Hajaj
Waiting Room
“Waiting Room (With The Ticking Time Bomb)” di Hajaj è un’opera che si colloca in uno spazio sospeso, proprio come suggerisce il titolo: una sala d’attesa emotiva e sonora, dove il tempo non scorre linearmente ma pulsa, si contrae e si dilata.
L’ascolto dell’album è un’esperienza immersiva che trascina l’ascoltatore in un universo fatto di nostalgie e di identità in continua trasformazione.Fin dalle prime note di “The Waiting Room”, si percepisce una cura quasi artigianale del suono. La scelta della registrazione analogica dal vivo conferisce al disco una qualità calda, organica, imperfetta nel senso più nobile del termine. Si sentono i respiri, le micro-variazioni, le vibrazioni degli strumenti: tutto contribuisce a creare un’atmosfera autentica, lontana dalla sterilità di produzioni contemporanee. È un suono che sembra provenire da un’altra epoca, ma che riesce a parlare con sorprendente urgenza al presente.
L’estetica dell’album è profondamente radicata nelle sonorità degli anni ’60 e ’70, tra soul, funk e jazz, ma non si tratta mai di un esercizio nostalgico. Hajaj utilizza questi riferimenti come materia viva, modellandoli secondo la propria sensibilità.Il risultato è un linguaggio musicale capace di attraversare epoche e geografie senza mai perdere coerenza. Le tonalità “seppia” di cui si parla nella presentazione non sono solo una metafora visiva, ma una vera e propria cifra stilistica: tutto sembra filtrato attraverso una memoria emotiva, come se ogni brano fosse il ricordo di qualcosa che non è mai accaduto del tutto.
“In The Meantime” prosegue su questa linea, con un groove rilassato ma carico di tensione.Qui emerge con forza la dimensione riflessiva dell’artista: la musica diventa uno spazio di interrogazione, un luogo in cui il tempo tra un evento e l’altro, tra una decisione e le sue conseguenze ,assume un significato centrale. È una condizione esistenziale che Hajaj conosce bene, essendo cresciuto tra culture e paesi diversi, senza mai sentirsi completamente radicato.
“Blood” rappresenta uno dei momenti più intensi del disco. Il tema dell’identità, già presente in altri brani, qui diventa esplicito. Il groove è arioso, quasi leggero, ma il contenuto emotivo è denso, stratificato. La voce di Hajaj si muove con naturalezza tra vulnerabilità e controllo, riuscendo a trasmettere un senso di conflitto interiore senza mai cadere nel melodramma. È una canzone che parla di appartenenza, ma anche di distanza, di ciò che ci lega e di ciò che ci separa.
“For What It’s Worth” e “Space” introducono variazioni interessanti sul piano ritmico e armonico. Il primo gioca con dinamiche più marcate, mentre il secondo esplora territori più rarefatti, quasi eterei. In entrambi i casi, si percepisce il contributo fondamentale dei musicisti jazz coinvolti: l’interplay tra gli strumenti è fluido, spontaneo, ma sempre al servizio della canzone. Non c’è mai virtuosismo fine a se stesso, ma una costante ricerca di equilibrio tra struttura e libertà.
“Maybe It’s You” e “Something That Still Is” approfondiscono la dimensione più intima e relazionale del disco. Qui Hajaj si confronta con il tema dell’amore, ma lo fa in modo non convenzionale, evitando semplificazioni. Le sue canzoni d’amore sono sempre ambigue, sospese tra desiderio e incertezza, tra vicinanza e distanza. È un amore che si interroga, che dubita, che non trova mai una forma definitiva.
“Both Sides Of The Border” è forse il brano più emblematico dell’intero progetto. Il titolo stesso suggerisce una dualità, un attraversamento di confini che può essere geografico, culturale o emotivo. La musica riflette questa tensione, alternando momenti di apertura a passaggi più introspettivi. È una canzone che racchiude in sé l’essenza dell’album: il senso di essere sempre “tra” qualcosa, mai completamente da una parte o dall’altra.
Nella seconda parte del disco, brani come “Face”, “Yours Or Mine” e “Cost Of Extreme” mostrano un lato più sperimentale. Le strutture diventano meno prevedibili, i ritmi più complessi, le atmosfere più cupe. Qui emerge l’anima più critica di Hajaj, la sua volontà di rompere con le convenzioni pur rimanendo ancorato a una tradizione. È un equilibrio difficile, ma che l’artista riesce a mantenere con coerenza.
Il disco si chiude con “Finda Kinda Timeless Thing”, un titolo che suona quasi come una dichiarazione d’intenti. La canzone riassume molte delle tematiche affrontate lungo l’album: il tempo, l’identità, la ricerca di qualcosa che possa resistere al cambiamento continuo. Musicalmente, è uno dei momenti più aperti e luminosi, quasi a suggerire una possibile via d’uscita dalla “sala d’attesa”.
Uno degli aspetti più affascinanti di “Waiting Room (With The Ticking Time Bomb)” è la sua capacità di essere allo stesso tempo profondamente personale e universalmente accessibile. Le esperienze di Hajaj , il suo essere cittadino del mondo, il suo rapporto complesso con le proprie radici, la sua sensibilità poetica, si traducono in un linguaggio musicale che riesce a parlare a chiunque abbia mai provato un senso di trasferimento o di ricerca.
La produzione, curata insieme ad Aidan Glover, gioca un ruolo fondamentale in questo processo. La scelta di lavorare in analogico e di registrare dal vivo non è solo una questione estetica, ma una vera e propria scelta : restituire alla musica una dimensione umana, imperfetta, vibrante. È una scelta controcorrente, soprattutto in un’epoca dominata dalla perfezione digitale, ma che qui si rivela vincente.In definitiva, “Waiting Room (With The Ticking Time Bomb)” è un album che richiede attenzione, tempo, disponibilità all’ascolto. Non è un disco che si lascia consumare rapidamente, ma un’opera che si svela poco a poco, ad ogni ascolto. È misterioso e classico, ma anche profondamente contemporaneo. Travolgente e camaleontico, riesce a tenere insieme influenze diverse senza mai risultare dispersivo.
Hajaj si conferma così un artista fuori dagli schemi, capace di trasformare la propria condizione di sradicamento in una forza creativa. La sua musica non offre risposte definitive, ma pone domande ed è proprio in questa tensione irrisolta che risiede la sua bellezza più autentica.
Anna Cimenti






