Ravage of Empires

Benediction

Il 2025 vede il nono full-lenght di uno dei gruppi britannici del Death Metal presente dagli anni ottanta; pochi album in totale considerando 36 anni di attività dal loro demo e 35 dall’esordio discografico ufficiale, ma ci sono anche ep e split ad incrementare la produzione. Non tutto il loro passato eccelle al massimo ma in diversi casi il livello è stato piuttosto buono, compreso quello espresso in questo nuovo lavoro che supera alcuni dischi del passato, sferragliando duro e corposo. In realtà il genere non è del tutto Death, in quanto alcuni pezzi usano un rifframa peculiarmente thrash piuttosto pulito per quanto graffiante. Il drummer è italiano quindi annacqua l’origine oltremanica del combo, ma il sound rimane perfettamente inglese. Non è una forma quadrata alla tedesca, e non ha inserti rock’n’roll all’americana, né sfaccettature prog scandinave, è un tipico thrash-death che omaggia l’antico senza diventare stantìo.
Le song si dividono tra Death e Thrash. Guardando al lato più thrasheggiante notiamo la cavalcata densa ed elettrica di ‘BEYOND THE VEIL OF THE GRAVE MARE’, la quale è uno degli episodi più riusciti, con un massiccio incedere rutilante a due ritmi e una certa variabilità dei riff che si susseguono.

Della stessa natura thrash ‘ENGINES OF WAR’ che incalza con cadenza ossessiva pur intercalata da alcuni passaggi quasi doom dall’ottima atmosfera, e con uno dei migliori cantati del lavoro. E ancora thrash la bella e crudele ‘PSYCHOSISTER’ che afferra con determinazione l’ascoltatore. ll miglior lato Death si evince da pezzi come ‘GENESIS CHAMBER’ che con la sua verve scura aumenta il pathos maligno. Ma ci sono anche i momenti che giocano tra entrambi i generi come succede con ‘THE FINALITY OF PERPETUATION’ che fonde bene Thrash e Death, per una traccia infuocata e molto ficcante ma anche più raffinata del solito nella sua costruzione, non lesinando sfumature espressive. Lo stesso modus operandi di fusione tra i due generi la opera ‘IN THE DREAD OF THE NIGHT’ che mostra la ferocia di chi distrugge ed incendia, con un muro sonoro d’impatto senza luci, tutta oscura e famelica; eppure questo suo impatto solido si enuncia articolato, non è piatto. Entrambe queste ultime due appaiono in un certo senso più cattive delle altre tracce.

La voce growl del singer è cavernosa ma in grado di far comprendere bene le parole; magari pecca in alcuni casi di mancanza di accentazioni che possano punteggiare meglio dinamicamente la linea melodica, però l’effetto è insieme truce, quindi minaccioso, e violento, quindi aggressivo. Le chitarre sono cascate di riff grassi che non cercano mai aperture ariose, ma riescono a creare angoli interessanti in grado di mantenere la tensione del songwriting. Mancano gli assoli, e non ci sarebbero stati male quali valore aggiuno, eppure non se ne sente la mancanza in quanto la scrittura cerca di evitare l’eccessiva linearità. Non è un disco sorprendente, ma costruisce canzoni che funzionano e hanno una certa personalità.

Considerando varie cadute di tono di dischi precedenti, qui abbiamo un livello molto buono che non determina filler. Non sono canzoni tanto irruente quanto invece più incentrate sulla inossidabilità del carattere, che diventa un valore di incorruttibilità, fatto bene, non solo per fare i “cattivi” ma per ottenere sensazioni più profonde del proprio spirito forte, che è sì pesantemente oppressivo ma non asfissiante; possiede una tensione energetica. Insomma un gruppo che permane legato alla classicità senza però venirne strozzato, riuscendo a dare quella nota di personalità necessaria a fare un bel disco

Roberto Sky Latini

Nuclear Blast Records
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