KISS

Parafrasando i Rolling Stones al contrario, possiamo dire che il primo album dei Kiss “Non è solo Rock’n’Roll”! Abbiamo tutti presente la leggerezza stilistica dei Kiss anni ottanta, e quindi una verve sbarazzina legata alle saltellanti estetiche del rock’n’roll e del pop, pur dentro al metal, ma nei primi sei album c’è una forte componente hard rock in genere piuttosto pesante e scura, “happy” solo in taluni suoni di alcune canzoni.

Led Zeppelin e Black Sabbath non sono per niente assenti in alcune loro espressività e l’esordio del 18 febbraio 1974 ci racconta un’opera più elaborata di quello che si possa credere, pur nella sua semplicità. I Kiss sono diretti, senza fronzoli, molto decisi nel loro songwriting e non producono virtuosismi tecnici particolari, eppure non sono poveri. Alcuni pezzi partono chiaramente dal rock’n’roll glam e street, ma altri perseguono atmosfere più ombrose e doom, in qualche caso corrosivo, per niente easy-listening.  Anzi, più o meno tutto il primo album è lontano dalla musica di facile ascolto. Dopo la nascita del genere Hard-Rock inventato nel gennaio del 1969 dai Led Zeppelin e sviscerato da gruppi mostruosi come i britannici Led/Deep/Black/Uriah, si ebbe una prima fase che portò quei gruppi seminali ad evolvere seguiti quasi a ruota da alcuni altri gruppi come Grand Funk Railroad (agosto 1969); Ufo (1971); Dust (1971); Thin Lizzy (1971); Scorpions (1972); Blue Oyster Cult (1972). Tale fase permise al rock duro di divenire mainstream producendo allievi che emersero in una seconda fase, quella fase che parte dal biennio ‘72/’73 con altre espressività sonore in grado di aggiungere materiale di costruzione molto interessante con variazioni sul tema come fecero per esempio Aerosmith; Queen; Ac/Dc e Bachman Turner Overdrive, ognuno dei quali con una propria personalissima riconoscibilità. Tra di essi anche i Kiss fecero parte della seconda ondata e contribuirono all’ampliamento del panorama culturale hard; riuscirono insomma a trovare una propria estetica musicalmente originale, alla pari degli altri gruppi anni settanta a loro contemporanei. Ascoltandoli e facendo il paragone  con gli altri gruppi del periodo, notiamo che i Kiss non predilissero la velocità ma la cadenza tonica dei loro giri riffici, spesso mutuati ai gruppi più scuri. Presenti sono canzoni anche meno pesanti dallo spirito più rockin and rolling utilizzando una riffica grintosa che ricorda l’esuberanza allegra di Keith Richards degli Stones, in ogni caso nel 1974 ben pochi apparivano più arcigni e pesanti del “Bacio”. Il primo disco è di un livello alto, originalissimo per carattere e concezione.

I momenti ficcanti in questo lavoro sono numerosi ma purtroppo la produzione tecnica non fu all’altezza; non che le tracce suonino male, però il mordente è sacrificato anche se permette di ascoltare con chiarezza i passaggi interessanti e le significative evoluzioni dei vari comparti. Considerando alcuni dischi del passato e di quel presente ottimamente prodotti, non si può dare la colpa al periodo storico che non essendo più quello degli anni sessanta, si era evoluto tecnicamente. ‘Crime of the Century’ (Supertramp-1974) suona straordinariamente limpido e ‘Burn’ (Deep Purple -1974) è una chicca sonora davvero ben riuscita. Ma l’accuratezza e il potenziamento dell’esordio dei Kiss passarono per le mani di produttori che non avevano capito la musica del gruppo, pur appoggiati fortemente dalla casa discografica. Nonostante ciò l’album suona in modo accettabile e si può gustare senza tanti rimpianti se si pone su uno stereo alla massima potenza. Cinque canzoni sono magnifiche; due sono ottime e solo tre non hanno il livello necessario a farne un album senza difetti, e si tratta infatti delle uniche che non furono infilate nel disco “Alive” dell’anno successivo.

