Crimson Glory
Chasing the Hydra
Il gruppo americano, iconico e di fama leggendaria, pur se con una carriera brevissima, con soli quattro full-lenght torna sulle scene nel 2026 con questo quinto. Un bell’album prog-metal che ha tanti angoli da scrutare, scritto come quelli del passato in maniera elaborata ed elegante. Al loro esordio i Crimson avevano stilisticamente una vicinanza ai primi Queensryche e oggi qualcosa di quell’essenza ancora si portano dietro.‘REDDEN THE SUN’ pervade di oscurità l’atmosfera potente che possiede, magica e suadente rimane dura anche nella sua fascinosa seduttività, un pezzo che ricorda il magnifico primo album del 1986. La title-track ‘CHASING THE HYDRA’ invece porta in sé una certa modernità; attraverso voce e chitarra imprime una forza sinistra, esponendosi ad una fulgida brama di straniamento. ‘INDELIBLE ASHES’ porta ad un bel ritornello orecchiabile dentro un mood corposo e suggestivo avvolgente.
Più leggera ma anche personalissima ‘BEYOND THE UNKNOWN’ nella sua progressione cadenzata che scorre liquidamente; propone un assolo rarefatto che purtroppo però si limita ad una promessa interessante, risultando essere troppo breve non sviluppandosi come dovrebbe. ‘PEARLS OF DUST’ torna alla verve dark di inizio album e lo fa con una certa coralità cambiando ritmi e anfratti sonori; un modo variegato di mettere in campo l’epicità alla Blind Guardian; ha l’aspetto di una song che sarebbe dovuta essere una suite per come è concepita, quindi i suoi reali cinque minuti appaiono non esaustivi, anche se quello che viene cantato e suonato è già valoriale. ‘TRISKAIDEKA’ è un altro episodio che cinge l’ascoltatore come un manto, ancora una volta lasciando la cosa a metà, senza concludere davvero; il brano cade con note finali che si stoppano all’improvviso in modo frettoloso.
Il sound è pieno, enfatico, in grado di dipingere emozioni ma anche di emettere tecnicismi e gustose evoluzioni soliste, anche se la forma non appare mai eccessiva, anzi essa favorisce la sostanza scritturale mantenendo alta l’attenzione. Difficile criticare i vecchi album della band, le opinioni sono discordanti tra recensori e fruitori, per esempio il disco ‘Strange and Beautiful’ del 1991 divide i metallari creando una sottovalutazione di quel disco. A mio parere anche quello fu molto interessante, ma essendo meno duro fece storcere ‘le orecchie’ a molti, quello fu un’opera strana, che ha bisogno di molti ascolti per essere capito fino in fondo; pur possedendo alcuni riverberi che sembrerebbero commerciali, non è affatto commerciale, anzi è di difficile fruizione. Qui non c’è molto di quel lavoro, siamo di fronte a qualcosa di più classico ma non perfettamente antico, era la sensazione che davano anche i primi due album appunto. Il sound è avviluppante e di conseguenza evocativo al modo che questo gruppo ha nel suo dna.
Possiamo rimpiangere la voce melodrammatica del defunto Midnight (1962-2009), ma questo nuovo, sebbene meno aulico e pescato tra realtà non propriamente mainstream, ha una presenza coinvolgente grazie alla sua appassionata espressività, funziona e fa la sua bella figura (sebbene due brevi volte sia sul filo della stonatura). L’aria più utilizzata in questo album è ombrosa e ammanta di colori chiaroscurali creando un paesaggio fosco. L’insieme è gustosamente ricco, piuttosto inebriante, così attraente da volerne di più, alcune tracce in effetti lasciano stupiti perché sembrano non completi come se il percorso iniziato non presentasse il luogo dell’arrivo, lasciando sospeso l’ascolto.
Comunque ciò non avviene sempre ma più volte, fatto sta che le canzoni che lo fanno hanno appeal e fascino nonostante tutto, quindi non fanno perdere al disco la sua reale ottima qualità. Borgmeyer, Lords e Burnell sono i fondatori del gruppo e stanno ancora qua a cercare di rinverdire tale entità musicale, riuscendo a scrivere roba di valore. La band è riuscita a lasciare traccia nella storia pur nella sua mancata scalata al successo, e questo ascolto va affrontato all’interno di una visione che vuole offrirci una proposta che sia semplicemente un bel disco: la risposta è positiva, cercare ai giorni nostri evoluzioni che non ci furono al tempo è stupido oltre che inutile; le cose sperimentali e stupefacenti le fecero allora e può bastarci.
Qui c’è solo la testimonianza di una dote abile a farci ricordare le care vecchie, ma sempre artistiche, bellezze dell’heavy metal, prog o no che sia.
Roberto Sky Latini




