Kingcrown

Moonfall

I francesi Kingcrown dopo l’ottima accoglienza riservata a “Nova Atlantis” del 2024, avrebbero potuto limitarsi a confezionare un seguito rassicurante, invece con “Moonfall” scelgono di espandere il concept precedente e approfondire il lato narrativo per trasformare il melodic power metal della band in un racconto distopico sulla progressiva disumanizzazione della società contemporanea.

Il risultato è probabilmente il disco più maturo, visionario e coraggioso della loro carriera.Se “Nova Atlantis” raccontava la caduta di una civiltà immaginaria, “Moonfall” guarda direttamente al nostro presente e lo proietta qualche decennio avanti.Intelligenza artificiale, alienazione, controllo tecnologico e perdita dell’identità diventano il filo conduttore di dieci brani che sembrano quasi capitoli di un romanzo di Philip K. Dick musicato con il linguaggio del power metal europeo.

La produzione affidata direttamente alla band e rifinita dal lavoro di Simone Mularoni ai Domination Studio rappresenta un enorme passo avanti.Il suono è moderno ma conserva una piacevole organicità, le chitarre sono compatte senza risultare plasticose, la batteria mantiene impatto e dinamica, mentre la voce di Jo Amore domina il mix con una presenza autorevole.Chi conosce la storia dei fratelli Amore sa bene quanto abbiano contribuito alla scena metal francese già con i Nightmare. Oggi quell’esperienza emerge in modo evidente, “Moonfall” possiede infatti una sicurezza compositiva che difficilmente si improvvisa.

L’opener “Lost Horizon” introduce immediatamente l’universo narrativo del disco,le tastiere costruiscono un’atmosfera quasi cinematografica prima che le due chitarre di Ced Legger e Bob Saliba aprano il sipario con un riff serrato, sostenuto da una sezione ritmica granitica.Il pezzo alterna velocità e aperture melodiche con grande equilibrio, ricordando gli ultimi Brainstorm e i migliori Primal Fear quando decidono di rallentare per lasciare spazio alla melodia.

Il secondo episodio, “Nothing”, è probabilmente il manifesto concettuale dell’intero album,musicalmente rappresenta tutto ciò che il melodic power europeo dovrebbe essere nel 2026, con riff taglienti, armonizzazioni gemelle, refrain immediato e una produzione capace di dare respiro agli arrangiamenti senza sacrificare l’impatto,ma è soprattutto il testo a colpire. I Kingcrown non demonizzano l’intelligenza artificiale, raccontano invece il progressivo svuotamento emotivo di una società che preferisce relazioni artificiali alla complessità dei rapporti umani,una riflessione sorprendentemente attuale.

La forza del disco sta proprio nella capacità di evitare la retorica fantascientifica,dietro ogni immagine distopica si nasconde una domanda profondamente umana:

-quanto siamo disposti a sacrificare della nostra identità in nome della comodità? Dal punto di vista musicale la band continua a muoversi lungo coordinate che incrociano Helloween, Stratovarius, Brainstorm, Pretty Maids, Kamelot e la scuola melodica francese, ma riesce finalmente a liberarsi dell’effetto “derivativo” che talvolta affiorava nei lavori precedenti.Le due chitarre costruiscono continuamente armonizzazioni di gusto classico, evitando la sterile corsa alla velocità.

Gli assoli sono tecnicamente impeccabili ma, soprattutto, raccontano qualcosa,ogni intervento melodico sembra nascere dalla canzone anziché interromperla.Il basso di Sébastien Chabot lavora spesso nell’ombra, ma contribuisce a rendere il suono sorprendentemente caldo, mentre David Amore alla batteria alterna doppia cassa e groove più ragionati con notevole intelligenza.La vera evoluzione riguarda però Jo Amore,la sua interpretazione appare molto più teatrale rispetto al passato,non si limita a cantare le melodie, interpreta i personaggi, accentua le sfumature emotive e rende credibile ogni passaggio narrativo.

La band rinuncia spesso alla classica formula strofa-ritornello per costruire progressioni dinamiche che mantengono alta l’attenzione.La mano di Simone Mularoni si percepisce soprattutto nella gestione degli spazi sonori,ogni strumento trova il proprio posto senza comprimere il resto del mix, regalando al disco una profondità che mancava ai lavori precedenti.L’aspetto più convincente di “Moonfall” è però la sua capacità di coniugare intrattenimento e riflessione,un disco che può essere ascoltato semplicemente per il piacere di cantarne i ritornelli oppure approfondito come un concept album costruito attorno ai grandi interrogativi della contemporaneità.

Non tutto è perfetto,in alcuni momenti la band tende ancora ad appoggiarsi a soluzioni melodiche già frequentate dalla scuola power europea, e qualche passaggio lascia affiorare inevitabili richiami a gruppi come Dynazty o Masterplan,ma stavolta questi riferimenti vengono assorbiti dentro una personalità molto più definita.Se Nova Atlantis rappresentava una promessa, Moonfall è la conferma.

È il disco che dimostra come il power metal francese possa finalmente uscire dall’ombra dei giganti tedeschi e scandinavi, proponendo una visione personale del genere.

E se davvero i Kingcrown sognano palchi come Wacken, Hellfest o Motocultor, questo album rappresenta probabilmente il loro miglior biglietto da visita.Con “Moonfall”, i Kingcrown compiono il salto di qualità che molti si aspettavano,più ambizioso, più oscuro e decisamente più maturo rispetto a Nova Atlantis, il nuovo lavoro fonde melodic heavy metal, power europeo e storytelling fantascientifico in un’opera coinvolgente e sorprendentemente attuale.

Un disco che guarda al futuro raccontando le paure del presente, senza dimenticare che ciò che conta sono le grandi canzoni.

Lubranomic

TRACKLIST:

Moonfall
Nothing
We Are Kingcrown
A Thousand Years
Rise Of Machines
All United
Lost Horizon
Oblivion/ResilienceB
ack To The 80’s
Beyond The Stars

LINEUP:

 Jo Amore – vocals
David Amore – drums & machines
Ced Legger – guitars
Bob Saliba – guitars
Seb Chabot – bass