Mardi Gras

Creedence Clearwater Revival

Il 1971, il 1972 e il 1973 sono anni ricchi per il rock, che imperversa in tutti i campi e in tante estetiche diverse, con una maturità ben maggiore rispetto al periodo precedente. Forse va considerato il triennio più importante degli anni settanta.

Ma per i Creedence il 1972 fu una caduta, non riuscirono a cavalcare  il momento storico favorevole. Il grande successo assaggiato appena poco prima, divenne fallimento immediato con questo album, e non ebbero forse l’opportunità, o forse la voglia di resistere, e dopo un breve periodo dalla delusione questa realtà scomparve, senza vedere se poteva ancora farcela. Due anni sono una eternità nell’arte e nella moda: vivere alla grande nel ‘70 per poi essere abbandonati nel ’72 non è raro in quel mondo.

‘TAKE IT LIKE A FRIEND è una canzone di valore col suo denso tasso di distorsione, col suo feeling più irriverente, grazie anche ad una bella chitarra elettrica solista che spinge di cesello con una certa ruvidezza. Intenso e funzionante CountryRock la semiballata ‘NEED SOMEONE TO HOLD’ che morbidamente avanza anche se mantiene una ritmicità chitarristica di base. ‘SOMEDAY NEVER COMES’ è un tipo di canzoni più mainstream (considerando il periodo storico), ma una song atmosferica interessante, anche un po’ malinconica, quasi cantautorale per un tipo di approccio che poi diventerà appannaggio dello stile di Springsteen. Ma non si salva granchè altro. ‘Lookin’ for a Reason’ è forse un po’ troppo sempliciotta e anche poco rock. Il blue-grass di ‘Tearin’ up the Country’ è classicamente folk, e quindi divertente, dentro un alveo molto tradizionalista con però l’afflato personale ed energetico di una band cha sa suonarlo in maniera molto espressiva, e quindi non è male. Rock verace con ‘What are you gonna do’, sempre accompagnata da una chitarretta che fa il verso alle frasi cantate. ‘Sail away’ è un filler, episodio senza alcuna spina dorsale. Poi ecco ‘Hello Mary Lou’ un rock’n’roll stile anni cinquanta con un assolo divertente, ma è la cover del 1961 di Gene Pitney. L’album termina con una tirata elettrica, più rockeggiante, prima con ‘Door to door’ piacevole, e infine con ‘SWITCH HITCH-HIKER’, ben più tonica e riuscita, anch’essa tra i brani migliori del full-lenght, con un riff che sembra vicino a ciò che poi faranno i Kiss dal 1974.

E’ un Rock-Country suonato in modo tipico come alcune importanti realtà americane di cui i C.C.R. sono a buona ragione tra quelle più importanti. Country e Rock’n’Roll ma con molte meno dosi di blues rispetto al passato. Il disco fu artisticamente una flessione forte, una opera che non può essere paragonata ai lavori precedenti. E’ un disco importante ma in senso negativo perché fu l’ultimo della band prima dello scioglimento. Non piacque alla critica ma nemmeno al pubblico; ed entrambi avevano ragione sebbene alcuni feeling funzionino ricordando qualcosa del loro vecchio fuoco. Il loro apice fu il 1970, dopo ben ben tre dischi da studio di successo in un solo anno (1969), che preparò all’uscita del successivo ‘Cosmo’s Factory’ che è ancora oggi il lavoro più celebrato della band. Stavolta il cinquantennale che raccontiamo in questa rubrica è dell’album più scarso di un gruppo, ma vale la pena segnalarlo alla stessa stregua di quando si ricorda l’anniversario di una morte. L’11 aprile 1972 uscì il disco e il 16 ottobre dello stesso, i Creedence Clearwater Revival morirono, dopo sette album sfornati in  cinque anni dal 1968. Morirono come gruppo, non certo come musicisti, anche se solo Fogerty mantenne davvero il successo. Fecero musica che rappresentò il fulgido momento Hippy, e forse la fine di quell’epoca culturale non poteva che portare alla fine del modello sonoro che essi incarnarono. Ad ogni modo fecero la storia, e la fecero tra i grandi.

Roberto Sky Latini

Fantasy Records
www.creedence-online.net

Lookin’ for a Reason
Take it like a Friend
Need someone to Hold
Tearin’ up the Country
Someday never comes
What are You gonna do
Sail away
Hello Mary Lou
Door to Door
Switch Hitch-Hiker

John Fogerty – vocals / guitar / keyboards
Stu Cook – vocals / bass / guitar
Doug Clifford – vocals / drums