Come si continua a vivere quando dentro di noi abitano contemporaneamente ciò che è finito, ciò che abbiamo perduto e ciò che ancora, ostinatamente, desideriamo?Forse si continua così: andando avanti e tornando indietro.
Ripercorrendo strade che pensavamo di conoscere, inciampando negli stessi ricordi, ritrovando nelle cose più semplici qualcosa che credevamo scomparso. Fuori, intanto, il mondo continua a muoversi senza aspettare nessuno. È un mondo rumoroso, difficile da decifrare, attraversato dalla violenza e dalla distanza, dove anche le parole sembrano avere smesso di servire a capirsi.E allora si torna dentro. A una fotografia guardata di notte. A una casa che non riconosciamo più perché qualcuno non ci abita. A una città che conserva le tracce di chi eravamo quando la attraversavamo insieme. Ci sono luoghi che non cambiano davvero: siamo noi a tornarci diversi. E basta un’immagine, una strada, una voce, perché il tempo perda per un istante la sua direzione e ciò che credevamo lontano torni a respirare accanto a noi.L’amore, forse, è una delle forme più ostinate della memoria. Rimane nelle parole che non abbiamo detto, nei messaggi cancellati, nelle conversazioni immaginate troppe volte. Rimane anche quando una storia è finita e ci si accorge che finire non significa necessariamente smettere. Alcune persone continuano a esistere dentro di noi con la stessa naturalezza con cui tornano certe scene di un film già visto: sappiamo come andrà a finire, eppure restiamo a guardare.
A volte ci chiediamo cosa sarebbe successo se avessimo scelto diversamente. Se fossimo arrivati prima. Se avessimo avuto il coraggio di dire quella cosa proprio nel momento in cui avrebbe potuto cambiare tutto. Ma il tempo non concede repliche, e forse è questo a renderlo così difficile da abitare: possiamo tornarci con il pensiero, non con il corpo. Restano le parole. O, più spesso, la loro assenza. Quelle che non siamo riusciti a dire, quelle dette male, quelle rimaste chiuse in gola mentre qualcosa tra due persone si consumava lentamente. Restano le incomprensioni, la stanchezza, le dipendenze, i litigi e quella strana forma di tenerezza che sopravvive anche quando non sappiamo più dove metterla. Come se ogni rapporto lasciasse dietro di sé una stanza che continuiamo ad attraversare anche dopo aver chiuso la porta.
Poi, quasi senza accorgercene, arriva il futuro. Non come una promessa, ma come uno spazio ancora vuoto. Guardarlo significa accettare che ciò che è successo non può essere cambiato, senza per questo rinunciare a ciò che potrebbe ancora accadere. La fragilità non scompare: semplicemente smette di essere qualcosa da nascondere. Il tempo passa attraverso di noi, porta via qualcosa, ne lascia crescere un’altra. E forse andare avanti non significa diventare più forti, ma imparare a fare spazio anche a ciò che ci rende vulnerabili.Poi ci sono le assenze che non possono essere colmate. Una strada, un motorino sull’asfalto, il pianto di due genitori. Una voce rimasta dentro un telefono, conservata come si conserva qualcosa che non si è pronti a perdere. In quei piccoli frammenti quotidiani una persona continua a esistere, nonostante tutto. Non torna, ma rimane. E forse è questa la forma più misteriosa del viavai: scoprire che qualcuno può uscire dalla nostra vita e, nello stesso momento, continuare a percorrerla da dentro.
Così il cerchio non si chiude davvero. Si torna al punto di partenza, ma il punto di partenza non è più lo stesso. Il mondo continua a cambiare, le persone se ne vanno, le storie finiscono, altre iniziano. Dentro, invece, tutto continua a incontrarsi: il passato con il presente, il dolore con il desiderio, ciò che abbiamo perduto con quello che ancora speriamo di trovare.
Forse “VIAVAI!” è questo: il movimento che rimane quando tutto sembra essersi fermato. Il continuo andare e tornare dei ricordi, delle persone, delle possibilità. Il modo che abbiamo di portarci dietro ciò che non possiamo più raggiungere e, allo stesso tempo, di camminare verso qualcosa che ancora non conosciamo.
Perché non tutto quello che ci attraversa se ne va. Qualcosa resta. E continua a muoversi con noi.