto dalla luna. Ogni brano sembra costruire una scena, un’inquadratura, una sequenza di immagini che si susseguono senza soluzione di continuità. Non è un caso che l’album abbia un forte carattere visivo: anche l’artwork firmato dalla stessa Angela Cicchetti contribuisce a definire questo universo sospeso tra sogno e memoria.
L’apertura affidata a “Bahia” introduce immediatamente il linguaggio dei Lunatropica. Le chitarre acustiche dialogano con sintetizzatori dal gusto vintage mentre la voce di Angela si muove con delicatezza, evitando qualsiasi eccesso interpretativo. La fuga evocata dal testo non è geografica ma interiore: Bahia diventa un altrove possibile, una terra immaginaria dove ricominciare.
Con “Ferragosto 2023” emerge uno degli aspetti più interessanti del disco: la capacità di trasformare episodi apparentemente quotidiani in frammenti universali. Il brano possiede il sapore delle fotografie ritrovate in un cassetto, immagini che il tempo ha scolorito senza cancellarne il peso emotivo. La malinconia qui non diventa mai autocompiacimento, ma resta sospesa in una dimensione quasi cinematografica.
Il primo vero scossone arriva con “Venezuela”, probabilmente il brano più dinamico dell’album. Le batterie elettroniche e le chitarre distorte interrompono la morbidezza dei pezzi precedenti, dando vita a una lunga progressione strumentale che amplia il respiro del disco. Ma è soprattutto il significato simbolico della canzone a colpire. Partendo dall’espressione utilizzata dal nonno di Angela, “quando vado al Venezuela” come metafora dell’aldilà , il duo costruisce una narrazione sospesa tra realismo magico e memoria popolare. L’influenza dichiarata di García Márquez emerge senza diventare mai citazione didascalica: è piuttosto un modo di guardare la realtà, dove mito e quotidianità convivono naturalmente.
“Vesuvio” rappresenta uno dei vertici compositivi del lavoro. Il vulcano diventa presenza costante, destino inevitabile, metafora di una forza che incombe silenziosamente sulle vite di chi abita il Sud. Anche qui i Lunatropica evitano qualsiasi descrizione folkloristica, scegliendo invece una scrittura evocativa che lascia spazio all’immaginazione dell’ascoltatore.
Con “Caldo” il disco rallenta ulteriormente il passo. La partecipazione di Max De Tomassi, con il ritornello in portoghese, non appare come un semplice cameo ma come un elemento perfettamente integrato nell’atmosfera del brano. La bossa nova viene reinterpretata con eleganza, senza imitazioni forzate, mantenendo sempre quel filtro mediterraneo che costituisce la vera cifra stilistica del duo.
Anche “Deserto” prosegue questa ricerca di essenzialità, trasformando il silenzio in materia musicale. È uno dei momenti più introspettivi dell’album, dove arrangiamenti minimali e interpretazione vocale si sostengono reciprocamente in un equilibrio delicato.
La scelta di reinterpretare “Guarda Che Luna” potrebbe sembrare rischiosa. I Lunatropica, invece, evitano ogni confronto diretto con la tradizione scegliendo una strada completamente diversa. Spogliano il celebre classico di Fred Buscaglione della sua veste originaria e lo ricostruiscono secondo la propria sensibilità, trasformandolo in un brano notturno, sospeso e quasi ipnotico. Più che una cover, è una vera rilettura che dimostra maturità artistica.
L’”Interludio” svolge la funzione narrativa che il titolo suggerisce, preparando l’ingresso nella parte conclusiva del disco. È un momento breve ma significativo, capace di mantenere intatta la continuità emotiva dell’ascolto.
“Peccatori a Palinuro”, impreziosita dalla partecipazione di San Diego, introduce nuove sfumature senza rompere l’equilibrio generale. Le due voci convivono con naturalezza, condividendo quella comune appartenenza culturale che rende il featuring autentico e mai costruito.
Il brano “Mareamaro” chiude il percorso riportando tutto al punto di partenza. Il mare ritorna protagonista assoluto, ma dopo il viaggio compiuto assume un significato completamente diverso. Non è più soltanto un elemento naturale: è la memoria stessa, è il tempo che passa, è la distanza tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati.
Dal punto di vista sonoro il disco convince soprattutto per la qualità degli arrangiamenti. Le chitarre di Ivan Imperiali evitano virtuosismi inutili, preferendo costruire tessiture armoniche che dialogano costantemente con synth analogici, percussioni elettroniche e ritmiche tropicali. Ogni scelta appare misurata, mai ridondante. Anche la produzione privilegia il respiro delle canzoni rispetto all’impatto immediato, permettendo ai dettagli di emergere progressivamente con gli ascolti successivi.
