Greyhawk
Warriors Of Greyhawk
Ci sono band che nascono già con un’identità chiara e i Greyhawk appartengono a questa categoria, proprio in questa tensione irrisolta che si gioca il senso profondo di “Warriors Of Greyhawk”, terzo capitolo della loro discografia e nuova uscita per Cruz Del Sur, etichetta ormai diventata una sorta di rifugio per chi continua a credere nel valore dell’heavy metal più tradizionale.
Quando “Keepers Of The Flame” uscì nel 2020, la band di Seattle aveva qualcosa che non si compra e non si costruisce a tavolino: una scintilla. Non era solo questione di estetica ,quell’immaginario sospeso tra i Settanta e gli Ottanta, tra spade, battaglie e polvere ,ma di una scrittura capace di muoversi tra epic metal e hard rock americano con una naturalezza quasi istintiva. La title-track di quel debutto, ancora oggi, resta uno di quei brani che fanno drizzare le antenne a chi vive il metal come una forma di appartenenza più che come un genere musicale.Con “Thunderheart” la crescita era stata evidente, soprattutto sul piano della produzione, ma qualcosa restava in sospeso.Come se i Greyhawk non avessero ancora deciso fino in fondo chi volessero diventare.“Warriors Of Greyhawk” arriva allora come un tentativo di risposta e lo fa partendo da una scelta chiave: cambiare voce.
L’ingresso di Anthony Corso segna uno spartiacque netto…più tecnico, più esteso, più vicino ai canoni del power metal europeo, Corso porta con sé una solidità che si riflette immediatamente nel suono della band. La sua performance è impeccabile, costruita su linee vocali precise, spesso acrobatiche, sempre sotto controllo.Ma è proprio qui che si annida il paradosso del disco,nel momento in cui i Greyhawk diventano più professionali, più puliti, più “corretti”, finiscono anche per perdere parte di quella ruvidità che li rendeva distintivi.Dove prima c’era un’identità ancora in costruzione ma riconoscibile, ora c’è una forma più definita ma meno personale.Brani come “Take A Stand” funzionano proprio perché riescono a trovare un equilibrio tra questa nuova direzione e una certa profondità emotiva, grazie anche alla capacità di corso di lavorare sulle dinamiche vocali con intelligenza.
I cori guerreschi e le chitarre cadenzate restituiscono un senso di compattezza che in passato mancava.Con “Hyperspace” emerge invece la sicurezza di una band ormai rodata, qui il cantante non si limita a seguire le strutture, ma prova a guidarle, inserendo sfumature che richiamano la grande tradizione dell’heavy metal classico, con echi evidenti della scuola di Ronnie James Dio.C’è una differenza sottile ma decisiva tra suonare bene un genere e lasciarci un segno dentro.
I Greyhawk, oggi, appartengono ancora alla prima categoria ma la sensazione è che il passo verso la seconda non sia mai stato così vicino e forse, proprio per questo, il loro prossimo disco sarà quello davvero decisivo.
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