I cinque episodi top. Il pezzo rockeggiante ‘STRUTTER’ ha il suo potente riff rock’n’roll che fa venire in mente l’accentazione alla Rolling Stones, in questo modo legandosi ad un passato pre-hard che però in quegli anni era sfruttato con incisività maggiorata nei gruppi hard come Status Quo e Sweet, ma con una verve più intransigente, ed è sicuramente da annoverare nello street metal, legato al passato pre-HardRock ma proiettato nei settanta in modo moderno; è il tipico sound di chi trasporta l’antico nel nuovo. Molto ficcante il pre-ritornello: “Everybody says she’s looking good – and the Lady knows it’s understood”, il cui cantato e la metrica suonano dure e stoppate di colpo nei due ..”ood” che poi permettono di urlare con efficacia il titolo, mentre il riff sottostante, essendo bello secco non permette ammorbidimenti; un intelligente colpo di genio dalla tenuta ficcante. La durezza di ‘COLD GIN’ passa per una sonorità darkeggiante con riff ripetuti ossessivi che lasciano spazio alla voce cavernosa di Gene che recita ottimamente la sua parte cruenta contribuendo chiaramente all’inclemenza del pezzo. Se i riff fossero velocizzati sarebbero Ac/Diciani, vogliono essere invece cadenzati e prediligere l’ossessività; tra le righe si sente anche l’inserto della seconda chitarra che aumenta, pur in semplicità, l’aria dark del pezzo. Nella sezione del ritornello “It’s cold gin time Again” è interessante e azzeccatissimo il rutilare del drumming che sottolinea le pause in maniera esuberante.

Quando poi arriva la parte pseudo-solista c’è una certa apertura luminosa, ma la sua interlocuzione è una vivificazione che dinamizza arricchendo in bellezza concettuale l’andamento del pezzo, senza stravolgere ma regalando quell’in più che crea arte. Il capolavoro ‘DEUCE’ è un bel pezzo roccioso e ossessivo che appare quasi un garage-rock essendo sporco e granuloso, in realtà è troppo raffinata per essere un vero garage-rock, ma presi insieme, spinta tonica e fluidità, il pezzo è un colpo di genio stilistico impattante che infatti aprirà per anni i loro concerti. A dispetto di un riff non durissimo, la song lo è, e la parte solista è così tagliente da non permettere alleggerimenti; essa addirittura si esprime al centro e alla fine non accontentandosi di essere una canzone solo strofe-ritornello e considerando la breve durata della traccia, risulta un ampliamento necessario. Un altro capolavoro è la incalzante ‘100.000 YEARS’ che è forse il pezzo più interessante del disco, assolutamente lontano da qualsiasi idea di senso commerciale, essa colpisce per l’estrema eleganza scritturale e per un arrangiamento benissimamente congegnato dove emerge una atmosfera cupa e fortemente elettrica. La sezione basso/batteria mantiene una tensione tutta particolare, originale, e la chitarra solista ingaggia un fraseggio molto incisivo nella sua ripetitività, senza contare che tale guitaring s’infila con alcune note anche nella parte strutturale. Poi è di grande appeal la parte dove il cantato viene sostenuto dalla sola batteria, quest’ultima piuttosto dinamica, e tale drumming verrà prolungato nella versione dal vivo per dare modo a Paul Stanley di aumentare il suo ruolo di frontman e di relazionarsi efficacemente col pubblico. Favolosa la traccia finale ‘Black Diamond’, col suo intro acustico e voce, brevissimo ma soavissimo che si contrappone all’entrata sabbathiana dai riff grassi, in grado di creare un groove accattivante. Qui la batteria ha un suono energumeno e al contempo frizzante, e la parte solista della chitarra è ancora una volta personaggio principale insieme al cantato. La voce roca del batterista è speciale e dà quel tocco di irruenza che rende saporito l’incedere. Il finale prolungato, rallentato, comprende il secondo assolo fatto a doppia chitarra,  e gli accordi terminali che vanno progressivamente a rallentare ancora di più, diverranno l’iconica fine-spettacolo dei live del gruppo, però in questo caso velocizzati e mescolati coi fuochi d’artificio. Idea geniale e magistrale.