La voce di Angela Cicchetti rappresenta probabilmente il collante emotivo dell’intero progetto. Il suo timbro non cerca mai effetti spettacolari, ma trova nella sottrazione la propria forza espressiva. È una voce che racconta più che interpretare, che accompagna l’ascoltatore dentro immagini sfocate piuttosto che imporre significati.
“Mareamaro” è anche un disco profondamente legato alle proprie radici senza trasformarle in folklore. Il Sud raccontato dai Lunatropica non è quello delle cartoline turistiche né quello delle narrazioni stereotipate. È un Sud interiore, fatto di ricordi familiari, migrazioni, paesi che sembrano sospesi nel tempo, estati interminabili e paesaggi che continuano ad abitare la memoria anche quando li si lascia alle spalle.
“Mareamaro” sceglie chiede tempo, attenzione e ascolti ripetuti. È un album che cresce lentamente, rivelando nuove sfumature a ogni passaggio. Ed è proprio questa la sua qualità più preziosa: non cerca di impressionare, ma di restare.
Con questo secondo lavoro i Lunatropica consolidano una personalità artistica già riconoscibile, dimostrando che la contaminazione tra tradizione italiana, suggestioni latinoamericane ed elettronica può produrre risultati originali quando nasce da una visione autentica. “Mareamaro”
è un disco elegante, coerente e profondamente evocativo, capace di trasformare il mare in una metafora universale della memoria e dell’identità. Un ascolto che non travolge come un’onda improvvisa, ma che lascia addosso la stessa salsedine dei ricordi destinati a non svanire.
Anna Cimenti
Mareamaro è il secondo lavoro discografico dei Lunatropica, progetto del duo campano formato da Angela Cicchetti alla voce e Ivan Imperiali alla chitarra, in uscita per Costello’s / Artist First.
Il disco rappresenta il punto d’approdo di un percorso iniziato con l’esordio Grattacieli di Basilico, pubblicato con il precedente moniker.Angela Cicchetti si distingue per una vocalità impostata, dal gusto jazzistico, sostenuta da un timbro caldo e avvolgente. È un vero piacere ascoltarla, anche perché si muove con naturalezza tra le diverse sfumature melodiche.
Questo secondo lavoro trova nell’estate il suo periodo di massimo splendore. La musica dei Lunatropica sembra pensata per risvegliare profumi, immagini e sensazioni tipiche della stagione: il mare, il lettino sulla spiaggia, gli occhiali da sole neri e lo sguardo perso verso l’orizzonte.
Le atmosfere che emergono dall’ascolto del disco guardano al mondo sudamericano, con suggestioni di bossa nova evidenti in brani come Vesuvio. Tutto l’album è attraversato da queste influenze, compresa l’immancabile saudade brasiliana, che affiora con forza in Caldo: mai titolo fu più veritiero.Il mare, all’interno di Mareamaro, viene sviscerato come una vera e propria dimensione interiore e psicologica. Il disco si muove così attraverso una mappatura geografica ed emotiva ben definita, sostenuta da un gusto retrò. Ne è una prova la cover di Guarda che luna, brano portato al successo da Fred Buscaglione insieme agli Asternovas, qui riletto in una chiave che tende verso l’alt-pop.
Il termine Mareamaro evoca il contrasto tipico dello stile dei Lunatropica: da un lato la solarità dei ritmi tropicali, dall’altro l’amarezza e la profondità dei sentimenti interiori.a produzione musicale di Mareamaro, peraltro molto ben riuscita, è stata curata e realizzata interamente in modalità fai-da-te dai Lunatropica stessi, all’interno di una masseria circondata da ulivi a Teggiano, piccolo paese in provincia di Salerno.
Questo isolamento rurale ha permesso al duo di costruire una forte e riconoscibile identità sonora, definita dalla critica come un “Paris, Texas tropicale con gli ulivi sullo sfondo”.Una nota negativa va fatta sulla copertina. Da un po’ di tempo mi capita di recensire artisti che hanno scelto immagini poco riuscite, e purtroppo nemmeno i Lunatropica sfuggono a questa impressione: la fotografia sembra scattata dall’interno di un traghetto e riprende il mare in modo piuttosto prevedibile.
Se è vero che un disco, per essere valorizzato e venduto al meglio, ha bisogno anche di un aspetto visivo forte, è altrettanto vero che una copertina dal gusto incerto rischia di non attirare l’attenzione.
A parte questo, Mareamaro resta un disco davvero godibile, adattissimo all’ascolto in cuffia su una spiaggia piena di ombrelloni e lettini. Se volete trascorrere tre quarti d’ora rilassandovi, questo è il disco che fa per voi.
Stefano Bonelli







