Europe

Come This Madness

Europe
Come this  Madness
Silver Lining Music

Bella produzione, del tipo che solo gli svedesi sanno confezionare quando parlano di rock.Si parte con One on one: un killer riff di basso distorto, cattivo e diretto, che arriva dopo una bella aria sinfonica e apre la strada a un ritornello melodico, arioso, proprio nel solco classico del brand Europe.

Il secondo brano continua sulla stessa scia, senza tradire le aspettative. This Time of Year è invece una ballad elegante, tutta incentrata sulle tastiere, con un bel solo che esplode verso la parte finale. La voce di Joey Tempest, forse un filo stanca, resta però inconfondibilmente espressiva e carica di feeling. E’ bello come questa band abbia da anni intrapreso un sincero lavoro artistico Scandinavian Eyes tira fuori il lato più prog-sinfonico della band, e qui si sente tutta la mano di Tom Dalgety (produzione) e di Mike Fraser ai mix: il primo album in nove anni dopo Walk the Earth (2017), registrato agli RMV Studio di Stoccolma, suona maturo, curato, ma senza mai perdere l’energia.

In the Absence of Grace dimostra ancora una volta quanto Mic Michaeli sia centrale: non è più solo un accompagnatore, ma un vero architetto del suono. Hammond, sintetizzatori e mellotron riempiono gli spazi, creano profondità e danno alle canzoni una struttura molto più articolata di quanto sembri a un primo ascolto.Il riffone di The Angels Must Have Flown viene mitigato e colorato in modo etereo proprio grazie all’apporto imprescindibile delle tastiere. Il dialogo tra queste e le chitarre di John Norum torna inscindibile in The Devil’s Back:

il brano si regge sul tappeto atmosferico di Michaeli, mentre Norum entra con le sue linee “trafilanti”, sempre a servizio della melodia. In tutto l’album i suoi soli non sono mai esibizioni tecniche fini a se stesse, ma parti vive della canzone.Leven e Haugland, intanto, si confermano un binomio ritmico affiatato e solido, soprattutto in Nothing Can Follow This, che chiude il disco riportando in primo piano le componenti più melodiche e stratificate della band.

Un disco che sa di Europe senza essere mera nostalgia: rock, melodia, atmosfera e mestiere. Dopo i fasti planetari di The Final Countdown (1986) e un po’ di Out of This World, la band ha vissuto il classico ciclo dal successo allo  scioglimento. Tornati nel 2003-2004 hanno assunto un approccio completamente diverso: più rock, meno glitter. Molto più vicini a quello che una grande rock band dovrebbe essere.

Ivanhoe

Gli Europe da oltre quarant’anni continuano a guardarci con quell’espressione da “sì, lo sappiamo cosa state pensando, ma adesso ascoltate questo” e , sorprendentemente, spesso hanno ancora qualcosa da dire.

Con “Come This Madness”, gli svedesi tornano a misurarsi con quella strana bestia chiamata legacy, troppo grandi per fingere di non avere un passato ingombrante, troppo intelligenti per passare il resto della carriera a risuonare “The Final Countdown” davanti a un pubblico che aspetta il momento del celebre synth, perché diciamolo, vivere per sempre dentro il 1986 sarebbe economicamente comprensibile, artisticamente un po’ meno.

La prima cosa che colpisce di “Come This Madness” è proprio la volontà di non trasformarsi nella caricatura degli Europe che qualcuno ancora pretende di trovare,Joey Tempest e soci non hanno bisogno di dimostrare di essere ancora quelli di “Out of This World” o “Prisoners in Paradise”,quelli erano altri Europe, altri tempi e, soprattutto, altri capelli.

Qui la band sembra invece interessata a costruire un suono più maturo, muscolare e consapevole, nel quale il passato viene utilizzato come punto di partenza e non come stampella,il risultato è un hard rock che conserva l’immediatezza melodica tipica del gruppo ma si concede atmosfere più dense, riff più robusti e una produzione che privilegia il peso della band rispetto alla nostalgia.

E Joey Tempest? Beh, il tempo passa per tutti, persino per chi negli anni Ottanta sembrava destinato a sfidare le leggi della fisica con una permanente,la sua voce non cerca di competere con il proprio passato,lo attraversa.C’è maggiore profondità, qualche ruvidità in più e una consapevolezza interpretativa che rende le canzoni credibili proprio perché non sembrano scritte da cinquantenni che cercano disperatamente di comportarsi come venticinquenni.Il vero punto di forza resta però la band.,John Norum continua a essere uno di quei chitarristi capaci di ricordarci perché l’hard rock abbia ancora bisogno di assoli, non semplicemente per riempire spazio, ma per dare carattere a una canzone.

Il suo lavoro dialoga con la sezione ritmica senza trasformare ogni brano in una gara a chi possiede l’amplificatore più grosso del quartiere e qui sta forse la qualità più interessante di questo disco , non sembrano voler impressionare a tutti i costi.Preferiscono costruire,le melodie arrivano, i riff mordono, gli arrangiamenti respirano e il songwriting mantiene quella componente cinematografica che ha sempre rappresentato una delle loro caratteristiche meno celebrate.

Naturalmente, non tutto è perfetto,qualche passaggio avrebbe potuto osare maggiormente, e in certi momenti la ricerca di equilibrio fra classic rock, hard rock e identità moderna rischia di rendere il disco meno istintivo di quanto potrebbe essere,ma sarebbe curioso pretendere dagli Europe una rivoluzione sonora nel 2026, soprattutto dopo una carriera che ha attraversato hair metal, arena rock, blues, hard rock settantiano e contaminazioni più moderne.Il punto, semmai, è un altro, “Come This Madness” dimostra che una band non deve necessariamente reinventarsi per dimostrare di essere ancora viva.

La cosa divertente è che probabilmente continueremo a chiedere loro di suonare “The Final Countdown” fino alla fine dei tempi e loro, invece, continuano ostinatamente a pubblicare dischi nuovi.È un po’ come andare al ristorante e ordinare sempre la stessa bistecca mentre lo chef, esasperato, continua a proporre il menù degustazione, forse è arrivato il momento di assaggiare il resto del menù.“Come This Madness” non è un viaggio nostalgico verso gli Europe che furono,è la fotografia di una band che ha attraversato quattro decenni di rock senza farsi completamente inghiottire dal proprio mito e,considerando quanti gruppi degli anni Ottanta sono oggi ridotti a una tribute band di se stessi, non è affatto poco.Perché la follia può anche essere questa, avere ancora voglia di suonare rock quando tutti si aspettano soltanto che tu ripeta il passato.

In conclusione posso tranquillamente affermare che gli Europe sono ancora in piedi, ancora rumorosi e ,soprattutto, sono ancora così testardi da non vivere soltanto di ricordi.

Lubranomic

TRACKLIST:

One on One
The Cult of Ignorance
Come This Madness
This Time of Year
In a Different World
Scandinavian Eyes
Takin’ It Back
In the Absence of Grace
The Angels Must Have Flown
The Devil’s Back
Nothing Can Follow This

LINEUP:

Joey Tempest – lead vocals
John Norum – guitars
John Levén – bass
Mic Michaeli – keyboards
Ian Haugland – drums