Berath
I Long To Disappear
Un debutto interessante quello dei Berath. La band italiana, grazie alla collaborazione con la Wanikya Records butta fuori un disco d’esordio capace di farsi notare per un sound diretto ma al tempo stesso pregno di sfumature.
Se fossimo costretti a dare un’etichetta all’altro musica potremmo definirla groove metal, ma, come anticipato qui andiamo oltre. Ci sono tante sfumature, alcune di queste ci portano indietro con gli anni, altre assolutamente figlie dei giorni odierni.Groove Metal, già partire dalle prime note dell’opener e omonima “Berath” i nostri picchiano duro, facendolo con ritmi incalzanti, senza fermarsi, l’acceleratore è pigiato a fine corsa! La seguente “Down With Me” esce dai confini, andando ad abbracciare atmosfere grunge rock, questo repentino cambio di stili funziona.
E’ la volta di “Eternal Truth”, un riff decisamente heavy ci addentra in quella che di fatto è una canzone più canonica e dal forte impatto, la band cambia ancora vestito, a partire dalla voce. Una strofa robusta introduce un chorus melodico, che caratterizza la traccia, prima che il duo Caso/Giannotta sfociano in solos cantabili. “Fragile And Near” si continua sulla falsa riga, la partenza è determinata, mentre il proseguo è sempre più moderno, alcuni vocalizzi infatti sono da annoverare nel metalcore dei giorni d’oggi.
Malinconiche melodia ci portano dritti alla strumentale “I Want To Be What You Say In Me”, anche qui i due chitarristi si fanno notare per gusto e caratura tecnica. Con i Berath non ci si annoia mai, “Iura” è un inno alla Puglia, l’entità oscura che si aggira tra noi… C’è anche del folk nella musica della band, dura poco, i ragazzacci all’interno di un solo brano cambiano abito più volte: thrash metal feroce, stoner, grunge, di tutto un pò.
Note misteriose ci accompagnano sulla porta di “Mourn In Fear“, un minuto di arpeggi prima di addentrarci nel cuore della canzone, fatto di riffs massicci, voci graffianti e una sezione ritmica (Andrea Morciano al basso e Nicola Renna alla batteria) capace di sostenere a dovere le sei corde. Quello che più apprezzo dei Berath è la versatilità, frutto di una ricerca e attenti ascolti. Ormai sono quasi ai titoli di coda, prima di chiudere la recensione c’è ancora tempo per le ultime due canzoni, la prima di queste, dal titolo “The Continous Inner Battle Of A Broken Mind“, un mix tra: grunge, stoner, sludge e perché no doom, pollice in sù per la prestazione vocale di Alessio Galeone. A chiudere il disco spetta a “To Think Is To Suffer“, si chiude come abbiamo iniziato, tanto groove, una voce che spinge a dovere, prima di lasciare spazio all’ennesimo chorus ricco di note e melodie.
Promuovo questo disco, specie considerando che si tratta di un debutto, i Berath sono una band da tenere in considerazione.
In alto il nostro saluto \m/ Stay Brutal !!
Trevor Sadist