I due episodi ottimi. ‘Nothing To lose’ è  un rock’n’roll come lo è ‘Strutter’ ma in modo più funny. E il ritornello è la parte più funzionale, perfetto per spingere il pubblico a cantare, ma tutta la frizzantezza con cui vi si arriva rende l’insieme un tutt’uno fresco e divertente. Non è un pezzo anonimo, possiede forza e attrazione in linea col miglior Glam del momento storico. Il carisma dell’altro ottimo momento ‘Firehouse’ è nel tempo cadenzato che permette di ondeggiare con la testa e di partecipare; il sound è piuttosto doom  e l’assolo non si dissocia da questa atmosfera sulfurea, questi è un brano semplicissimo ma iconico. Gli “ooh ooh” fanno bene la loro scena da sirena di vigili del fuoco, che dal vivo vedrà l’immagine scenica della luce lampeggiante.Episodi minori. Esce dallo stile del disco la canzone di Paul StanleyLet me Know’ che ha riff rock’k’roll, ma è leggera rispetto al resto del lavoro; sprecando tra l’altro un bel duro riffing finale. Purtroppo in futuro ripeteranno lo stesso errore con canzoni altrettanto banali oltreché dal carattere leggerino. Criticata successivamente dalla band stessa anche la cover ‘Kissin’ Time’ del 1959 già coscientemente al tempo non considerata all’altezza del resto del lavoro, ma voluta dai produttori per essere il singolo. In realtà l’intepretazione di Peter Criss al microfono è interessante e in fondo è un’ottima lettura trasposta in senso hard dell’originale; non è suonata pedissequamente, ma anzi intelligentemente stravolta. Un riempitivo è la strumentale ‘Love theme from Kiss’ che rimane sottotono, non in grado di rendersi efficace, forse una evoluzione solista maggiore sarebbe stata in grado di arricchirla.

I Kiss vissero l’inizio carriera sempre come una missione. I giornalisti cercarono di affossarli, ma grazie al trucco da personaggi (demone; spaziale; gatto; starchild) e ai concerti roventi, riuscirono a non rimanere anonimi. In realtà in questo disco si sente un gruppo già maturo e ideativo, con pezzi che hanno significato e gravità. Le idee che inseriscono sono accenti continui in grado di far imbizzarrire ogni volta il songwriting. Il gioco di basso e i riff pesanti rendono scuro il suono, e la loro verve non appare tanto leggera, quanto una delle cose più dure del 1974. Se in quel periodo Deep Purple e Led Zeppelin stanno virando l’uno verso il funky-blues e l’altro verso il prog, e anche i Black stanno diluendosi, i Kiss ripescano quelle profondità scure per attualizzarle. La chitarra ritmica e gli assoli hanno spesso qualcosa dei Thin Lizzy nella dimensione energicamente e stilisticamente rock che è un elemento forte di entrambi i gruppi. Una bellissima caratteristica è il cantare in coro, situazione che rende piena ogni canzone dando una densa corposità generale all’ascolto, ed è una modalità prettamente kissiana, caratterialmente diversa dai cori realizzati da altre band.

Molto particolari sono gli assoli di Ace che presentano una forte dose di originalità, dovuta probabilmente alla sua incapacità ad essere un abile tecnico dello strumento, ma che propone un feeling dalla presenza ficcante integrandosi con il brano riuscendo a renderlo più vibrante; ciò avviene spesso con poche note e con molte ripetizioni, ma esse così bene concepite da apparire una ricchezza percettiva, un unicum in grado di farsi valore aggiunto, elemento indispensabile, esteticamente ineccepibile. Anche il basso possiede una personalità spiccata, avvolgendo bene ogni progressione strutturale, e nel disco viene messo in risalto. L’esordio risulterà uno dei dischi hard più belli degli anni settanta, e uno dei più belli anche della carriera della band; per avere un secondo disco da studio bello come questo bisogna aspettare il quarto ‘Destroyer’ di appena due anni dopo. C’è estrema personalità per una band riconoscibilissima in ogni sua caratteristica sonora, unica nel suo genere compositivo, oltre naturalmente che per il look stravagante ma funzionalissimo. Pur rifacendosi all’Hard Rock nato ormai da cinque anni, il gruppo mette a segno colpi autoreferenziali, non copie di musica altrui. E’ vero che alcuni di questi brani venivano da arrangiamenti non hard rock quando la band si chiamava Wicked Lester (esistenti dal 1970), ma essi stessi si resero conto, progredendo come autori, che quelle idee pensate prima non funzionassero come desideravano in quanto artisti, e ne modificarono il mood prima di pubblicare il lavoro, non aiutati dall’esterno. La casa discografica e il produttore si limitarono semplicemente a farli suonare spontaneamente. Debutto discografico che non vendette molto, ma produttivo dal punto di vista dell’ispirazione artistica. Cinquantennale questo quindi da celebrare in modo assolutamente giustificato.

Roberto Sky Latini

Strutter
Nothin’ to Lose
Firehouse
Cold Gin
Let Me Know
Kissin’ Time  (cover by Lowe/Mann; singer Bobby Rydell)
Deuce
Love Theme from Kiss
100,000 Years
Black Diamond

Paul Stanley – vocals / rythm guitar
Gene Simmons – vocals / bass
Ace Frehley – solo and rythm guitar
Peter Criss – vocals / drums